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Settembre mese di cambiamenti e conferme. Le domande dei genitori

foto Genitorialmente settembre (640x384)A settembre si ricomincia. Settembre mese di cambiamenti e conferme: si mettono le basi per iniziare l’anno successivo: cambi di lavoro, nuovi progetti, insomma ora non si può più rimandare, le ferie sono finite, ora si riparte.

Questo mese la collaborazione con il blog Genitorialmente prosegue con un tema saliente e venerdì troverete le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

E i nostri figli come ripartono? Ricomincia la scuola e le attività correlate, ma noi genitori come ci poniamo di fronte a questa ripartenza? Quali sono le nostre aspettative e i nostri tempi. Ancora una volta chiedo aiuto alle psicologhe dello Studio Psynerghia perché io mi aspetto che mia figlia cambi. Lo aspetto da tanto. Spesso mi ritrovo proprio a vivere in questa attesa. È giusto?

Settembre mese di cambiamenti e conferme. Le conferme

Il periodo delle conferme è un periodo di tranquillità apparente. I nostri figli sono in crescita e non c’è niente, ma proprio niente di sicuro. Per fortuna direi. Io continuo a ripetere alle mie ragazze “Il mondo è vostro, andate a prenderlo”.

Quello delle conferme è un periodo in cui noi genitori ci aspettiamo che i nostri figli confermino quanto di buono hanno fatto fino a quel momento e possibilmente che migliorino. Io non sono una di quelle mamme che vuole mettere in vetrina il proprio figlio. In realtà nessuna si dichiara tale, ma poi sappiamo che non è proprio così. Io sono alla ricerca della luce negli occhi di mia figlia. Un nuovo interesse, una nuova esperienza, magari un po’ più di passione per la scuola (che non guasta mai), per me queste sono le conferme.

Settembre mese di cambiamenti e conferme. I cambiamenti che vorremmo

Il periodo dei cambiamenti invece è una rivoluzione. Aspetto questo cambiamento da tanto tempo. Parlo della mia seconda figlia e dei suoi problemi scolastici. Continua a leggere

Il bullismo a scuola, Le riflessioni delle psicologhe

Bullismo PsyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro,  oggi parliamo di un fenomeno sociale che sembra in aumento e desta preoccupazione nelle famiglie e negli insegnanti: il bullismo a scuola.

Ne parliamo cercando di rispondere alle domande dei genitori che trovate nel post: Bullismo a scuola, come prevenire? 

INIZIAMO CON UNA RIFLESSIONE SU CHE COS’È IL BULLISMO

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo che ha delle caratteristiche distintive sulle quali c’è consenso a livello internazionale.

Nello specifico, perché un comportamento possa essere definito un atto di bullismo, deve avere questa caratteristiche:

–          intenzionalità: il comportamento aggressivo viene messo in atto in modo volontario e consapevole;

–          sistematicità: il comportamento aggressivo si ripete nel tempo;

–          asimmetria di potere: tra le parti coinvolte c’è una differenza di potere che può essere dovuta alla forza fisica, all’età o alla numerosità delle persone coinvolte se le aggressioni sono di gruppo.

 SU QUESTO FENOMENO È FONDAMENTALE L’INFLUENZA DELLA CULTURA

Viviamo in un contesto in cui è  molto diffusa la cultura che sostiene i comportamenti di prepotenza, si tratta di una cultura del predominio e dell’esercizio delle alleanze che prevede la sottomissione e l’annientamento dell’avversario, come in una vera e propria guerra.

IL BULLISMO È UN PRODOTTO SOCIALE CHE COINVOLGE DIVERSI ATTORI

Ci preme sottolineare una cosa molto importante: il bullismo riguarda tutti gli alunni, non solo quelli coinvolti in modo diretto, i ruoli che possono essere assunti sono differenti:

–          Bullo: chi mette in atto comportamenti prevaricatori nei confronti dei compagni

–          Aiutante: chi sostiene il bullo in modo attivo, come seguace

–          Sostenitore: chi rinforza il comportamento del bullo incitandolo, ridendo o anche semplicemente stando a guardare

–          Difensore: chi prende le difese della vittima cercando di fare cessare le prepotenze o mettendo in atto modalità consolatorie

–          Esterno: chi non fa niente ed evita ogni tipo di coinvolgimento

–          Vittima: chi subisce le prepotenze

  PERCHÉ SI DIVENTA BULLI?

Manu ci pone una domanda che fa riflettere: perché si diventa bulli? Sull’argomento sono state fatte varie ricerche che hanno messo in evidenza alcuni fattori che possono predisporre alcuni alunni ad assumere il ruolo di bulli:

–          la convinzione che la prepotenza paghi, abbiamo visto quanto questa sia una dimensione culturale presente nella nostra società e nelle scuole capita che gli alunni prepotenti possano essere ammirati o temuti dagli altri e per questo riescano ad ottenere visibilità;

–          la presenza di tratti impulsivi e la difficoltà  controllare la propria aggressività;

–          il fatto di ritenere gratificante dominare gli altri ottenendo la loro accondiscendenza;

–          il pensare che la prepotenza sia sinonimo di forza e fermezza di carattere;

–          il considerare divertente molestare qualcuno quando ci si trova in gruppo;

–          la presenza di scarsa empatia con evidente difficoltà a sentire e immedesimarsi nella sofferenza degli altri;

–          la presenza di pregiudizi su gruppi etnici, categorie sociali o orientamento sessuale;

–          l’influenza di  modelli aggressivi nella vita reale o attraverso i film;

  QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI POSSIBILI BULLI?

–          possono essere più forti fisicamente o più grandi d’età;

–          sentono il bisogno di dominare e sottomettere gli altri;

–          desiderano imporre il proprio punto di vista;

–          sono impulsivi e hanno bassa tolleranza alla frustrazione;

–          hanno difficoltà a rispettare le regole;

–          possono essere aggressivi verbalmente anche con gli adulti;

–          in genere il loro andamento scolastico peggiora alle medie e tendono a disaffezionarsi alla scuola;

–          hanno una maggiore probabilità di iniziare una carriera deviante;

 E LE POSSIBILI VITTIME?

Anche le vittime hanno delle caratteristiche che le accomunano:

–          sono spesso più deboli fisicamente dei coetanei;

–          sono cauti, sensibili, riservati, spesso introversi;

–          hanno spesso una bassa autostima e lo comunicano agli altri con il loro modo di fare, appaiono senza valore e incapaci di difendersi;

–          hanno difficoltà ad affermare se stessi nel gruppo dei coetanei;

–          spesso si rapportano meglio agli adulti che ai coetanei;

–          hanno un rendimento scolastico che tende a peggiorare nella scuola media.

  PERCHÉ C’È OMERTÀ NEI COETANEI?

Una delle cose che più stupisce gli adulti che vengono a conoscenza degli episodi di bullismo è la coltre di non detti, o di detti a bassa voce che caratterizza ciò che accade.

L’omertà riguarda sia gli aiutanti del bullo che i sostenitori/spettatori che assistono muti ai soprusi e alle prevaricazioni.

Dietro queste azioni differenti ci sono differenti motivazioni.

Chi sostiene il bullo aiutandolo nelle attività probabilmente condivide la sua stessa visione del mondo basata sulla legge del più forte, o almeno del vince chi sale sul carro del vincitore.

Chi assiste in silenzio probabilmente ha paura, magari proprio la paura che possa succedere a lui la stessa cosa e quindi prende le distanze anche a livello emotivo. C’è la paura che possa succedere la stessa cosa ma non dobbiamo dimenticare che durante l’infanzia e adolescenza è molto forte anche la paura di essere esclusi dal gruppo.

A volte si lascia fare per paura di essere esclusi o per il desiderio di essere inclusi: insomma il fare parte del gruppo diventa una variabile fondamentale, un valore che guida l’azione anche a costo di diventare disvalore.

Quante volte abbiamo provato rabbia nel vedere l’omertà dei ragazzi che assistevano in silenzio magari filmando ciò che avveniva col telefonino? Più rabbia quasi che per lo stesso bullo. Eppure questo è un fenomeno che accade spesso anche tra noi adulti: tante volte capita che di fronte a gesti di violenza o di ingiustizia si resti impietriti, magari aspettandosi che sia qualcun altro ad intervenire. Si chiama diffusione della responsabilità: un fenomeno studiato dalla psicologia sociale che ci dice che quante più persone sono presenti tanto più si penserà che sarà un altro ad  dover intervenire e ci si sente liberi di non farlo.

  LA CATTIVERIA FA PIÙ PROSELITI DELLA BONTÀ?

Manu ci chiede anche questo: la cattiveria fa più proseliti della bontà?

Non crediamo che la cattiveria faccia più proseliti della bontà, ma sicuramente la nostra percezione della realtà ce lo fa credere.

Intendiamo dire che la nostra mente rimane maggiormente colpita da alcuni tipi di notizie piuttosto che da altri. Non possiamo conservare in memoria tutte le informazioni  e così il nostro cervello si ritrova a fare una scelta tra le cose che ci colpiscono di più, che sono generalmente quelle negative, anche perché sono soprattutto le cattive notizie a fare rumore e ad arrivare ai media.

  BULLI E VITTIME SONO ENTRAMBI BAMBINI/RAGAZZI, NON HANNO PROPRIO NIENTE IN COMUNE?

Al contrario di quanto spesso si crede, i bulli e le vittime hanno diversi aspetti in comune:

–          entrambi hanno sviluppato modalità inadeguate di relazionarsi con gli altri;

–          entrambi sono incapaci di gestire le situazioni conflittuali: l bullo non tollera il confronto e i conflitti, la vittima li teme.

  INOLTRE ENTRAMBI CORRONO DEI RISCHI:

–          il bullo corre il rischio di avere maggiore conflittualità nei rapporti futuri, di andare incontro all’isolamento,  alla messa in atto di condotte devianti come la delinquenza o la dipendenze da sostanze;

–          la vittima ha una maggiore probabilità di sviluppare stress e sintomi fisici di varia natura (mal di testa, coliti, dermatiti, etc…), fobie, ansia, depressione, isolamento.

  I GENITORI DELLE VITTIME E DEI BULLI

Abbiamo volutamente tenuto uniti nello stesso paragrafo i genitori dei bulli e i genitori delle vittime, perché, lo ribadiamo, secondo noi in situazioni di questo tipo hanno bisogno di aiuto sia le vittime che i bulli e anche i loro genitori!

Se un bambino o ragazzo è coinvolto in episodi di bullismo, che sia attore o vittima ha comunque bisogno di aiuto e l’aiuto parte sempre dall’ascolto.

È fondamentale ascoltare sempre i figli. Credere in loro, mettendo anche in conto che potrebbero non dire l’intera verità, soprattutto se si tratta di temi che li imbarazzano, sia perché si vergognano di essere vittime, sia perché hanno paura della reazione dei genitori, se sono i bulli.

I figli devono sapere quanto valore hanno per i genitori le loro confidenze, sapere che non si sentiranno giudicati in modo troppo rigido e che i genitori sono con loro per aiutarli a stare meglio, insomma che, nel bene o nel male, si gioca sempre nella stessa squadra.

È importante fidarsi del proprio istinto e se si sente che c’è qualcosa che non va predisporsi al dialogo.

La regola principale è sempre la stessa, quella valida per tutte le difficoltà che si incontrano con i figli: comunicare e saper ascoltare davvero.

Forse sembrerà banale, ma nella nostra esperienza notiamo che spesso i genitori concentrano la propria attenzione e le proprie domande solo sulla scuola, intesa come voti o performance, trascurando gli aspetti relazionali.

Soprattutto quando i bambini sono piccoli può essere utile chiedere se qualcuno a scuola si è arrabbiato, se qualcuno ha fatto il prepotente con gli altri, se qualcuno è rimasto male per qualcosa che è successo o che qualcuno ha detto.

Si tratta di domande centrate sugli aspetti relazionali che possono aiutare a costruire l’immagine del genitore come un sostegno emotivo per il figlio, un sostengo vero e non solo una persona preoccupata per i voti a scuola.

Lo stesso vale con i figli adolescenti, anche se spesso questi utilizzano come modalità comunicativa il silenzio, un genitore può sempre trovare il modo per dimostrare di esserci, anche aspettando che arrivi il momento in cui il figlio sarà pronto a parlare. È fondamentale che i figli sentano che i genitori sono attenti a ciò che a loro accade senza essere oppressivi e senza pensare solo al rendimento scolastico. Si tratta di un complesso gioco di equilibrio tra fiducia e contenimento, ma la buona notizia è che i genitori hanno spesso più risorse di quante pensano di avere!

Se si capisce che il proprio figlio sta incontrando delle difficoltà relazionali a scuola, si può aiutarlo a capire se è possibile modificare il copione, ovvero se c’è qualcosa che lui stesso può fare in prima persona per cambiare le cose.

Diventa fondamentale essere i principali alleati dei propri figli e questo può voler dire due cose: intervenire come adulti in maniera diretta o supportare il proprio figlio a chiedere lui aiuto ad altri alleati come gli insegnanti o altri compagni che possono diventare un sostegno. La modalità di intervento dipende da vari fattori, tra i quali anche la precocità dell’intervento e la gravità della situazione.

In ogni caso un aspetto fondamentale è che non rimanga nel ragazzo che vive la condizione di vittima un vissuto di impotenza.

Ci sono sempre delle azioni e delle competenze che possono essere messe in gioco per uscire da una situazione difficile, se lui non è solo, sarà più semplice farcela e, anche evitare che certe situazioni possano ricapitare in futuro.

È importante che passi il messaggio che essere vittima è un ruolo che si può vivere in un momento della vita e non una caratteristica di personalità, un’etichetta dalla quale è impossibile liberarsi.

Se poi la situazione è molto grave o si è protratta per molto tempo e il figlio è troppo provato, è giusto che siano i genitori a prendere in mano la situazione e gestirla tra adulti. In questo caso il messaggio che dovrà passare è che gli adulti sanno prendersi cura delle persone che vengono minacciate e vessate.

Anche in questo caso bisogna trovare la modalità giusta, costruendo una rete con la scuola e facendosi aiutare ad entrare in contatto con i genitori del bullo.

È sempre meglio evitare la spedizione punitiva a casa dei genitori del bullo perché si otterrebbe il solo obiettivo di enfatizzare il conflitto.

 I genitori del bullo ascolteranno dal loro figlio una versione differente e saranno spinti dal desiderio di proteggerlo: questo pur non essendo giustificabile è umano e comprensibile, a nessuno piace sentire criticare il proprio figlio.

 MA COSA SUCCEDE A DEI GENITORI CHE SCOPRONO CHE IL PROPRIO FIGLIO METTE IN ATTO DELLE CONDOTTE RICONDUCIBILI AD ATTI DI BULLISMO?

I vissuti e le reazioni possono essere tanti e spaziare dalla rabbia alla negazione, passando per il senso di frustrazione per avere sbagliato qualcosa.

Manu ci racconta un’esperienza molto negativa, nella quale la madre del ragazzino che perseguitava sua figlia ha negato l’accaduto e, non essendosi messa in discussione, non ha portato avanti dei comportamenti riparativi rispetto alla condotta del figlio.

Non tutti i genitori reagiscono così, tanti, tantissimi sono pronti a rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per capire come aiutare il proprio figlio a modificare il suo comportamento e quindi sostenerlo nel suo sviluppo futuro.

 COME SI PUÒ AIUTARE UN FIGLIO CHE COMPIE ATTI DI BULLISMO?

Prima di tutto è necessario mantenere la calma: niente aggressioni, né giustificazioni. Serve lucidità.

Ed è fondamentale che il ragazzo sappia che i genitori lo amano e vogliono aiutarlo a capire il proprio comportamento e porvi rimedio. Deve essere chiaro che è il comportamento ad essere sbagliato e non il ragazzo in sé, perché un comportamento può essere modificato, una persona no!

Anche in questo caso il ragazzo ha bisogno di capire i propri vissuti emotivi e di conoscere le proprie risorse, ha bisogno di sperimentarsi anche in altri ruoli, oltre a quello che magari lo rassicura perché gli è familiare, ma non necessariamente lo rende felice.

Non serve nemmeno a lui essere etichettato in maniera negativa, mentre è utilissimo accompagnarlo alla scoperta delle parti di sé che non conosce.

A livello pratico sarà necessario stabilire regole chiare da fare rispettare con coerenza e prestare attenzione alle manifestazioni di aggressività. Sarà fondamentale insegnare con il proprio comportamento la differenza tra assertività e aggressività.

  COSA PUÒ FARE LA SCUOLA?

La scuola ha un ruolo importantissimo perché può contemporaneamente fornire aiuto ad entrambi: bullo e vittima.

È il luogo più idoneo per aiutare i ragazzi ad acquisire responsabilità e comprendere le proprie azioni e le loro conseguenze.

La scuola può mettere in atto misure che coinvolgano tutti gli attori coinvolti: i ragazzi, i genitori, gli insegnanti.

Non sempre la punizione diretta del bullo è la modalità più efficace, in genere è molto più utile un lavoro integrato che prevede il coinvolgimento di tutte le figure.

È possibile inserire dei programmi di prevenzione che abbiano l’obiettivo di promuovere le capacità relazionali nel rispetto di sé e degli altri, programmi di educazione socio affettiva che aiutino i bambini, sin dalla scuola per l’infanzia a riconoscere, accogliere e gestire le proprie emozioni, imparando a rispettare se stessi e gli altri.

Solo con interventi precoci di prevenzione e promozione del benessere si potrà evitare che il modello di comportamento aggressivo tipico del bullo, diventi una modalità di relazione preferenziale tra i ragazzi.

Dalla scuola primaria potranno essere costruiti dei programmi di intervento strutturati e continuativi nel tempo che diano spazio:

–          alla formazione/informazione in modo da creare sempre maggiore sensibilità e attenzione sul tema;

–          integrazione dei diversi ruoli professionali in  modo che ci sia un monitoraggio di ciò che accade a diversi livelli e nei diversi spazi;

–          programmi specifici rivolti al gruppo classe perché si possa lavorare in gruppo sulle dinamiche che vengono a  crearsi. Lavoro sull’empatia, la condivisione, il rispetto reciproco;

–          interventi individuali sia con le vittime che con i bulli;

–          coinvolgimento dei genitori come parte fondamentale di un progetto educativo più ampio.

Naturalmente sarebbe opportuno che gli interventi a scuola venissero coordinati da un professionista esperto che riesca a capire anche se è necessario attivare degli interventi di sostegno familiare o individuale di natura psicologica.

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

 Studio di psicologia Psynerghia

Bullismo a scuola. Le riflessioni dei genitori

bullismo scuola (1)Anche questo mese continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Oggi pubblichiamo le domande e le riflessioni dei genitori su un tema molto attuale: il bullismo a scuola. Martedì 4 aprile troverete il nostro post di risposta.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Bullismo a scuola come prevenire? Il bullismo è l’espressione della parte più oscura e peggiore dei nostri figli. Parleremo del ruolo dei genitori delle vittime e dei genitori dei bulli. Come noi genitori possiamo comprendere i segnali e intervenire.

Se mi fermo a riflettere credo di essere stata anche io una vittima di bullismo. I miei compagni delle medie mi offendevano, mi insultavano e mi esiliavano. Tutti i giorni i soliti due o tre mi prendevano in giro e altri della classe li seguivano a ruota. Chi non li seguiva in questi continui sfottò, comunque mi isolava.  Le mie compagne quando organizzavano le feste di compleanno invitavano tutte le ragazze tranne me.

Io piangevo tutti i giorni. Avevo continuamente mal di testa.

Nessuno si accorgeva di niente. Io non ne parlavo con nessuno, piangevo da sola nella mia cameretta. Io la chiamavo cattiveria, oggi si chiama bullismo e il luogo principale dove avviene è la scuola. Oggi come allora.

Quel periodo è stato ampiamente superato e oggi non ha lasciato strascichi, quello che invece è rimasto sono delle domande aperte.

  • Perché dei ragazzi diventano così cattivi con i loro coetanei?
  • Perché c’è omertà da parte di chi vede? Il bullo viene quasi “protetto”.
  • Perché “la cattiveria” raccoglie proseliti e invece la bontà no?
  • Dove erano i miei genitori?

Le prime domande le lascio alle nostre psicologhe dello studio Studiopsynerghia. Se penso che molto spesso gli atti di bullismo si consumano tra compagni di classe mi vengono i brividi. In un’età dove l’amicizia dovrebbe essere il sentimento che accumuna e crea alleanze, invece si assiste a divisioni e atti di violenza con epiloghi alcune volte tragici.

Aspettiamo che siano le nostre psicologhe ad aiutarci a capire. Parto dall’ultima domanda.

Dove erano i miei genitori?

Perché non si sono accorti di quello che mi stava succedendo?

 Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori delle vittime?

I miei genitori erano lì, ma io mi nascondevo. Piangevo di nascosto. Alla famosa domanda “Com’è andata oggi a scuola”?

Rispondevo con la “solita” risposta che oggi sento dalle mie figlie adolescenti “Tutto bene” e che credo la maggior parte dei ragazzi dica ai genitori.

Ma dentro di me mi chiedevo anche perché mia mamma non si accorgesse di tutta la mia sofferenza e disperazione.

Quello era bullismo, oggi è questo il suo nome. Ma io lo nascondevo, e lo nascondevo bene. Perché? Non lo so. Credo i ragazzi facciano così. I ragazzi parlano molto poco con i propri genitori anche quando ne hanno un bisogno disperato.

I genitori delle vittime di bullismo si accorgono solo nei casi più gravi. Quando il bullismo è psicologico, non lascia segni visibili e solo quando le ferite nell’anima diventano molto profonde allora il ragazzo parla o il genitore se ne accorge.

Bullismo a scuola come prevenire. Il dialogo è la chiave

Superficialità? È questo quello che sono i genitori delle vittime? È facile trarre conclusioni. Chi ha dei figli sa che la più grande (e difficile) conquista per un genitore è stabilire un dialogo. In adolescenza il quadro si complica, tuo figlio sta crescendo e tu hai il dovere di lasciarlo andare pian piano alla ricerca della sua strada. No, non credo sia superficialità, è che questi ragazzi davvero non ti parlano.

Forse anche per noi genitori non è facile accettare che gli atti di bullismo non sono solo quelli che sentiamo alla televisione. Allora come possiamo prevenire il bullismo nelle scuole? Io ogni tanto parlo con le mie figlie, chiedo, indago, si il termine non è bellissimo, ma faccio anche questo. Non è sufficiente chiedere se tutto va bene, io lo so.

Quali sono le domande da fare ai nostri figli? Quali sono i segnali da tenere sotto controllo? E come possiamo insegnargli a non coprire il bullo?

Tutti condannano il bullismo, ma indovina un po’ anche i bulli hanno i genitori.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori dei bulli?

I genitori dei bulli sanno come si comportano i loro figli? Io credo proprio di si. Nell’articolo Bullismo come riconoscerlo http://www.genitorialmente.it/2016/02/bullismo-come-riconoscerlo/ ho raccontato di come la mamma del bullo difendeva suo figlio e accusava mia figlia perché non subiva in silenzio le sue angherie.

Il bullismo dei ragazzi nasce dal bullismo dei genitori. Tra gli adulti si parla di arroganza, sopraffazione, di potere, inventiamo scuse questo è bullismo.

Mi spiace puntare il dito contro tante mamme che difendono il loro figlio, ma forse un bell’esame di coscienza la sera prima di andare a letto (come ci dicevano da piccoli) può aiutare. La mamma del compagno di mia figlia affermava che suo figlio era una vittima. Addirittura lui a casa piangeva perché quando insultava mia figlia lei gli teneva testa e questa comportamento gli creava crisi isteriche. Ha continuato a difendere il figlio, ha continuato a rovinare il figlio e continuerà a rovinare suo figlio.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono gli insegnanti?

Gli insegnanti hanno una grande responsabilità perché è nel loro territorio che questo fenomeno ha il suo principale campo di applicazione. Il consiglio che mi sento di dare ai genitori che sospettano che ci siano delle situazione “a rischio” è di parlarne immediatamente con gli insegnantiIMMEDIATAMENTE.

È importante che il corpo docente si senta preso in causa e responsabilizzato. Gli insegnanti di mia figlia, che non si erano accorti di niente, hanno immediatamente spostato al primo banco il ragazzo, in modo che si sentisse con le “spalle scoperte”. Una piccola mossa ma con un importante valore, mia figlia ha capito che non era sola.

L’altro consiglio che mi sento di dare, è di vigilare sempre. Purtroppo per quanto ci riguarda la situazione sembrava sotto controllo, invece ad un certo punto è esplosa dividendo la classe. Ovviamente mia figlia ci aveva sempre detto “Tutto bene”. Lei aveva iniziato la sua battaglia con il suo compagno da sola, lei ne soffriva ma combatteva. Però nella mia mente rimbalzava sempre la frase di quel ragazzo:

“Io qualche giorno fuori da scuola la picchio, tanto nessuno mi può dire niente”.

La frase mi è stata riferita della mamma del ragazzo, con un grande tono di sfida.

Un altro consiglio per i genitori è di fare un colloquio con l’insegnante di educazione fisica. Durante l’ora di ginnastica i ragazzi si sentono più liberi e parlano, si sfogano. Questo insegnante può rivelare verità inaspettate.

Bullismo a scuola: come prevenire? Le due psicologhe dello studio Studiopsynerghia     la settimana prossima con il loro articolo ci aiuteranno a capire come fare perché il bullismo scompaia. Io credo che anche i bulli siano delle vittime, vittime di genitori che non li aiutano, vittime di una società con una forte crisi di ideali, ma soprattutto vittime di loro stessi.

 

 

Bullismo a scuola come prevenire? Mai da soli, tra i nostri partner ci sono:

MaBasta  http://www.mabasta.org/partner.html il movimento di studenti che lotta contro il bullismo.

AIED http://www.aied-roma.it/nobullismo/partner_nobullismo/  per il contest #nobullismo

Adolescenti e problemi scolastici. Le risposte delle psicologhe

foto Psi scuola e adolescenzaLa nostra collaborazione con la rubrica  Figli al centro  del blog Genitorialmente questo mese continua con un tema interessante e molto attuale: cosa possono fare i genitori di fronte ai problemi scolastici dei figli?

Proviamo a rispondere alle domande dei genitori partendo da una riflessione sull’adolescenza come età di passaggio e di cambiamento, non solo per i ragazzi che la vivono in prima persona, ma anche per le famiglie coinvolte che si ritrovano a dover costruire nuove strategie e modelli d’azione per affrontare una sfida complicata.

Soprattutto la prima adolescenza, che va dai 12 ai 14 anni, è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici e, se spesso i genitori hanno la sensazione di ritrovarsi in casa degli estranei, per loro può essere utile tenere a mente che in questa fase della vita accade di frequente che gli adolescenti stessi facciano fatica a riconoscersi.

Cambia la percezione del proprio aspetto, che  molto di rado è soddisfacente e cambia l’umore. Gli adolescenti  possono sentirsi felicissimi per un  momento e subito dopo andare incontro alla più nera disperazione. L’umore e l’immagine di sé sono fluttuanti e mutevoli. Allo stesso tempo c’è l’alternanza di momenti di grande maturità e momenti di infantilismo.

I ragazzi che si ritrovano a vivere in questo equilibrio precario hanno bisogno di trovare delle certezze nei genitori, che invece molto spesso si spaventano nel vedere gli sbalzi d’umore, l’insoddisfazione, la continua ricerca, le risposte brusche, i silenzi, le porte sbattute e magari anche un cambiamento che avviene nella sfera scolastica.

Per il genitore non esiste un unico modo “giusto” di affrontare queste difficoltà: a volte la risposta è il dialogo, a volte il rispetto del desiderio di silenzio, altre volte, invece, è opportuno saper reggere una discussione animata e avere la capacità di mettere un freno a una situazione che può essere pericolosa. Ma ciò che è più utile per un adolescente è sentire che i suoi genitori ci sono, sono presenti e non scapperanno di fronte alle sue intemperanze, né si irrigidiranno in modo eccessivo.

Il punto focale è essere fermi rispetto ai valori e alle regole che si ritengono fondamentali ma anche flessibili per affrontare e a insegnare ad affrontare il cambiamento.

È molto importante la capacità di riconoscere e accogliere i cambiamenti che stanno avvenendo nei figli e riadattare l’immagine che si ha di loro, in modo da svolgere una funzione molto importante in questa fase della vita: la funzione di rispecchiamento, che permette ai figli di potersi riconoscere nello sguardo e nelle interazioni con i propri genitori. In parte infatti sviluppiamo il senso di noi stessi proprio vedendoci rispecchiati negli occhi degli altri, vedendo come gli altri reagiscono a noi, connettendoci con le emozioni che sentiamo di suscitare in loro.

I genitori devono quindi accogliere il figlio cresciuto, mantenendo sempre dentro di sé l’immagine del bambino che ben conoscono in modo da non farsi spaventare o scoraggiare dalle nuove modalità.

Per l’adolescente è fondamentale sapere che i genitori hanno fiducia in lui anche quando le cose non vanno alla perfezione, come lui o loro vorrebbero. Il fatto di vedere riflessa negli occhi dei genitori un’immagine positiva di sé è un bene prezioso, talmente prezioso da rappresentare una base sicura, un buon nutrimento per l’autostima e la fiducia in sé e anche un rinforzo della capacità di fare scelte giuste in futuro.

Questo non significa chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà ma sapere che queste possono essere affrontate; occorre sempre ricordare che anche una situazione complessa e negativa può essere temporanea.

Fatta questa premessa generale, valida per affrontare tutti i tipi di difficoltà che coinvolgono la relazione tra genitori e figli andiamo a vedere gli aspetti più specifici relativi alla scuola.

La scuola è un’agenzia di socializzazione fondamentale, un luogo nel quale si possono sviluppare contemporaneamente aspetti cognitivi, emotivi e relazionali.

Possiamo senz’altro dire che un ragazzo che resta al di fuori del ciclo di scolarizzazione obbligatoria, oggi, può essere definito un cittadino dimezzato, che gode dei diritti civili ma avrà probabilmente una situazione precaria dal punto di vista sociale e lavorativo.

A scuola i ragazzi possono incontrare modelli adulti differenti dai loro genitori, e soprattutto confrontarsi con i coetanei in un contesto protetto. Dall’appartenenza scolastica deriva il ruolo sociale attribuito a chi attraversa l’adolescenza: il ruolo di studente, aspetto costituivo fondamentale in questa età. Molto spesso se si chiede ai ragazzi di definirsi, diranno di sé che sono degli studenti, definizione valida per tutte le età e per entrambi i generi.

La scuola è vista dai ragazzi come un mezzo utile per arrivare all’inserimento lavorativo e per l’emancipazione personale, ma è anche considerata uno dei percorsi più difficili da affrontare.

Uno degli aspetti che maggiormente influiscono sul clima psicologico della classe è la natura della relazione tra insegnanti e studenti. Gli insegnanti, come detto sopra, sono dei modelli adulti differenti da quelli genitoriali, proprio per questo molto utili per allargare le alternative di scelta con cui identificarsi. È molto importante il fatto che gli insegnanti non siano legati in modo affettivamente intenso ai ragazzi come i loro genitori, per questo sono in grado di fornire modelli sociali psicologicamente meno invischianti e più utili per la costruzione della propria identità in adolescenza. Un altro aspetto molto importante è legato al fatto che è proprio a scuola che i ragazzi mettono in atto le prime trasgressioni verso le regole istituzionali: assenze all’insaputa dei genitori, fumare in bagno, non fare i compiti ecc, e grazie a questo imparano anche a conoscere e subire le sanzioni legate alla violazione delle prime regole sociali.

Essendo un contesto nel quale si sviluppano processi e si costruiscono relazioni, spesso diventa il luogo nel quale i ragazzi manifestano il loro disagio.

Il disagio scolastico è un fenomeno legato alla scuola, come luogo di insorgenza, ma che non può prescindere da variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche, il contesto familiare e culturale in senso più ampio. Si esprime in una varietà di situazioni problematiche che possono causare insuccesso scolastico e disaffezione alla scuola.

Visto il suo carattere composito e multifattoriale appare necessaria una lettura sistemica, che vada oltre la definizione, univoca e statica del disagio e si incentri sui significati che questo può assumere. L’essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente coinvolto nella relazione con altri esseri umani, sempre impegnato ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Appare dunque chiaro come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

I ragazzi si trovano a muoversi tra due importanti punti di riferimento ed è fondamentale che tra questi ci sia un dialogo.

Se scuola e famiglia collaborano il ragazzo si sentirà contenuto e, anche se mette in atto modalità di contestazione, avrà la certezza che c’è qualcuno che si preoccupa per lui e che ci tiene al suo futuro. Se non c’è collaborazione tra le figure adulte, che in questa fase sono le più importanti, è molto probabile che di fronte ad una difficoltà sia facile per il ragazzo deresponsabilizzarsi e attribuire la causa dei problemi alla scuola, soprattutto agli insegnanti.

I ragazzi non lo fanno con malignità, è un naturale processo umano (dal quale non siamo esenti nemmeno noi adulti) che fa sì che, quando si percepisce che tra due persone o sistemi organizzativi c’è una difficoltà, si crea lo spazio nel quale infilarsi e stare, ottenendo l’obiettivo non esplicitamente perseguito di estremizzare le difficoltà iniziali. È lo stesso fenomeno che si presenta quando c’è un conflitto forte tra i due genitori e si creano in famiglia alleanze e coalizioni tra un figlio e un genitore contro l’altro genitore.

La soluzione al problema posto da Manu non è dunque semplice e lineare ma comprende diversi livelli d’azione.

È certamente corretto il porsi in una posizione di ascolto e rispetto dei figli, cercare di comprendere cosa stanno vivendo e se ci sono delle difficoltà per le quali c’è bisogno anche del supporto di un adulto. Manu stessa ha sperimentato che il polso troppo duro non serve. È corretto anche il non focalizzarsi solo sulla scuola perché per i ragazzi è fondamentale sentirsi presi in considerazione dai propri genitori nella propria totalità e non “solo in quanto studenti”.

È dunque fondamentale vedere e riconoscere ciò che di positivo ha un figlio e dimostrare di avere fiducia in lui.

Un altro aspetto importante è provare a costruire un dialogo con gli insegnanti, perché probabilmente, anche se in modo involontario, a loro arriva il messaggio di squalifica che i genitori sentono nei loro confronti. Questa modalità porta ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad una chiusura da entrambe le parti e a farne le spese sono sempre i ragazzi.

Rispetto alla domanda specifica di cosa fare per la scelta della scuola superiore  ci sembra importante che la  ragazza abbia espresso il suo desiderio e la sua posizione. Un desiderio che, tra l’altro, non è quello di scegliere la strada più comoda, e che contiene in sé la volontà di affrontare le proprie temporanee difficoltà. Ci viene in mente che si potrebbe approfittare di questo momento importante per proporre agli insegnanti di inserire un progetto di orientamento per i ragazzi, con un professionista che li aiuti a capire qual è la scelta più adeguata a loro sulla base di elementi concreti come i valori, le attitudini, gli interessi, la motivazione ecc. Una proposta di questo tipo, magari concordata con gli altri genitori, agisce su due livelli: la possibilità di costruire una sinergia con gli insegnanti e la volontà di aiutare i propri figli a fare scelte consapevoli per il proprio futuro.

Se la scuola non avesse questa possibilità si può pensare di farlo fare ai propri figli anche individualmente, non si tratta di una psicoterapia, ma di un lavoro di sostegno e orientamento che può tranquillamente essere svolto in pochi incontri e che può aiutare, da un lato il ragazzo a chiarirsi le idee e capire davvero cosa vuole fare e, dall’altro, anche i genitori a fidarsi con più serenità delle scelte dei propri figli.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

I problemi scolastici in adolescenza. Cosa possono fare i genitori?

problemi scolasticiContinua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente.

Questo mese parleremo dei problemi scolastici in adolescenza e lo faremo a partire dalle domande e dalle riflessioni dei genitori.

Venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

“Questo mese con le nostre psicologhe dello Studio Psynerghia   per la rubrica Figli al centro  parleremo di un argomento che preoccupa tantissime famiglie: i problemi scolastici in adolescenza.

Il momento più critico per noi è stata la seconda media, o meglio, il momento di cambio, perché le criticità grosse sono arrivate ora che mia figlia è in terza media.

Una ragazzina indipendente, capace, che sebbene continuasse a dichiarare che “non voleva andare a scuola e che non le piaceva studiare”, come si suol dire “faceva il suo dovere”. E lo faceva abbastanza bene.

La situazione a scuola: il corpo docente fa acqua da più parti: poca professionalità, poca voglia di lavorare, di insegnare e nessuno stimolo per i ragazzi. Eccezion fatta per l’insegnante di matematica, gli altri professori sono arrivati addirittura ad abbassare il livello di difficoltà delle verifiche cosicché i voti risultino più alti, ma la preparazione si abbassa sempre di più. Nonostante questo mia figlia passa dal 9 in matematica e scienze (dove c’è un’insegnante capace) a insufficienze gravi e continue in altre materie.

Con insegnanti di questo tipo non c’è alcuna possibilità di collaborazione e di dialogo. Quindi noi genitori dobbiamo cavarcela da soli.

I problemi scolastici in adolescenza diventano ancora più grandi quando sei solo.

Mia figlia fino alla prima media ha avuto degli insegnanti eccellenti, ora tutto è cambiato. Le spieghiamo che questa è la vita, che deve studiare per se stessa; ma forse è un po’ presto per una ragazzina di 13 anni capire che se un adulto “se ne frega” di fare il suo dovere perché un ragazzino dovrebbe fare diversamente?

Tantissimi genitori come me hanno problemi scolastici in adolescenza che iniziano a quest’età e non si sa quando finiranno.

I nostri figli troveranno sempre insegnanti incapaci e demotivati e loro dovranno trovare le motivazioni in loro stessi. Ma come? Dirglielo e ripeterglielo non serve o non basta.

L’incapacità dei professori e le carenze della scuola non possono diventare un alibi per il calo di rendimento.

Come provare a risolvere i problemi scolastici in adolescenza?

Noi abbiamo iniziato con le punizioni: via il cellulare, via la televisione. Ho pronunciato la fatidica frase “Se non studi, allora lavori” dandole dei lavoretti da fare in casa. Le abbiamo dato 15 giorni di tempo per dimostrarci il suo nuovo impegno. Risultato? Quasi nullo. Il tutto corredato dalle solite bugie di come le insufficienze non fossero colpa sua.

Abbiamo provato con le cattive e poi siamo passati al dialogo e al confronto. Per risolvere i problemi scolastici in adolescenza abbiamo pensato ad un approccio che non andasse diretto al problema scuola, ma abbiamo puntato sul darle fiducia, sul riconoscere le sue capacità.

In questi giorni dobbiamo scegliere anche la scuola superiore. Mia figlia vuole fare il Liceo, ma adesso i suoi risultati sono così bassi che è a rischio bocciatura. Gli insegnanti le hanno consigliato l’Istituto Tecnico. Lei parla di scelta importante per il suo futuro, di responsabilità, ma poi di fronte ai fatti non studia. Il suo problema è che non è interessata a quelle materie, quindi si distrae e non riesce a studiare.

Le abbiamo fatto molte domande e ci siamo fatti molte domande.

Spesso i problemi scolastici in adolescenza dipendono da “qualcosa che è successo” che ha alterato i vecchi equilibri. Ne abbiamo parlato con nostra figlia: prima lasciandola riflettere a ruota libera e quando non è emerso nulla abbiamo cercato di instradarla verso ipotetici problemi con le compagne, i professori o altro. Nulla, non è successo niente.

E se invece ci fosse qualcosa che non ci dice?

Io credo di no. Ma io sono la mamma e come sempre i genitori sono gli ultimi a sapere le cose. Però mi domando anche

“Chi meglio di me può conoscere mia figlia?”

Il nostro è un bel rapporto, ma nessun ragazzo si confida con i genitori …

Lei è la secondogenita e l’abbiamo sempre ritenuta molto sveglia e indipendente, sia perché i “secondi” imparano dai maggiori che per la sua personalità. Pur consapevoli dei suoi punti deboli abbiamo anche avuto le prove di quanto sapesse essere indipendente e organizzata.

Forse l’abbiamo lasciata troppo sola?

 Ci siamo fidati troppo?

Ora stiamo tornando a controllare tutto: compiti svolti, quaderni, preparazione nelle materie orali, insomma stiamo tornando a quello che non facevamo più dalla 4^ elementare. E’ giusto?

Lei vuole fare il liceo perché ritiene che sia una scuola che la prepara per il futuro. Noi siamo d’accordo con lei, siamo convinti che ne ha le capacità ma abbiamo grandi dubbi sulla sua volontà. Quello che vogliamo soprattutto è che affronti un percorso di studi con serenità e con i giusti stimoli intellettuali.

“Come fai ad affrontare le difficoltà di un liceo se non riesci ad affrontare le difficoltà delle scuole medie? Scegli una scuola più facile”

“Adesso mi impegno”.

Domande e risposte che si rincorrono da giorni. Solo parole e pochissima concretezza.

Gli adolescenti sono un misto di spensieratezza, sogno e superficialità (beati loro): come facciamo a farli stare con i piedi per terra?

Dobbiamo convincerla (sempre che ci riusciamo) a iscriversi ad una scuola più semplice? Dobbiamo farlo noi per lei? O dobbiamo motivarla e diventare noi un po’ più incoscienti? Che genitori saremmo?

Ogni tanto mi chiedo se i problemi scolastici in adolescenza si “risolvono” credendo in ciò che non vediamo. Ma noi, abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli anche da loro stessi.

Sono tante le domande che mi pongo come genitore.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog  ci aiuteranno a trovare alcune risposte e a riflettere sul come fare la cosa giusta.

I problemi scolastici in adolescenza minano la serenità del rapporto genitori-figli, la serenità dell’intero nucleo familiare. Un genitore deve seguire i figli, senza soffocarli e dandogli la possibilità di imparare dai propri errori; fino al punto in cui gli errori non diventano troppo grandi o i figli non si sentono abbandonati. Ma qual è questo punto?”

Firma Manu