Archivio tag: Maria Grazia Rubanu

Passaporta per quale futuro…Grazie!!!

IMG_20170326_102846Domenica scorsa si è svolto il nostro laboratorio per bambine e bambini“Passaporta per quale futuro”, un laboratorio sulla rappresentazione di sé alla scoperta delle tante professioni possibili.

Si tratta di un laboratorio svolto all’interno della terza edizione dell’evento “Le lesbiche si raccontano”, pensato e realizzato insieme all’associazione Famiglie Arcobaleno, con la quale collaboriamo da anni.

Hanno partecipato 15 bambine e bambini che si sono divertiti a costruire il proprio futuro con colori, fogli di carta, oggetti magici e la loro splendida creatività.

 

 

 

 

 

 

 

Attività di disegno e momenti di gioco si sono alternati in una cornice semi-magica che ha permesso a tutte e tutti di esprimersi utilizzando modalità comunicative differenti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le carte de “Il gioco del rispetto” sono state un prezioso ausilio per stimolare la riflessione sulle possibili professioni future, che possono essere svolte da chiunque, indipendentemente dal fatto che si sia maschi o femmine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E così, tra gioco e magia le bambine e i bambini hanno sperimentato che non ci sono lavori da maschio e lavori da femmina ma solo lavori che, se appassionano, permettono la crescita e la realizzazione di sé.

Il nostro obiettivo era quello di lavorare sugli stereotipi di genere, sulla possibilità di elaborare un proprio punto di vista e sulla libertà di espressione.

Vedendo i disegni dei bambini e delle bambine e ascoltando le loro parole crediamo di avere gettato un seme in questa direzione e questo ci rende davvero felici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra le tante professioni emerse c’è stata: la paracadutista, il pilota di aerei, la scienziata, la paleontologa, la signora che fa nascere i bambini (ostetrica), la ballerina, il veterinario, l’astronauta, la pattinatrice, la carabiniera, la muratrice bravissima a costruire case, la signora dei cani (allevatrice)… tanti mestieri possibili, tutti realizzabili, se saranno loro per prime/i a credere nei propri sogni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi lasciamo con la filastrocca e la formula magica che le bambine e i bambini hanno recitato con grande entusiasmo all’uscita del tunnel passaporta.

E adesso con un po’ di magia

Facciamo un volo con la fantasia

Avete pensato e poi disegnato

E il vostro futuro immaginato

Un futuro da sognare

E piano piano avvicinare

Il futuro e lì che aspetta

E voi avete la bacchetta

La bacchetta per creare

Tutto ciò che amate fare

Del futuro siete Streghe e Maghi

Pronti sempre a spaventare i draghi

 

Su coraggio, la Passaporta attraversiamo

E tutti insieme la formula magica ripetiamo:

Coda di drago

Lingua di mago

Bianco coniglio

Verde trifoglio

La mia vita è un bianco foglio

La coloro come voglio!

Grazie a chi ha collaborato con noi: le bambine e i bambini e i loro genitori, l’associazione Famiglie Arcobaleno, le colleghe Roberta Scanu e Sara Fanti e l’associazione Arc Cagliari che ci ha ospitato nella bellissima location del Lazzaretto di Cagliari.

Al prossimo anno!

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras  per lo studio Psynerghia e Silvia De Simone per Famiglie Arcobaleno

Bullismo a scuola. Le riflessioni dei genitori

bullismo scuola (1)Anche questo mese continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Oggi pubblichiamo le domande e le riflessioni dei genitori su un tema molto attuale: il bullismo a scuola. Martedì 4 aprile troverete il nostro post di risposta.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Bullismo a scuola come prevenire? Il bullismo è l’espressione della parte più oscura e peggiore dei nostri figli. Parleremo del ruolo dei genitori delle vittime e dei genitori dei bulli. Come noi genitori possiamo comprendere i segnali e intervenire.

Se mi fermo a riflettere credo di essere stata anche io una vittima di bullismo. I miei compagni delle medie mi offendevano, mi insultavano e mi esiliavano. Tutti i giorni i soliti due o tre mi prendevano in giro e altri della classe li seguivano a ruota. Chi non li seguiva in questi continui sfottò, comunque mi isolava.  Le mie compagne quando organizzavano le feste di compleanno invitavano tutte le ragazze tranne me.

Io piangevo tutti i giorni. Avevo continuamente mal di testa.

Nessuno si accorgeva di niente. Io non ne parlavo con nessuno, piangevo da sola nella mia cameretta. Io la chiamavo cattiveria, oggi si chiama bullismo e il luogo principale dove avviene è la scuola. Oggi come allora.

Quel periodo è stato ampiamente superato e oggi non ha lasciato strascichi, quello che invece è rimasto sono delle domande aperte.

  • Perché dei ragazzi diventano così cattivi con i loro coetanei?
  • Perché c’è omertà da parte di chi vede? Il bullo viene quasi “protetto”.
  • Perché “la cattiveria” raccoglie proseliti e invece la bontà no?
  • Dove erano i miei genitori?

Le prime domande le lascio alle nostre psicologhe dello studio Studiopsynerghia. Se penso che molto spesso gli atti di bullismo si consumano tra compagni di classe mi vengono i brividi. In un’età dove l’amicizia dovrebbe essere il sentimento che accumuna e crea alleanze, invece si assiste a divisioni e atti di violenza con epiloghi alcune volte tragici.

Aspettiamo che siano le nostre psicologhe ad aiutarci a capire. Parto dall’ultima domanda.

Dove erano i miei genitori?

Perché non si sono accorti di quello che mi stava succedendo?

 Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori delle vittime?

I miei genitori erano lì, ma io mi nascondevo. Piangevo di nascosto. Alla famosa domanda “Com’è andata oggi a scuola”?

Rispondevo con la “solita” risposta che oggi sento dalle mie figlie adolescenti “Tutto bene” e che credo la maggior parte dei ragazzi dica ai genitori.

Ma dentro di me mi chiedevo anche perché mia mamma non si accorgesse di tutta la mia sofferenza e disperazione.

Quello era bullismo, oggi è questo il suo nome. Ma io lo nascondevo, e lo nascondevo bene. Perché? Non lo so. Credo i ragazzi facciano così. I ragazzi parlano molto poco con i propri genitori anche quando ne hanno un bisogno disperato.

I genitori delle vittime di bullismo si accorgono solo nei casi più gravi. Quando il bullismo è psicologico, non lascia segni visibili e solo quando le ferite nell’anima diventano molto profonde allora il ragazzo parla o il genitore se ne accorge.

Bullismo a scuola come prevenire. Il dialogo è la chiave

Superficialità? È questo quello che sono i genitori delle vittime? È facile trarre conclusioni. Chi ha dei figli sa che la più grande (e difficile) conquista per un genitore è stabilire un dialogo. In adolescenza il quadro si complica, tuo figlio sta crescendo e tu hai il dovere di lasciarlo andare pian piano alla ricerca della sua strada. No, non credo sia superficialità, è che questi ragazzi davvero non ti parlano.

Forse anche per noi genitori non è facile accettare che gli atti di bullismo non sono solo quelli che sentiamo alla televisione. Allora come possiamo prevenire il bullismo nelle scuole? Io ogni tanto parlo con le mie figlie, chiedo, indago, si il termine non è bellissimo, ma faccio anche questo. Non è sufficiente chiedere se tutto va bene, io lo so.

Quali sono le domande da fare ai nostri figli? Quali sono i segnali da tenere sotto controllo? E come possiamo insegnargli a non coprire il bullo?

Tutti condannano il bullismo, ma indovina un po’ anche i bulli hanno i genitori.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori dei bulli?

I genitori dei bulli sanno come si comportano i loro figli? Io credo proprio di si. Nell’articolo Bullismo come riconoscerlo http://www.genitorialmente.it/2016/02/bullismo-come-riconoscerlo/ ho raccontato di come la mamma del bullo difendeva suo figlio e accusava mia figlia perché non subiva in silenzio le sue angherie.

Il bullismo dei ragazzi nasce dal bullismo dei genitori. Tra gli adulti si parla di arroganza, sopraffazione, di potere, inventiamo scuse questo è bullismo.

Mi spiace puntare il dito contro tante mamme che difendono il loro figlio, ma forse un bell’esame di coscienza la sera prima di andare a letto (come ci dicevano da piccoli) può aiutare. La mamma del compagno di mia figlia affermava che suo figlio era una vittima. Addirittura lui a casa piangeva perché quando insultava mia figlia lei gli teneva testa e questa comportamento gli creava crisi isteriche. Ha continuato a difendere il figlio, ha continuato a rovinare il figlio e continuerà a rovinare suo figlio.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono gli insegnanti?

Gli insegnanti hanno una grande responsabilità perché è nel loro territorio che questo fenomeno ha il suo principale campo di applicazione. Il consiglio che mi sento di dare ai genitori che sospettano che ci siano delle situazione “a rischio” è di parlarne immediatamente con gli insegnantiIMMEDIATAMENTE.

È importante che il corpo docente si senta preso in causa e responsabilizzato. Gli insegnanti di mia figlia, che non si erano accorti di niente, hanno immediatamente spostato al primo banco il ragazzo, in modo che si sentisse con le “spalle scoperte”. Una piccola mossa ma con un importante valore, mia figlia ha capito che non era sola.

L’altro consiglio che mi sento di dare, è di vigilare sempre. Purtroppo per quanto ci riguarda la situazione sembrava sotto controllo, invece ad un certo punto è esplosa dividendo la classe. Ovviamente mia figlia ci aveva sempre detto “Tutto bene”. Lei aveva iniziato la sua battaglia con il suo compagno da sola, lei ne soffriva ma combatteva. Però nella mia mente rimbalzava sempre la frase di quel ragazzo:

“Io qualche giorno fuori da scuola la picchio, tanto nessuno mi può dire niente”.

La frase mi è stata riferita della mamma del ragazzo, con un grande tono di sfida.

Un altro consiglio per i genitori è di fare un colloquio con l’insegnante di educazione fisica. Durante l’ora di ginnastica i ragazzi si sentono più liberi e parlano, si sfogano. Questo insegnante può rivelare verità inaspettate.

Bullismo a scuola: come prevenire? Le due psicologhe dello studio Studiopsynerghia     la settimana prossima con il loro articolo ci aiuteranno a capire come fare perché il bullismo scompaia. Io credo che anche i bulli siano delle vittime, vittime di genitori che non li aiutano, vittime di una società con una forte crisi di ideali, ma soprattutto vittime di loro stessi.

 

 

Bullismo a scuola come prevenire? Mai da soli, tra i nostri partner ci sono:

MaBasta  http://www.mabasta.org/partner.html il movimento di studenti che lotta contro il bullismo.

AIED http://www.aied-roma.it/nobullismo/partner_nobullismo/  per il contest #nobullismo

Passaporta per quale futuro? Laboratorio per bambine e bambini

Locandina Passaporta per quale futuroAnche quest’anno saremo presenti alla manifestazione “Le lesbiche si raccontano” con i nostri laboratori per bambine e bambini.

 
Il 26 marzo scopriremo insieme a loro che non ci sono mestieri “da maschio” e mestieri “da femmina” ma solo mestieri che ci piacciono e ci fanno sentire realizzat*.

 
Lo faremo giocando … con un tocco di magia …

 
Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras per lo studio Psynerghia e Famiglie Arcobaleno 

 
Con la collaborazione di Roberta Scanu e Sara Fanti

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le riflessioni delle psicologhe

fiducia-treccaniContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it e questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli

Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, –cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Abbiamo iniziato questo post con la definizione della parola Fiducia tratta dal dizionario Treccani della lingua italiana. Una definizione che ci piace sottolineare soprattutto per la parte in cui si parla della produzione di “un sentimento di sicurezza e tranquillità”.

Quel sentimento di sicurezza e tranquillità al quale, nella fase della famiglia con figli adolescenti, tutti tendono: sia i genitori che i figli.

Il primo punto che ci preme sottolineare è dunque questo: anche se appaiono in contrasto tra loro, genitori e figli adolescenti vogliono la stessa cosa: sentirsi sereni e tranquilli e sentire che le persone a cui vogliono bene hanno fiducia in loro.

La fiducia ha dunque strettamente a che fare con la RECIPROCITÀ.

È vero ciò che dice Manu: la fiducia è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, già dal primo vagito, segue il ritmo delle relazioni che si instaurano e non può mai darsi per assodata. È sempre in costruzione e in mutamento, a seconda, non solo, come spesso si crede, dell’età dei figli, ma anche della fase di vita che i genitori stanno attraversando.

Chi ha figli adolescenti spesso tende a punteggiare sui loro mutamenti e si pone come osservatore esterno di ciò che accade, dimenticando di essere parte di un sistema in interazione costante e in cui i singoli membri vivono una condizione di INTERDIPENDENZA, in cui il comportamento e le emozioni di ognuno sono fortemente collegati a quelli degli altri.

Si parla spesso di adolescenza come fase di cambiamenti profondi, di imprevedibilità e di incertezza, ma l’adolescenza è anche una creazione degli adulti, ha a che fare con la nostra paura di fronte a ciò che è mutevole. L’adolescenza dunque non è solo CRISI ma anche SPINTA VITALE VERSO IL CAMBIAMENTO e una richiesta, che può diventare urlo, al mondo adulto perché ascolti la parola del passaggio tra chi non è più e chi non è ancora.

Non si è più bambini ma non si è ancora adulti.

Questo momento di passaggio ha bisogno della collaborazione di tutto il sistema familiare: i ragazzi hanno diritto di attraversare il loro momento di crisi e i genitori devono ricostruire l’equilibrio tra distanza e vicinanza, ma spesso si sentono in difficoltà perché fanno fatica a contattare gli adolescenti che sono stati per poter entrare in contatto con i propri figli.

Noi adulti tendiamo a vedere gli adolescenti in due modi: o come creature inquiete, in guerra col mondo, o come esseri fragili e insicuri alla ricerca della propria identità. Ma questa età ha anche il volto della creatività, del desiderio di costruire se stessi e il proprio futuro, di fare progetti, di mettersi alla prova e di inseguire i propri sogni e con essi costruire una vita che valga la pena di essere vissuta.

Abbiamo già detto che l’adolescenza viene spesso collegata all’idea di crisi ma non dobbiamo dimenticare che il termine crisi contiene in sé i concetti di separazione e di scelta e la doppia lettura di vincolo e opportunità.

La crisi non è qualcosa che deve essere evitato, ma va vissuta anche se appare drammatica, perché è un passaggio necessario per la costruzione di un’identità adulta. È proprio laddove la crisi viene evitata che compaiono i sintomi e le patologie. È in questo momento che gli adulti che supportano e curano devono resistere alla tentazione di sostituirsi ai figli e trovare le soluzioni per loro. Per aiutarli davvero devono saper reggere lo stare nel tempo sospeso dell’incertezza, dell’ambivalenza e della confusione.

Le relazioni tra genitori e figli si modificano e cominciano ad emergere differenze che diventano contrapposizioni e conflitti. Si tratta del conflitto necessario per la costruzione della propria indipendenza, una condizione nella quale per affermare se stessi è necessario portare avanti la cosiddetta caduta degli dei. Un bisogno di ridefinizione del legame con i genitori che non sono più le figure idealizzate dell’infanzia ma vengono trasformate in esseri umani reali con i limiti  e le debolezze che questo comporta.

Per i ragazzi è difficile parlare con gli adulti perché questi spesso sono più concentrati sul modello pedagogico della svalutazione degli adolescenti, anziché sulla loro valorizzazione. I ragazzi vogliono essere presi sul serio, si aspettano di essere ascoltati perché hanno cose importanti da dire. Si trovano ad oscillare  tra il sentirsi grandi e piccoli e vengono trattati in modi contrastanti anche da coloro che li circondano.

Non hanno bisogno di sentirsi fare delle prediche ma di incontrare il saper fare e il saper essere dei propri genitori e degli adulti in generale. Le domande in questa fase sono sempre due: chi sono io e da chi sono diverso? Due domande in cerca di risposte che possano bilanciare tra l’autoidentificazione e la differenziazione dall’altro.

Durante l’infanzia è l’adulto, adorato e idealizzato a filtrare i bisogni dei bambini e fare da mediazione con l’esterno, in adolescenza i ragazzi devono prendere in carico se stessi e iniziano a sperimentare le proprie abilità e competenze anche attraverso lo stato di confusione che spesso si trovano a vivere, una confusione che non ha a che fare con difficoltà cognitive ma con la complessità del gestire emozioni e vissuti interni difficili da integrare perché spesso contrastanti e questo da luogo a senso di smarrimento e paura o anche tentativi di negazione. Hanno difficoltà ad avere familiarità con il loro sentire interno, eppure è proprio questa la condizione per potersi fidare di se stessi. È per questo che in questa età sono così frequenti gli agìti, la messa in atto di comportamenti rischiosi che rappresentano un cortocircuito del pensiero e permettono di sperimentare il proprio mondo senza il filtro della coscienza, come se fosse il corpo a dominare.

Il cortocircuito diventa circolo vizioso nel momento in cui gli adulti, che dovrebbero insegnare la vita, pensano che per farlo al meglio sia necessario trasmettere la conoscenza del modo giusto per non sbagliare.

Anche quando si dice ai figli che devono mettersi in gioco correndo il rischio di sbagliare, lo si fa tenendo un certo distacco dalla cosa, mantenendosi spesso su un piano teorico.

Pochi genitori pensano che sia utile parlare ai figli delle proprie PAURE, di quanto ci si sia sentiti SOLI e INCOMPRESI in certe situazioni, di come anche da adulti si faccia fatica a SBAGLIARE e cercare di RIMEDIARE.

Nessuno crede che possa servire a qualcosa mostrarsi fragili e parlare delle proprie difficoltà.

I genitori rinunciano troppo spesso all’arte della NARRAZIONE AUTENTICA DI SÉ, forse pensando che non sia abbastanza interessante o abbastanza perfetta.

A volte si fa l’opposto, costruendo una narrazione non autentica, incentrata sul dover essere e sul senso di adeguatezza, non dando in questo modo ai figli una delle opportunità più grandi per costruire un legame di forte intimità: la possibilità del RISPECCHIAMENTO nei propri genitori, genitori autentici, persone vere, in carne ed ossa, che hanno provato come loro emozioni contrastanti e si sono sentiti in difficoltà, sia alla loro età che da adulti, perché fa parte del gioco della vita. Se c’è una cosa che gli adolescenti fanno in maniera istintiva e intensa è proprio il tenersi lontani da ciò che non è autentico, perché da questo hanno bisogno di differenziarsi.

CHE COSA FARE DUNQUE PER COSTRUIRE UN RAPPORTO DI FIDUCIA CON I FIGLI ADOLESCENTI?

Una relazione fertile, costruttiva e intima ha bisogno di un modello educativo flessibile, che abbia la capacità di adattarsi ai cambiamenti e di reggere agli scossoni. È necessario accettare di stabilire nuovi confini, ridefinire gli obiettivi educativi evitando la trappola della pedagogia del giusto e dello sbagliato in favore della messa in gioco delle proprie emozioni e dei propri vissuti.

L’adolescente non ha bisogno di prediche ma della possibilità di un confronto diretto con i suoi genitori, della esperienza di sentirsi accolto e visto per ciò che è davvero, di sentire che l’altro ha emozioni, vissuti, una storia e anche un corpo fisico. Un genitore che sa esserci per il proprio figlio perché ha chiaro per primo quali sono le sue emozioni e sa separarle da quelle dei figli.

I figli non hanno bisogno di un manuale esistenziale ma di un punto di vista alternativo sul mondo, un’altra realtà possibile, che non abbia la presunzione di essere quella giusta.

A volte la difficoltà per i genitori è proprio questa: la possibilità di esserci con autenticità. Per gli adulti che non hanno avuto modo di elaborare la propria adolescenza non è semplice affrontare l’adolescenza dei figli, perché questa li mette inevitabilmente di fronte ai propri nuclei non risolti, alle proprie ferite ancora aperte.

E questa è una tappa fondamentale: SEPARARE LE PROPRIE FERITE DA QUELLE DEI FIGLI per poterli aiutare senza spaventarsi e senza irrigidirsi. Se trovano un buon terreno di confronto e non vengono represse, le richieste d’aiuto degli adolescenti possono diventare assunzione consapevole dell’interdipendenza come sistema di relazioni di scambio. Se si arriva a questa condizione si sarà ad un punto di svolta fondamentale: la tolleranza dei propri limiti e il riconoscimento dei propri bisogni permette di riconoscere se stessi e l’altro come persone reali con le quali si può entrare in contatto autentico, senza correre il rischio di costruire relazioni fusionali.

Testi per approfondire il tema:

Anna Fabbrini, Alberto Melucci – L’età dell’oro

Jesper Juul, La famiglia è competente 

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le domande dei genitori

genitorialmente -fiducia

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it, questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli. Diamo la parola ai genitori e venerdì pubblicheremo le nostre riflessioni.

 

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la domanda che affligge molti genitori perché sia che si parli di rendimento scolastico, di rapporti sociali o all’interno della famiglia, noi genitori abbiamo capito che tutto passa da lì. Come fidarci dei nostri figli e come fare che i nostri figli si fidino di noi?

Non esiste un momento della vita in cui il rapporto di fiducia tra genitori e figli sia meno importante, ma sicuramente esiste un periodo in cui creare un rapporto di fiducia con il proprio figlio è fondamentale, quel periodo è l’adolescenza. Quando i tuoi figli diventano adolescenti tutte le regole saltano. I nuovi comportamenti ti destabilizzano.

Tu non li capisci, loro non parlano, il mondo è pericoloso, il futuro è incerto. Rabbia, sconforto, tentativi di comprensione, un passo avanti e 10 indietro, o forse no?

Chi non parla?

Chi non ascolta?

Michela, Sonia e altre mamme ci hanno posto delle domande che gireremo alle psicologhe (http://psyblog.blog.tiscali.it/2017/01/23/i-problemi-scolastici-in-adolescenza-cosa-possono-fare-i-genitori/) che collaborano con noi e ci affiancano nel lavoro più difficile del mondo: diventare un buon genitore … di un adolescente.

Ho chiesto a mia figlia di fidarsi di me.

Dammi questa chance, non chiudere la porta, dammi una possibilità di dimostrarti che anche se non sono d’accordo con te, anche se mi arrabbio, io sono e sarò sempre dalla tua parte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti

Fiducia: perché se ti fidi di me non devi nascondere quello che fai. Se non hai studiato, se hai fumato, se hai bevuto, se non hai usato le giuste precauzioni in un rapporto sessuale. Se un figlio si fida di un genitore sa che solo il genitore può aiutarlo.

Hanno paura che non li capiamo, che li giudichiamo, che li puniamo, o hanno paura che ce ne freghiamo?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Da quando?

Ma soprattutto quando? Io credo che sia un percorso che inizia dal primo vagito. C’è chi non lo fa, ma c’è chi lo fa e c’è chi lo vuole fare ma non sa come fare.

Io ho sempre parlato tanto con le mie figlie, e credo anche di averle ascoltate sempre. Dico credo, perché ovviamente non lo so; fino ad oggi la famosa frase “Tu non mi ascolti” non è ancora arrivata, ma ne sono arrivate altre “Ce l’hai sempre con me. Date sempre la colpa a me” … non so se si possono considerare sinonimi.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le paure

Credo sia normale avere paura della reazione di un genitore di fronte a un fatto negativo. Ma quando questa paura è sproporzionata rispetto al fatto in se stesso? Il timore della reazione del genitore o dell’adulto di riferimento portano a mentire e spesso fanno accrescere il senso di colpa e di inadeguatezza.

Cosa possiamo fare affinché i nostri figli si fidino di noi?

Ci permettano di star loro vicino, di aiutarli a risolvere il problema?

Quando la paura è paura di sbagliare? Paura dei giudizi dell’adulto di riferimento? Paura dei giudizi degli amici o dei compagni di scuola?

L’adolescenza è un periodo di grandi insicurezze.

Dove finisce la timidezza e la vergogna e inizia la paura?

Il timore di fare brutta figura?

E noi genitori come possiamo aiutarli a non avere questi timori. La figlia di Sonia a scuola si isola e non parla, ha paura di fare brutta figura con i compagni. Nessuno riesce a farle vincere questa paura, neanche le rassicurazioni degli insegnanti. Cosa può fare un genitore oltre a rassicurarla e dirle che può e deve sbagliare perché è così che si impara?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le continue bugie nonostante tutto.

Perché i nostri figli continuano a mentire? Bugie quando non serve mentire. Bugie quando vengono scoperti, bugie anche davanti all’evidenza. Come quella volta in cui la figlia di Michela aveva raccontato che era stata tutto il pomeriggio in biblioteca con le amiche; invece poi era andata in giro. L’amica aveva avuto la brillante idea di pubblicare su Facebook una loro foto. Eppure la figlia di Michela continua a negare l’evidenza:

“Non è vero, tu non ti fidi di me”!

Sono tanti gli esempi in cui i nostri figli si fissano su bugie assurde. Cosa dobbiamo fare? Fingere di dargli ragione? Discutere diventa una lotta testa a testa, infinita. I nostri figli ci mentono perché non si fidano di noi o c’è un altro motivo? Tutto questo innesca una “brutta” spirale fatta di controlli e di tensioni.

Sono tante le domande che ogni genitore si pone.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog.it (http://psyblog.blog.tiscali.it/tag/genitori-e-figli/) ci aiuteranno a trovare alcune risposte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la sfida più importante per ogni genitore, non stiamo cercando il controllo sui nostri figli, vorremmo poterci fidare e consegnarli al mondo perché vivano la loro vita con la consapevolezza che noi saremo sempre dalla loro parte.

Ragazzi fidatevi di noi!

Firma Manu

 

 

Se stai tentando di diventare un buon genitore, vieni a leggere Figli al centro che troverai un valido aiuto, un passo dopo l’altro.

Adolescenti e problemi scolastici. Le risposte delle psicologhe

foto Psi scuola e adolescenzaLa nostra collaborazione con la rubrica  Figli al centro  del blog Genitorialmente questo mese continua con un tema interessante e molto attuale: cosa possono fare i genitori di fronte ai problemi scolastici dei figli?

Proviamo a rispondere alle domande dei genitori partendo da una riflessione sull’adolescenza come età di passaggio e di cambiamento, non solo per i ragazzi che la vivono in prima persona, ma anche per le famiglie coinvolte che si ritrovano a dover costruire nuove strategie e modelli d’azione per affrontare una sfida complicata.

Soprattutto la prima adolescenza, che va dai 12 ai 14 anni, è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici e, se spesso i genitori hanno la sensazione di ritrovarsi in casa degli estranei, per loro può essere utile tenere a mente che in questa fase della vita accade di frequente che gli adolescenti stessi facciano fatica a riconoscersi.

Cambia la percezione del proprio aspetto, che  molto di rado è soddisfacente e cambia l’umore. Gli adolescenti  possono sentirsi felicissimi per un  momento e subito dopo andare incontro alla più nera disperazione. L’umore e l’immagine di sé sono fluttuanti e mutevoli. Allo stesso tempo c’è l’alternanza di momenti di grande maturità e momenti di infantilismo.

I ragazzi che si ritrovano a vivere in questo equilibrio precario hanno bisogno di trovare delle certezze nei genitori, che invece molto spesso si spaventano nel vedere gli sbalzi d’umore, l’insoddisfazione, la continua ricerca, le risposte brusche, i silenzi, le porte sbattute e magari anche un cambiamento che avviene nella sfera scolastica.

Per il genitore non esiste un unico modo “giusto” di affrontare queste difficoltà: a volte la risposta è il dialogo, a volte il rispetto del desiderio di silenzio, altre volte, invece, è opportuno saper reggere una discussione animata e avere la capacità di mettere un freno a una situazione che può essere pericolosa. Ma ciò che è più utile per un adolescente è sentire che i suoi genitori ci sono, sono presenti e non scapperanno di fronte alle sue intemperanze, né si irrigidiranno in modo eccessivo.

Il punto focale è essere fermi rispetto ai valori e alle regole che si ritengono fondamentali ma anche flessibili per affrontare e a insegnare ad affrontare il cambiamento.

È molto importante la capacità di riconoscere e accogliere i cambiamenti che stanno avvenendo nei figli e riadattare l’immagine che si ha di loro, in modo da svolgere una funzione molto importante in questa fase della vita: la funzione di rispecchiamento, che permette ai figli di potersi riconoscere nello sguardo e nelle interazioni con i propri genitori. In parte infatti sviluppiamo il senso di noi stessi proprio vedendoci rispecchiati negli occhi degli altri, vedendo come gli altri reagiscono a noi, connettendoci con le emozioni che sentiamo di suscitare in loro.

I genitori devono quindi accogliere il figlio cresciuto, mantenendo sempre dentro di sé l’immagine del bambino che ben conoscono in modo da non farsi spaventare o scoraggiare dalle nuove modalità.

Per l’adolescente è fondamentale sapere che i genitori hanno fiducia in lui anche quando le cose non vanno alla perfezione, come lui o loro vorrebbero. Il fatto di vedere riflessa negli occhi dei genitori un’immagine positiva di sé è un bene prezioso, talmente prezioso da rappresentare una base sicura, un buon nutrimento per l’autostima e la fiducia in sé e anche un rinforzo della capacità di fare scelte giuste in futuro.

Questo non significa chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà ma sapere che queste possono essere affrontate; occorre sempre ricordare che anche una situazione complessa e negativa può essere temporanea.

Fatta questa premessa generale, valida per affrontare tutti i tipi di difficoltà che coinvolgono la relazione tra genitori e figli andiamo a vedere gli aspetti più specifici relativi alla scuola.

La scuola è un’agenzia di socializzazione fondamentale, un luogo nel quale si possono sviluppare contemporaneamente aspetti cognitivi, emotivi e relazionali.

Possiamo senz’altro dire che un ragazzo che resta al di fuori del ciclo di scolarizzazione obbligatoria, oggi, può essere definito un cittadino dimezzato, che gode dei diritti civili ma avrà probabilmente una situazione precaria dal punto di vista sociale e lavorativo.

A scuola i ragazzi possono incontrare modelli adulti differenti dai loro genitori, e soprattutto confrontarsi con i coetanei in un contesto protetto. Dall’appartenenza scolastica deriva il ruolo sociale attribuito a chi attraversa l’adolescenza: il ruolo di studente, aspetto costituivo fondamentale in questa età. Molto spesso se si chiede ai ragazzi di definirsi, diranno di sé che sono degli studenti, definizione valida per tutte le età e per entrambi i generi.

La scuola è vista dai ragazzi come un mezzo utile per arrivare all’inserimento lavorativo e per l’emancipazione personale, ma è anche considerata uno dei percorsi più difficili da affrontare.

Uno degli aspetti che maggiormente influiscono sul clima psicologico della classe è la natura della relazione tra insegnanti e studenti. Gli insegnanti, come detto sopra, sono dei modelli adulti differenti da quelli genitoriali, proprio per questo molto utili per allargare le alternative di scelta con cui identificarsi. È molto importante il fatto che gli insegnanti non siano legati in modo affettivamente intenso ai ragazzi come i loro genitori, per questo sono in grado di fornire modelli sociali psicologicamente meno invischianti e più utili per la costruzione della propria identità in adolescenza. Un altro aspetto molto importante è legato al fatto che è proprio a scuola che i ragazzi mettono in atto le prime trasgressioni verso le regole istituzionali: assenze all’insaputa dei genitori, fumare in bagno, non fare i compiti ecc, e grazie a questo imparano anche a conoscere e subire le sanzioni legate alla violazione delle prime regole sociali.

Essendo un contesto nel quale si sviluppano processi e si costruiscono relazioni, spesso diventa il luogo nel quale i ragazzi manifestano il loro disagio.

Il disagio scolastico è un fenomeno legato alla scuola, come luogo di insorgenza, ma che non può prescindere da variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche, il contesto familiare e culturale in senso più ampio. Si esprime in una varietà di situazioni problematiche che possono causare insuccesso scolastico e disaffezione alla scuola.

Visto il suo carattere composito e multifattoriale appare necessaria una lettura sistemica, che vada oltre la definizione, univoca e statica del disagio e si incentri sui significati che questo può assumere. L’essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente coinvolto nella relazione con altri esseri umani, sempre impegnato ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Appare dunque chiaro come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

I ragazzi si trovano a muoversi tra due importanti punti di riferimento ed è fondamentale che tra questi ci sia un dialogo.

Se scuola e famiglia collaborano il ragazzo si sentirà contenuto e, anche se mette in atto modalità di contestazione, avrà la certezza che c’è qualcuno che si preoccupa per lui e che ci tiene al suo futuro. Se non c’è collaborazione tra le figure adulte, che in questa fase sono le più importanti, è molto probabile che di fronte ad una difficoltà sia facile per il ragazzo deresponsabilizzarsi e attribuire la causa dei problemi alla scuola, soprattutto agli insegnanti.

I ragazzi non lo fanno con malignità, è un naturale processo umano (dal quale non siamo esenti nemmeno noi adulti) che fa sì che, quando si percepisce che tra due persone o sistemi organizzativi c’è una difficoltà, si crea lo spazio nel quale infilarsi e stare, ottenendo l’obiettivo non esplicitamente perseguito di estremizzare le difficoltà iniziali. È lo stesso fenomeno che si presenta quando c’è un conflitto forte tra i due genitori e si creano in famiglia alleanze e coalizioni tra un figlio e un genitore contro l’altro genitore.

La soluzione al problema posto da Manu non è dunque semplice e lineare ma comprende diversi livelli d’azione.

È certamente corretto il porsi in una posizione di ascolto e rispetto dei figli, cercare di comprendere cosa stanno vivendo e se ci sono delle difficoltà per le quali c’è bisogno anche del supporto di un adulto. Manu stessa ha sperimentato che il polso troppo duro non serve. È corretto anche il non focalizzarsi solo sulla scuola perché per i ragazzi è fondamentale sentirsi presi in considerazione dai propri genitori nella propria totalità e non “solo in quanto studenti”.

È dunque fondamentale vedere e riconoscere ciò che di positivo ha un figlio e dimostrare di avere fiducia in lui.

Un altro aspetto importante è provare a costruire un dialogo con gli insegnanti, perché probabilmente, anche se in modo involontario, a loro arriva il messaggio di squalifica che i genitori sentono nei loro confronti. Questa modalità porta ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad una chiusura da entrambe le parti e a farne le spese sono sempre i ragazzi.

Rispetto alla domanda specifica di cosa fare per la scelta della scuola superiore  ci sembra importante che la  ragazza abbia espresso il suo desiderio e la sua posizione. Un desiderio che, tra l’altro, non è quello di scegliere la strada più comoda, e che contiene in sé la volontà di affrontare le proprie temporanee difficoltà. Ci viene in mente che si potrebbe approfittare di questo momento importante per proporre agli insegnanti di inserire un progetto di orientamento per i ragazzi, con un professionista che li aiuti a capire qual è la scelta più adeguata a loro sulla base di elementi concreti come i valori, le attitudini, gli interessi, la motivazione ecc. Una proposta di questo tipo, magari concordata con gli altri genitori, agisce su due livelli: la possibilità di costruire una sinergia con gli insegnanti e la volontà di aiutare i propri figli a fare scelte consapevoli per il proprio futuro.

Se la scuola non avesse questa possibilità si può pensare di farlo fare ai propri figli anche individualmente, non si tratta di una psicoterapia, ma di un lavoro di sostegno e orientamento che può tranquillamente essere svolto in pochi incontri e che può aiutare, da un lato il ragazzo a chiarirsi le idee e capire davvero cosa vuole fare e, dall’altro, anche i genitori a fidarsi con più serenità delle scelte dei propri figli.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

Separarsi quando si hanno figli. La risposta delle psicologhe

psi-separazioneLa nostra collaborazione con il blog Genitorialmente prosegue e questo mese parliamo di separazione e gestione della relazione con i figli.

 Manu e Flavia ci chiedono di affrontare il tema a partire da tre situazione reali, le storie di tre mamme che stanno vivendo la condizione della separazione e ognuna di loro va incontro a difficoltà differenti.

Iniziamo a rispondere alle domande che ci vengono poste partendo da una riflessione:  quando una relazione è in crisi non è mai opportuno restare insieme per i figli.

Molte coppie pensano che restare insieme per il bene dei figli sia la cosa giusta, anche quando una relazione è finita da tempo.

In questo modo si pensa di poter evitare loro dei dolori, un pensiero “a fin di bene” ma che non ha un riscontro nella realtà.

I figli non possono essere sereni e crescere bene in un contesto familiare che si regge sulla finzione.

I genitori sono le figure di riferimento più importanti per i propri figli ed è fondamentale che il rapporto tra loro sia regolamentato da due elementi: sincerità e chiarezza.

Le stesse cose che i genitori si aspettano dai figli devono viverle per primi e insegnarle con il proprio comportamento e non solo con le parole.

La separazione è un momento delicato ma si può gestire: l’aspetto più importante è quello di non coinvolgere i figli nei conflitti della coppia e di comunicare ciò che sta succedendo in modo chiaro e adeguato all’età dei figli.

Manu ci chiede:

 Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

La risposta è no, perché la variabile che conta di più quando una coppia si separa è la capacità o meno di tenere i figli fuori dal conflitto, di riuscire a dividere gli aspetti che riguardano la  coppia da quelli che riguardano la famiglia.

È vero però che non si può non tenere conto dell’età dei figli nel momento in cui si comunica la separazione e si decide cosa dire ai figli e come farlo.

In ogni età ci sono infatti caratteristiche e compiti di sviluppo tipici  che inevitabilmente possono incrociarsi con l’evento critico separazione.

Ci preme sottolineare che il fatto che sia un evento critico non vuol dire che sia per forza negativo, il termine crisi deriva infatti dal greco e significa decisione, scelta, ed è vero che ogni crisi porta con sé la possibilità di un cambiamento che può anche  migliorare la situazione di partenza. La separazione, se ben gestita, non è in sé problematica, anzi, alcuni figli la vivono con una sensazione di liberazione da una situazione difficile, magari connotata da liti e aggressività.

 Adesso entriamo nel dettaglio delle tre storie di cui ci parla Manu: Selena, Antonella e Federica

 La prima storia è quella di Selena, una donna vittima di violenza , che ha avuto il coraggio di lasciare il marito maltrattante dopo anni di soprusi fisici e psicologici.

Il figlio oggi ha 13 anni e chiede alla madre se sia possibile che un giorno lei e il padre tornino insieme. Lui sa che il padre ha sbagliato ma fantastica comunque un possibile riavvicinamento salvifico.

Manu ci chiede:

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

La risposta a questa domanda sta nella possibilità di Selena di essere sincera con suo figlio, come già ha fatto rispetto all’accaduto, ma di aggiungere un elemento fondamentale: la sintonizzazione affettiva ai bisogni del ragazzo, ovvero il cercare di capire cosa lui stia provando ed empatizzare con questo momento di difficoltà ma rimanendo irremovibile sulla ipotetica riconciliazione.

Selena potrebbe provare ad accogliere le emozioni che il figlio prova, rispecchiandole e inserendo le proprie, con un discorso come questo ad esempio:

“amore mio io capisco che tutto questo sia doloroso per te e mi dispiace, sai che farei tutto ciò che posso per renderti felice, ma questa non sarebbe la cosa giusta e non risolverebbe i tuoi problemi. Sai cosa è successo tra tuo padre e me e sai quanto ho sofferto, come io so quanto anche tu hai sofferto, so che ti manca e posso provare a capire con te cosa ti manca di più. Se vuoi io sono qui con te per ascoltarti, per parlare, anche solo per un abbraccio. Mi addolora ciò che provi ma il fare tornare a casa tuo padre non sarebbe la soluzione”.

Tutto questo comporta il fare i conti con il fatto che non si è sempre in grado di alleviare la sofferenza dei figli e che ci sarà sempre un pezzo di strada che questi devono fare da soli.

 La storia di Antonella: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è una donna albanese che vive in Italia da 20 anni, ha due figli di 11 e 16 anni ed è separata da 8 anni.

Nonostante siano passati tanti anni lei vive ancora con difficoltà la sua situazione di donna separata e si chiede come far vivere con meno disagio la separazione ai figli?.

La cosa che più ci colpisce nella sua storia è che i problemi qui non sembrano avere a che fare in senso stretto con la separazione, ma con la presenza di un padre assente.

Antonella vive la difficoltà di svolgere da sola sia la funzione materna che quella paterna, senza poter avere nemmeno il sostegno della sua famiglia d’origine che non vive in Italia.

La situazione non è semplice anche perché, anche in questo caso, bisogna fare i conti con il fatto che i figli vivranno con emozioni contrastanti l’assenza del padre.

Ci preme sottolineare che questa non è una conseguenza diretta della separazione: questo padre non è assente perché c’è stata la separazione, ma perché ha scelto di esserlo e con tutta probabilità lo sarebbe stato anche se i partner fossero rimasti assieme.

Sono tante le coppie in cui uno dei partner deve fare da padre e da madre pur in presenza dell’altro genitore.

 Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Lei ha già cominciato col suo impegno quotidiano, col suo essere sempre presente con i figli ha già gettato delle ottime basi che naturalmente evolveranno giorno dopo giorno con la loro crescita.

È vero è impossibile fare tutto, ma per crescer figli sereni non è necessario fare tutto ma fare le cose giuste, con sensibilità ed empatia, con la capacità di accogliere anche la propria imperfezione e correggere il tiro quando ci si rende conto che si è fatto qualcosa che non è risultato efficace. Il genitore perfetto non esiste e un genitore efficace non è quello che non sbaglia, ma quello capace di apprendere dai propri errori, questa è un’ottima lezione di vita per i figli.

 Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Crediamo che ciò che non deve mancare ai figli sia la sincerità, nel riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle dei figli. Si può dire che si è stanchi e che dispiace non avere le energie necessarie per gestire tutto al meglio sempre.

Lo si può fare se si dimostra la propria presenza nel quotidiano con le cose semplici e con la comprensione degli stati d’animo che stanno dietro i comportamenti dei figli.

 I figli hanno bisogno di genitori, non di supereroi.

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

Anche in questo caso la risposta sta nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con loro, capire cosa stanno sentendo e aiutarli a dare un nome alle emozioni è già una forma di aiuto meravigliosa. I figli non hanno bisogno che i genitori si sostituiscano a loro ma che li aiutino a dare un significato alle cose quando non riescono a darlo da soli.

E quando il padre è assente è giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Come già accennato accade spesso che un genitore si ritrovi da solo a crescere i propri figli, il compito non è semplice ma può farcela se si da il modo di imparare a farlo giorno dopo giorno, affrontando ogni volta sfide differenti che cambiano con la crescita dei figli e con le situazioni che si modificano.

Ogni tanto ci si può chiedere se davvero sono i figli che si aspettano tutto dalla madre o se è la madre stessa che sente di dover fare di più, all’inseguimento di una perfezione che non esiste e di quello scivolosissimo “quello che faccio non basta mai” che sta sempre dietro l’angolo.

 Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare?

Non c’è una ricetta da seguire per come comportarsi, in queste situazioni la flessibilità educativa può essere una risorsa.

Con flessibilità non intendiamo il fatto che si debba essere permissivi, ma che si possa capire quando essere più permissivi e quando più rigidi a seconda della situazione che si sta affrontando.

Anche qui è fondamentale la capacità di empatizzare con i figli e capire come mai mettono in atto certi comportamenti.

 La storia di Federica: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma

Federica, a poco più di un anno dalla separazione si ritrova con due figlie adolescenti di 13 e 15 anni e un padre assente. La situazione a suo dire appare serena “ora loro sono serene e non ci pensano al papà” e Federica non ha domande da fare, è Manu, la mamma blogger di Genitorialmente a farle per lei.

 È chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Può essere che, dopo un primo momento di difficoltà le figlie di Federica stiano vivendo un momento di serenità, ma può anche essere che abbiano capito che il papà è un argomento di cui con mamma non si può parlare, non perché mamma non sia disponibile, ma perché molto doloroso per tutti e stiano vivendo in modo da ovattare la situazione. Federica può provare, conoscendo le sue figlie a capire se davvero sono serene o se qualcosa cova sotto la cenere e magari preferiscono non parlare del padre perché in famiglia è un argomento doloroso.

Come già sottolineato nelle risposte sopra, è fondamentale la capacità di capire cosa sentono le ragazze e di provare ad aprire un dialogo anche solo per far capire che, quando vorranno parlare lei sarà lì per loro, ad affrontare un tema che rattrista o fa arrabbiare ma che le riguarda tutte. Ognuna con i propri tempi e coni propri modi.

Come sempre abbiamo cercato di rispondere alle interessanti suggestioni delle mamme di Genitorialmente, senza la pretesa di dare dei consigli a persone che non conosciamo direttamente e nelle vite delle quali speriamo di esserci mosse con delicatezza e umiltà.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog e Studio Psynerghia

 

Come gestire la separazione quando si hanno figli? Le domande dei genitori

foto-genitorialmenteContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese, per la rubrica FIGLI AL CENTRO, parliamo di separazione in presenza di figli. Oggi pubblichiamo il post con le domande dei genitori e venerdì 2 dicembre ci saranno le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

Come gestire la separazione con figli è l’argomento di questo mese. Le storie di tre donne ci guideranno attraverso i problemi più importanti della separazione con figli. Due psicologhe ci aiuteranno con la loro esperienza a trovare le risorse per gestire questo momento così amaro e complicato

Racconteremo la storia di tre mamme, Selena, Antonella e Federica. Non si può parlare di separazione per “sentito dire”; poiché sarebbe inutile e poco rispettoso nei confronti di chi sta vivendo questa esperienza dolorosa. Saranno le loro domande a prendere voce in questo articolo. Ho scritto volutamente “sta vivendo”, perché non importa se si tratta di mesi o di anni: i problemi della separazione non finiscono mai, si attenuano, si modificano e spesso riflettono le difficoltà specifiche della crescita dei figli.

Molto spesso si sente dire che due genitori, nonostante i problemi, continuano a stare insieme per il bene dei figli. L’unica domanda che io mi permetto di fare alle nostre psicologhe è questa:

Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Selena è vittima di violenza.

Ho raccontato la storia di Selena in un precedente mio post “Un pugno in faccia” (http://www.genitorialmente.it/2014/11/violenza-alle-donne/) Selena mi racconta di come suo figlio, che purtroppo ha vissuto alcune scene di violenza del padre, oggi sia arrabbiato con lei. Non è una rabbia che esplode, è un “non detto”. Lui capisce che se ami una donna non puoi farle del male. Ma poi le cose passano e così ora che Luca non assiste più agli scatti di violenza del padre, al suo menefreghismo, alle sue ripicche, oggi dice a sua mamma

“Anche i genitori di Andrea si erano separati, ma poi sono tornati insieme. Magari tornate insieme anche voi”

Selena si confronta con lui.

“Se ami una persona non puoi farle male”.

Come spesso accade il male fisico è arrivato dopo anni di violenze psicologiche.

Luca capisce, ma poi le dice “Mamma hai ragione, ma non puoi farlo tornare?”

…. non puoi farlo tornare…

In fondo un ragazzino di 13 anni “prova a dimenticare” quello che ha visto, e alla fine, ai suoi occhi è la mamma che ha mandato via il papà.

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è separata di circa 8 anni, ma i problemi non finiscono mai, ha due figli: uno di 11 anni e l’altro di 16.

Da 8 anni si interroga sulla prima domanda che ogni genitore si pone.

Come far vivere con meno disagio possibile la separazione ai figli?

Antonella è albanese e da circa 20 anni è in Italia. Da sempre lei ha dovuto fare da padre e da madre; il suo è un marito assente. Lei ha dovuto pensare al sostentamento della sua famiglia; lei ha dovuto da sola essere vicina ai suoi figli, con tutte le problematiche della crescita e la difficoltà in più di arrivare da un altro Paese.

Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

E quando il padre è assente è’ giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Antonella vive una sfida continua soprattutto con suo figlio grande.

Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare.

Se mi dimostro permissiva, le abitudini sbagliate potrebbero consolidarsi e mio figlio potrebbe prendere una brutta strada; ma se intervengo con decisione il nostro rapporto potrebbe rompersi definitivamente.

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma.

Federica ha due figlie di 13 e 15 anni. Ora ha trovato l’equilibrio e anche le sue figlie ora stanno bene. Questo è quello che lei mi racconta a poco più di un anno dalla separazione.

Lui dov’è? Assente, totalmente assente. Anche quando la figlia più piccola ha dovuto affrontare una piccola operazione alla mano, lui è comparso solo per la firma dei documenti necessari e si è limitato ad un messaggio WhatsApp per chiedere “Come stai?”

Federica è arrabbiata, per tutto il passato e per la sua assenza; ma non ha intenzione di fare più niente per avvicinare il papà alle sue figlie perché “ora loro sono serene e non ci pensano al papà”.

Federica non ha domande da fare perché ha già le risposte; le sue risposte. Allora faccio io le domande al suo posto.

E’ chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Come gestire la separazione con figli, e i papà? Abbiamo portato l’esperienza di tre mamme, non ce ne vogliano i papà, saremmo felici di raccontare anche “l’altro punto di vista”, quindi se qualcuno ci vuole contattare e raccontare la sua esperienza, vi aspettiamo.

Ringrazio lo Studio di psicologia Psynerghia e il blog PsyBlog che mercoledì risponderanno a questo post cercando di dare dei consigli ai genitori che stanno vivendo questo momento così difficile.

Se reputi interessante quello che hai letto; condividilo con chi ha figli adolescenti e proviamo insieme a rendere questo mondo migliore. Cliccando su Figli al centro parliamo di autostima, dialogo, differenze fra i figli e altro ancora.

Sexting e adolescenti. Come parlarne insieme – La risposta delle psicologhe

foto-psyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente, il tema di questo mese è particolarmente attuale, si tratta infatti del sexting, un fenomeno in crescita nel web, purtroppo anche tra gli adolescenti.

I genitori ci chiedono come affrontare questo tema con i loro figli adolescenti e come poterli proteggere dai rischi legati a questo tipo di condotte.

Come sempre prima di provare a rispondere alle domande, proviamo a riflettere insieme sul tema e sulle dinamiche sottostanti.

Definizione, sviluppi e rischi correlati

La parola sexting è un neologismo, nato dalla crasi tra le parole sex e texting e consiste nel produrre e condividere messaggi, immagini o video a contenuto sessuale, tramite cellulari, tablet e pc.

Il rituale è ben definito e prevede che, prima di tutto, ci si scatti una foto o si giri un video in pose provocanti o situazioni compromettenti e poi lo si invii tramite social network o programmi di messaggeria istantanea.

Il fenomeno è recente e in pochi anni si è diffuso tantissimo, non solo tra gli adolescenti, come abbiamo visto anche leggendo gli ultimi fatti di cronaca.

Si tratta di una situazione che spesso inizia in forma più o meno ludica e che poi sfugge di mano alle persone che la mettono in atto.

Fin troppo spesso accade, infatti, che una foto o un video mandati alla persona con cui si ha una relazione in quel momento, finiscano poi in un giro di scambi di messaggi e condivisioni che diventeranno deleteri per chi viene fotografato o ripreso.

In adolescenza, gli innamoramenti nascono e spesso finiscono in modo repentino e non è infrequente che per vendetta, la persona lasciata faccia poi girare una eventuale foto incriminata.

È quello che è successo a Gaia, 15 anni, che durante la storia d’amore con Pietro gli aveva inviato una sua foto a seno nudo. Dopo qualche mese Gaia ha lasciato Pietro, e lui, ferito nell’orgoglio, ha pensato di condividere quella foto con i suoi amici e i compagni di classe di Gaia per vendicarsi dell’affronto subito.

In questo caso la situazione, già compromessa, è stata rapidamente bloccata dalle amiche di Gaia, che ne hanno parlato con gli insegnanti e i genitori della ragazza, i quali hanno subito messo in atto degli interventi su più livelli. In altri casi, purtroppo, le cose sono andate molto peggio, con esiti spesso nefasti.

Basti pensare alle conseguenze letali della diffusione del video di Tiziana Cantone, che era una donna e non un’adolescente. Possiamo solo rabbrividire al pensiero di cosa può accadere a dei ragazzi che ancora non hanno gli strumenti per difendersi dalla violenza generata da simili atti, soprattutto se si sentono soli e non hanno il coraggio di parlarne con gli adulti di riferimento.

È di pochi giorni fa la lettera straziante scritta dal padre di Carolina Picchio, la ragazzina di 14 anni che si è suicidata dopo la diffusione di un video girato a sua insaputa da dei coetanei. Un video che ha ottenuto 2600 likes, dato sul quale Paolo Picchio ci fa riflettere, perché non ci sono solo i protagonisti che vengono fotografati o filmati e coloro che diffondono qualcosa che dovrebbe restare privato (nel caso di Carolina il video è stato girato a sua insaputa e lei era in stato di incoscienza) ma anche tutti coloro che si sentono esulati da ogni responsabilità in quanto “semplici spettatori”.

Ma perché i giovani lo fanno?

I motivi possono essere diversi: ci si può fare una foto o un video sexy per attirare l’attenzione, per avere visibilità agli occhi dei coetanei, per mostrarsi coinvolti in una relazione e così via… Per molti ragazzi è quasi una sorta di preliminare all’attività sessuale vera e propria.

Il tutto diventa un problema quando le immagini o video vengono condivisi con altre persone.

In chat si può fingere di essere molto diversi da come si è, si ha la possibilità di costruire delle identità alternative che appaiono più desiderabili, meno imperfette, più vicine all’ideale che ci si costruisce di sé. Tutto questo alimenta le fantasie e il bisogno di eccitazione di adolescenti e preadolescenti che trovano in questa modalità una “specie di palestra in cui misurarsi con l’immagine del loro corpo sessuato, e con l’imbarazzo che suscita l’idea di condividerlo con qualcuno”[1].

Noi adulti non possiamo esimerci da una grande responsabilità: la rappresentazione diffusa di una precoce sessualizzazione soprattutto delle ragazze. Il messaggio che lanciamo con la pubblicità, i programmi televisivi, certi video musicali è che le ragazze, se vogliono avere successo, devono essere sexy e disponibili. Tutto ciò si acuisce in adolescenza, quando con questi criteri si decide chi deve stare dentro e chi fuori dal gruppo.

Le bambine imparano presto che puntare sull’aspetto fisico e sull’immagine è una chiave preziosa per aprire molte porte.

Fattori ambientali e psicologici si uniscono dunque a creare quell’adultizzazione precoce del minore, basata sulla sua erotizzazione che è evidenziabile da quattro elementi:

  1. il valore di una persona è ricondotto esclusivamente al suo sex appeal o al suo comportamento sessuale;
  2. una persona è tenuta a conformarsi ad un modo di pensare che equipara l’attrattiva fisica con l’essere sexy;
  3. una persona è considerata un oggetto sessuale, vale a dire destinata ad essere usata da altri come tale, piuttosto che essere stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;
  4. la sessualità è imposta ad una persona in modo inappropriato[2].

Ad ogni adolescente servono adulti di riferimento: ci sono sempre?

Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio

(Proverbio africano)

Come professioniste ripetiamo spesso che i nostri ragazzi hanno bisogno di un’educazione all’affettività e alle emozioni che noi adulti non gli stiamo dando.

La scuola e la famiglia iniziano a preoccuparsi dell’educazione sessuale quando compaiono i primi allarmi, le prime paure e questo non è funzionale, né efficace.

L’educazione sessuale non può essere soltanto trasmissione di informazioni e contenuti ma deve essere inserita in una cornice più ampia che tenga conto dello sviluppo emotivo e relazionale, dimensione fondamentale in adolescenza, quando i ragazzi iniziano a definire le proprie scelte personali e sociali.

Si tratta di un percorso in cui scuola e famiglia, in quanto agenzie di socializzazione primarie, dovrebbero essere unite in sinergia nel prestare attenzione allo sviluppo dell’educazione socio-affettiva, in modo da favorire un processo di autoconsapevolezza che sostiene la costruzione di una buona autostima e quindi del rispetto di se stessi e degli altri.

L’adolescenza viene attraversata da molti cambiamenti fra cui quello della dimensione sessuale, che non è una sfera a sé, ma fa parte dell’identità complessiva del ragazzo, comprendendo elementi fisici e psicologici.

Educare alla sessualità vuol dire unire agli aspetti legati all’identità corporea, tutti gli elementi psico-sociali che ne sono parte integrante.

La cornice di riferimento è quella dell’educare al rispetto di sé, della propria persona e immagine e di quella altrui, della diversità come espressione della personalità individuale.

L’obiettivo di tutti gli adulti che hanno a che fare con gli adolescenti deve essere quello supportare i ragazzi nello sviluppo di una dimensione relazionale, affettiva e sessuale che preveda tappe e azioni differenziate a seconda dell’età e del grado di sviluppo emotivo del ragazzo. Il sesso non sarà allora una dimensione a se stante, ma parte della struttura e dell’identità dell’individuo.

Cosa possono fare i genitori?

La comunicazione e il dialogo sono sempre fondamentali, soprattutto quando si tratta di educazione affettiva ed emotiva.

Non è facile trattare questi temi, ma come sempre non possiamo pretendere che i ragazzi si fidino di noi adulti se sentono i nostri tabù e le nostre paure. È quindi indispensabile armarsi di chiarezza e ascolto e affrontare l’argomento.

È molto importante che i ragazzi sappiano quali sono i rischi che stanno dietro al sexting.

Si tratta di un atto che può compromettere la propria reputazione anche nel futuro. I danni immediati possono avere a che fare con l’umiliazione e l’esclusione, quelli futuri con il fatto che esponendosi a foto o video “bollenti” si diventa ricattabili anche nel lungo termine. È importante riflettere con i propri figli sul fatto che ciò che facciamo oggi ha delle conseguenze sul nostro futuro e una situazione che oggi appare divertente poi può diventare molto pesante; immaginiamo qualcosa di molto intimo che diventa di dominio pubblico.

Ciò che viene pubblicato in rete, rimane intrappolato nella rete, disponibile a chiunque voglia accedervi: familiari, coetanei, ma anche futuri datori di lavoro. Su internet nulla si cancella e tutto resta, come un’impronta digitale.

È importante che i ragazzi sappiano che possono andare incontro anche a conseguenze penali, possedere immagini di minorenni può esporli al rischio di un procedimento penale e quindi al reato di detenzione e/o diffusione di  materiale pedopornografico.

È importante ragionare con i ragazzi su questi temi, perché la modalità immediata di “un risultato in un click” alla quale sono abituati, porta con sé dei rischi molto gravi ai quali è difficile pensare per un adolescente, il quale non sempre riesce a considerare nell’immediato le conseguenze che potrebbe avere un’azione di questo tipo.

Per tale motivo diventa fondamentale lavorare sulla prevenzione, parlando con i propri figli dei rischi che si corrono e aprendo un dialogo su cosa loro ne pensino, quali siano le loro idee, magari usando come spunti di riflessione dei film o delle notizie sentite al telegiornale.

È importante ascoltare le loro opinioni e costruire delle discussioni e dei momenti di confronto, anche perché spesso i ragazzi vivono la percezione del rischio con il cosiddetto “ottimismo irrealistico”, ovvero col pensiero che “a me questa cosa non può capitare”, lo stesso ottimismo irrealistico che pervade anche alcuni genitori nel dire con troppa superficialità “mio figlio non è come gli altri, lui queste cose non le fa!”.

Tutti i ragazzi sono a rischio, in questo ambito come in molti altri.

I ragazzi, inoltre, dovrebbero essere monitorati quando stanno in rete. La rete è un mondo vasto e pericoloso per il quale si ha bisogno di una guida, fino a quando non si sarà in grado di conoscerne e controllarne i rischi autonomamente.

La rete non è un mondo a misura di bambino o di adolescente, quindi i genitori per primi devono essere in grado di muoversi in questa realtà complessa e variegata.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog

Psynerghia – Studio di psicologia

[1] Pellai A., Tutto troppo presto, De Agostini, Novara, 2015

[2] American Psychological AssociationReport of the APA Task Force on the Sexualisation of the Girls, 2007 www.apa.org

Esiste il figlio preferito? I genitori e le differenze tra i figli. La risposta delle psicologhe

I gemelli Giorgio De ChiricoProsegue la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema di cui ci occupiamo è quello anticipato nel titolo.

Dal blog Genitorialmente ci chiedono se, nonostante quanto i genitori dicano sempre, ci sia per loro un figlio prediletto.

Possiamo essere certi che se si chiede a un genitore se ha delle preferenze tra i suoi figli, quasi certamente ci risponderà di no. Per i genitori i figli sono tutti uguali!!!

Ma possiamo avere la stessa certezza rispetto alla percezione dei figli?

Ognuno di noi, come figlio, ha pensato in qualche momento della vita che i propri genitori abbiano avuto delle preferenze, verso noi stessi o, ove ci siano, per i nostri fratelli e sorelle.

È il gioco delle parti e anche il frutto di una visione più moderna delle famiglie: nella visione contemporanea delle relazioni familiari è infatti impensabile e considerato fortemente scorretto che un genitore abbia un figlio prediletto. In passato, come ben rappresentato sin dalla tradizione biblica, le cose erano viste in modo differente. Basti pensare alla richiesta fatta da Dio ad Abramo di fare sacrificare Isacco proprio perché è il preferito.

Secondo una ricerca dell’università della California, il 70% dei genitori ammette, seppur con difficoltà, di avere una preferenza per uno dei figli, che spesso è il primogenito, anche se non sempre la motivazione è così semplice. Il figlio che riceve maggiori attenzioni potrebbe anche essere il più fragile o quello più problematico o magari quello che viene percepito come più simile a sé …

La questione è a nostro avviso più complessa e dipende dal fatto che tra genitori e figli si costruiscono delle relazioni tra individui differenti, con personalità proprie. 

Un po’ come diceva la mamma di Manu quando lei le chiedeva come mai preferisse suo fratello a lei:

 “Tuo fratello ha bisogno di cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta però a Manu non bastava e forse sembrerà molto semplice, fin troppo, a chi ci legge.

E allora proviamo a spiegare meglio ciò che accade e le variabili che entrano in gioco in una situazione come questa.

Ogni bambino nasce in momenti di vita differenti per la coppia e per i singoli genitori, in momenti diversi si hanno aspettative ed emozioni differenti. Sono differenti le gravidanze che le madri portano avanti e il modo in cui madri e padri le vivono dal punto di vista fisico e psicologico.

La nascita di un figlio si inserisce in tutti gli altri eventi che accompagnano il ciclo di vita della famiglia e, pur essendo un lieto evento, può accadere in concomitanza di un momento di sofferenza, come un lutto o la malattia di una persona cara. Inoltre la gravidanza può essere cercata o arrivare “a sorpresa”. Un figlio può arrivare appena si inizia a cercarlo o dopo tanti anni di tentativi e aspettative deluse. Può arrivare dopo un periodo di temporanea infertilità o dopo delle interruzioni di gravidanza.

Diventare genitori porta sempre i partner a confrontarsi con il proprio essere stati figli, con gli errori che non si vogliono ripetere e con le cose positive che si vogliono trasmettere. Questo vale sia individualmente che come coppia, visto che i due partner dovranno anche confrontarsi sulle percezioni individuali per trovare un modo comune di crescere i figli, anche partendo da rappresentazioni molto differenti.

Ogni figlio ha inoltre caratteristiche proprie, può essere percepito come più facile o più complesso da gestire, come più simile a sé o al partner, o magari a qualche altro membro della famiglia con il quale si sono avute relazioni particolarmente significative, nel bene e nel male.

La rappresentazione più classica è quella che vede le preferenze trovare un senso nell’ordine di genitura o nel sesso biologico di appartenenza e allora avremo il primogenito come il preferito, o il figlio maschio che trasmetterà il cognome del padre, oppure il più piccolo che sarà il cucciolo di casa o magari il bastone della vecchiaia. Ma che dire allora della sindrome del figlio di mezzo? Quello che non è il primogenito che ha reso per la prima volta tali i suoi genitori, né il cucciolo piccolino da proteggere. Quello che deve confrontarsi con il più grande da cui prendere esempio ed ereditarne i giochi e i vestiti e con il più piccolo che arriva a detronizzarlo e di cui magari dovrà occuparsi.

Le cose nelle relazioni familiari non sono mai lineari, ma sempre condizionate dalla prospettiva dalla quale le si guarda. Per tale motivo, se il primogenito sarà visto dai fratelli minori come il principe ereditario, lui potrebbe invece sentire troppo il senso di responsabilità dell’essere il più grande e quindi quello con cui inevitabilmente confrontarsi, quello che dovrà tollerare i capricci dei più piccoli, passare anche i suoi giochi più cari perché non si può essere egoisti con i fratelli e così via…

Il più piccolo sarà visto dagli altri come quello più coccolato e viziato ma probabilmente percepirà se stesso come uno che deve sempre confrontarsi con i pilastri rappresentati dai fratelli maggiori, magari più bravi a scuola e quasi sempre più responsabili. E l’idea del bastone della vecchiaia di cui scritto sopra potrebbe essere vista in modo positivo dai genitori ma rappresentare un enorme carico psicologico per lui.

Insomma, a seconda del punto di vista da cui guardiamo le cose, le stesse cambiano e diventano positive o negative per i figli e per i genitori.

Una cosa certa è che i genitori non si comportano in modo identico con i figli e questo avviene non perché ci siano delle preferenze, ma perché sono diversi i figli, diverse le relazioni con loro; diverso il tipo di attaccamento, la modalità di esprimere l’affetto, il tipo di attenzioni che vengono date loro. Differenze che in genere sono più qualitative che quantitative.

Insomma se ci sono delle preferenze non sono certo volontarie, ma magari legate a una o più delle variabili sopraelencate.

Certo è che se i figli percepiranno queste differenze come preferenze, ci saranno delle invidie e conflittualità tra fratelli, realtà sempre esistite e che in genere si appianano in età adulta, quando la relazione tra fratelli diventa consapevolmente la più importante e duratura per ognuno di loro.

Per dirla con le parole di Manu “Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.”

Manu riporta anche la bellissima frase di una sua amica “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Noi ci troviamo d’accordo con l’amica di Manu.

Per usare le parole di Carl Whitaker, siamo certe che la cosa simpatica dell’amore è che non è come il sapone, non lo consumi. Somiglia più ai muscoli: più impari ad amare, più riesci ad amare”.

Ci viene in mente la storia di Gianni e Francesco, due fratelli che sono cresciuti con la convinzione di essere uno il preferito del padre e l’altro della madre. La loro storia familiare è piuttosto complicata, dopo la nascita di Gianni la madre vive una brutta depressione post partum e ad occuparsi del bimbo sarà soprattutto il padre con il quale si crea un legame fortissimo, intenso ed emotivamente carico in cui il bambino trova ciò che la madre non riesce a dargli, ma anche il padre trova grande gratificazione e riconoscimento in questo figlio che sembra somigliargli così tanto. Francesco arriva diversi anni dopo, la madre sta apparentemente meglio e riesce a gestire in modo differente la situazione, tenendo il piccolo sempre con sé e costruendo con lui un legame molto forte, a tratti simbiotico. La madre vede Francesco come molto più simile a sé rispetto a Gianni. Francesco ama stare con lei e sembra capire la sua sofferenza, a differenza di Gianni che esprime insofferenza verso le modalità depressive della madre.

Ad una visione superficiale anche noi potremmo forse dire che è proprio così come appare: Gianni è il figlio preferito del padre e Francesco della madre.

Ma se analizziamo il contesto relazionale così come descritto, ce la sentiamo ancora di abbracciare questa visione? O non si tratta invece di considerare una visione delle relazioni familiari come più complessa e meno lineare di quanto avviene ad un primo sguardo?

Manu ci chiede se sia possibile comportarsi in modo identico con i figli e la nostra risposta è no: è inevitabile costruire relazioni differenti a seconda della situazione, delle caratteristiche, del momento in cui nascono di cosa accadeva nella vita dei genitori in quel periodo, di come stavamo, di come sarà la gravidanza e i primi mesi di vita. Di come sarà la relazione di coppia in tutte le fasi e le relazioni con le famiglie d’origine e di come saranno quei bambini, tutti figli degli stessi genitori, ma non per questo uguali.

Anche le regole quando i figli crescono possono essere adeguate alle caratteristiche degli stessi. Il nostro consiglio è quello di avere un po’ di flessibilità: avere delle regole fondamentali che sono uguali per tutti perché rappresentative di valori familiari fondanti e altre che possono essere modificate con flessibilità a seconda della situazione, non temendo le accuse di ingiustizia e trattamento differenti da parte dei figli, che ci saranno sempre e comunque.

Crediamo che anche le differenze figlio maschio figlia femmina entrino nell’analisi complessa fatta sopra: non si tratta mai di preferire un figlio solo per il sesso, ma di capire cosa rappresenta, che quel figlio sia maschio o femmina.

Vi raccontiamo in proposito la storia della mamma di una di noi (Maria Grazia) nata quinta figlia femmina nel 1945, quando i suoi genitori cercavano finalmente il maschio … e invece che smacco! In famiglia si racconta che quando la mamma ha saputo che era nata ancora una volta una femmina l’ha inizialmente rifiutata ed è stato il padre a prenderla in braccio a darle uno straccetto intriso di miele da succhiare.

Per la cronaca, il maschio è arrivato un paio d’anni dopo per la gioia dei genitori.

Questa storia ad un primo sguardo potrebbe sembrare la conferma del fatto che esista un figlio preferito anche in base al sesso, ma ancora una volta, se la contestualizziamo, vedremo che le cose non sono così semplici e nette. Bisogna pensare al contesto in cui tutto questo avveniva: un piccolo paese nell’interno della Sardegna, persone molto povere che vivevano della vita della campagna, genitori che non avevano studiato e che non hanno poi potuto fare studiare le figlie maggiori nemmeno alle scuole elementari. I figli rappresentavano la forza lavoro e il futuro sostentamento della famiglia. Un figlio maschio rappresentava la possibilità di braccia forti e contemporaneamente, a livello simbolico, colui che avrebbe permesso al cognome paterno di andare avanti per un’altra generazione.

Concludiamo dunque ribadendo che per essere genitori efficaci non serve cercare di comportasi in modo identico con i figli, è molto più produttivo concentrarsi sui bisogni di ogni figlio e rispondere a questi con i propri mezzi e le proprie modalità, rispettando le individualità di ciascuno.

Se sono infatti noti gli effetti negativi che vive il cosiddetto figlio sfavorito, non è detto che il presunto preferito se la passi meglio. Essere il prediletto può voler infatti dire che si è investiti di aspettative troppo elevate o che si va incontro ad una adultizzazione precoce di cui prima o poi si paga lo scotto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu 

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia