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Il bullismo a scuola, Le riflessioni delle psicologhe

Bullismo PsyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro,  oggi parliamo di un fenomeno sociale che sembra in aumento e desta preoccupazione nelle famiglie e negli insegnanti: il bullismo a scuola.

Ne parliamo cercando di rispondere alle domande dei genitori che trovate nel post: Bullismo a scuola, come prevenire? 

INIZIAMO CON UNA RIFLESSIONE SU CHE COS’È IL BULLISMO

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo che ha delle caratteristiche distintive sulle quali c’è consenso a livello internazionale.

Nello specifico, perché un comportamento possa essere definito un atto di bullismo, deve avere questa caratteristiche:

–          intenzionalità: il comportamento aggressivo viene messo in atto in modo volontario e consapevole;

–          sistematicità: il comportamento aggressivo si ripete nel tempo;

–          asimmetria di potere: tra le parti coinvolte c’è una differenza di potere che può essere dovuta alla forza fisica, all’età o alla numerosità delle persone coinvolte se le aggressioni sono di gruppo.

 SU QUESTO FENOMENO È FONDAMENTALE L’INFLUENZA DELLA CULTURA

Viviamo in un contesto in cui è  molto diffusa la cultura che sostiene i comportamenti di prepotenza, si tratta di una cultura del predominio e dell’esercizio delle alleanze che prevede la sottomissione e l’annientamento dell’avversario, come in una vera e propria guerra.

IL BULLISMO È UN PRODOTTO SOCIALE CHE COINVOLGE DIVERSI ATTORI

Ci preme sottolineare una cosa molto importante: il bullismo riguarda tutti gli alunni, non solo quelli coinvolti in modo diretto, i ruoli che possono essere assunti sono differenti:

–          Bullo: chi mette in atto comportamenti prevaricatori nei confronti dei compagni

–          Aiutante: chi sostiene il bullo in modo attivo, come seguace

–          Sostenitore: chi rinforza il comportamento del bullo incitandolo, ridendo o anche semplicemente stando a guardare

–          Difensore: chi prende le difese della vittima cercando di fare cessare le prepotenze o mettendo in atto modalità consolatorie

–          Esterno: chi non fa niente ed evita ogni tipo di coinvolgimento

–          Vittima: chi subisce le prepotenze

  PERCHÉ SI DIVENTA BULLI?

Manu ci pone una domanda che fa riflettere: perché si diventa bulli? Sull’argomento sono state fatte varie ricerche che hanno messo in evidenza alcuni fattori che possono predisporre alcuni alunni ad assumere il ruolo di bulli:

–          la convinzione che la prepotenza paghi, abbiamo visto quanto questa sia una dimensione culturale presente nella nostra società e nelle scuole capita che gli alunni prepotenti possano essere ammirati o temuti dagli altri e per questo riescano ad ottenere visibilità;

–          la presenza di tratti impulsivi e la difficoltà  controllare la propria aggressività;

–          il fatto di ritenere gratificante dominare gli altri ottenendo la loro accondiscendenza;

–          il pensare che la prepotenza sia sinonimo di forza e fermezza di carattere;

–          il considerare divertente molestare qualcuno quando ci si trova in gruppo;

–          la presenza di scarsa empatia con evidente difficoltà a sentire e immedesimarsi nella sofferenza degli altri;

–          la presenza di pregiudizi su gruppi etnici, categorie sociali o orientamento sessuale;

–          l’influenza di  modelli aggressivi nella vita reale o attraverso i film;

  QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI POSSIBILI BULLI?

–          possono essere più forti fisicamente o più grandi d’età;

–          sentono il bisogno di dominare e sottomettere gli altri;

–          desiderano imporre il proprio punto di vista;

–          sono impulsivi e hanno bassa tolleranza alla frustrazione;

–          hanno difficoltà a rispettare le regole;

–          possono essere aggressivi verbalmente anche con gli adulti;

–          in genere il loro andamento scolastico peggiora alle medie e tendono a disaffezionarsi alla scuola;

–          hanno una maggiore probabilità di iniziare una carriera deviante;

 E LE POSSIBILI VITTIME?

Anche le vittime hanno delle caratteristiche che le accomunano:

–          sono spesso più deboli fisicamente dei coetanei;

–          sono cauti, sensibili, riservati, spesso introversi;

–          hanno spesso una bassa autostima e lo comunicano agli altri con il loro modo di fare, appaiono senza valore e incapaci di difendersi;

–          hanno difficoltà ad affermare se stessi nel gruppo dei coetanei;

–          spesso si rapportano meglio agli adulti che ai coetanei;

–          hanno un rendimento scolastico che tende a peggiorare nella scuola media.

  PERCHÉ C’È OMERTÀ NEI COETANEI?

Una delle cose che più stupisce gli adulti che vengono a conoscenza degli episodi di bullismo è la coltre di non detti, o di detti a bassa voce che caratterizza ciò che accade.

L’omertà riguarda sia gli aiutanti del bullo che i sostenitori/spettatori che assistono muti ai soprusi e alle prevaricazioni.

Dietro queste azioni differenti ci sono differenti motivazioni.

Chi sostiene il bullo aiutandolo nelle attività probabilmente condivide la sua stessa visione del mondo basata sulla legge del più forte, o almeno del vince chi sale sul carro del vincitore.

Chi assiste in silenzio probabilmente ha paura, magari proprio la paura che possa succedere a lui la stessa cosa e quindi prende le distanze anche a livello emotivo. C’è la paura che possa succedere la stessa cosa ma non dobbiamo dimenticare che durante l’infanzia e adolescenza è molto forte anche la paura di essere esclusi dal gruppo.

A volte si lascia fare per paura di essere esclusi o per il desiderio di essere inclusi: insomma il fare parte del gruppo diventa una variabile fondamentale, un valore che guida l’azione anche a costo di diventare disvalore.

Quante volte abbiamo provato rabbia nel vedere l’omertà dei ragazzi che assistevano in silenzio magari filmando ciò che avveniva col telefonino? Più rabbia quasi che per lo stesso bullo. Eppure questo è un fenomeno che accade spesso anche tra noi adulti: tante volte capita che di fronte a gesti di violenza o di ingiustizia si resti impietriti, magari aspettandosi che sia qualcun altro ad intervenire. Si chiama diffusione della responsabilità: un fenomeno studiato dalla psicologia sociale che ci dice che quante più persone sono presenti tanto più si penserà che sarà un altro ad  dover intervenire e ci si sente liberi di non farlo.

  LA CATTIVERIA FA PIÙ PROSELITI DELLA BONTÀ?

Manu ci chiede anche questo: la cattiveria fa più proseliti della bontà?

Non crediamo che la cattiveria faccia più proseliti della bontà, ma sicuramente la nostra percezione della realtà ce lo fa credere.

Intendiamo dire che la nostra mente rimane maggiormente colpita da alcuni tipi di notizie piuttosto che da altri. Non possiamo conservare in memoria tutte le informazioni  e così il nostro cervello si ritrova a fare una scelta tra le cose che ci colpiscono di più, che sono generalmente quelle negative, anche perché sono soprattutto le cattive notizie a fare rumore e ad arrivare ai media.

  BULLI E VITTIME SONO ENTRAMBI BAMBINI/RAGAZZI, NON HANNO PROPRIO NIENTE IN COMUNE?

Al contrario di quanto spesso si crede, i bulli e le vittime hanno diversi aspetti in comune:

–          entrambi hanno sviluppato modalità inadeguate di relazionarsi con gli altri;

–          entrambi sono incapaci di gestire le situazioni conflittuali: l bullo non tollera il confronto e i conflitti, la vittima li teme.

  INOLTRE ENTRAMBI CORRONO DEI RISCHI:

–          il bullo corre il rischio di avere maggiore conflittualità nei rapporti futuri, di andare incontro all’isolamento,  alla messa in atto di condotte devianti come la delinquenza o la dipendenze da sostanze;

–          la vittima ha una maggiore probabilità di sviluppare stress e sintomi fisici di varia natura (mal di testa, coliti, dermatiti, etc…), fobie, ansia, depressione, isolamento.

  I GENITORI DELLE VITTIME E DEI BULLI

Abbiamo volutamente tenuto uniti nello stesso paragrafo i genitori dei bulli e i genitori delle vittime, perché, lo ribadiamo, secondo noi in situazioni di questo tipo hanno bisogno di aiuto sia le vittime che i bulli e anche i loro genitori!

Se un bambino o ragazzo è coinvolto in episodi di bullismo, che sia attore o vittima ha comunque bisogno di aiuto e l’aiuto parte sempre dall’ascolto.

È fondamentale ascoltare sempre i figli. Credere in loro, mettendo anche in conto che potrebbero non dire l’intera verità, soprattutto se si tratta di temi che li imbarazzano, sia perché si vergognano di essere vittime, sia perché hanno paura della reazione dei genitori, se sono i bulli.

I figli devono sapere quanto valore hanno per i genitori le loro confidenze, sapere che non si sentiranno giudicati in modo troppo rigido e che i genitori sono con loro per aiutarli a stare meglio, insomma che, nel bene o nel male, si gioca sempre nella stessa squadra.

È importante fidarsi del proprio istinto e se si sente che c’è qualcosa che non va predisporsi al dialogo.

La regola principale è sempre la stessa, quella valida per tutte le difficoltà che si incontrano con i figli: comunicare e saper ascoltare davvero.

Forse sembrerà banale, ma nella nostra esperienza notiamo che spesso i genitori concentrano la propria attenzione e le proprie domande solo sulla scuola, intesa come voti o performance, trascurando gli aspetti relazionali.

Soprattutto quando i bambini sono piccoli può essere utile chiedere se qualcuno a scuola si è arrabbiato, se qualcuno ha fatto il prepotente con gli altri, se qualcuno è rimasto male per qualcosa che è successo o che qualcuno ha detto.

Si tratta di domande centrate sugli aspetti relazionali che possono aiutare a costruire l’immagine del genitore come un sostegno emotivo per il figlio, un sostengo vero e non solo una persona preoccupata per i voti a scuola.

Lo stesso vale con i figli adolescenti, anche se spesso questi utilizzano come modalità comunicativa il silenzio, un genitore può sempre trovare il modo per dimostrare di esserci, anche aspettando che arrivi il momento in cui il figlio sarà pronto a parlare. È fondamentale che i figli sentano che i genitori sono attenti a ciò che a loro accade senza essere oppressivi e senza pensare solo al rendimento scolastico. Si tratta di un complesso gioco di equilibrio tra fiducia e contenimento, ma la buona notizia è che i genitori hanno spesso più risorse di quante pensano di avere!

Se si capisce che il proprio figlio sta incontrando delle difficoltà relazionali a scuola, si può aiutarlo a capire se è possibile modificare il copione, ovvero se c’è qualcosa che lui stesso può fare in prima persona per cambiare le cose.

Diventa fondamentale essere i principali alleati dei propri figli e questo può voler dire due cose: intervenire come adulti in maniera diretta o supportare il proprio figlio a chiedere lui aiuto ad altri alleati come gli insegnanti o altri compagni che possono diventare un sostegno. La modalità di intervento dipende da vari fattori, tra i quali anche la precocità dell’intervento e la gravità della situazione.

In ogni caso un aspetto fondamentale è che non rimanga nel ragazzo che vive la condizione di vittima un vissuto di impotenza.

Ci sono sempre delle azioni e delle competenze che possono essere messe in gioco per uscire da una situazione difficile, se lui non è solo, sarà più semplice farcela e, anche evitare che certe situazioni possano ricapitare in futuro.

È importante che passi il messaggio che essere vittima è un ruolo che si può vivere in un momento della vita e non una caratteristica di personalità, un’etichetta dalla quale è impossibile liberarsi.

Se poi la situazione è molto grave o si è protratta per molto tempo e il figlio è troppo provato, è giusto che siano i genitori a prendere in mano la situazione e gestirla tra adulti. In questo caso il messaggio che dovrà passare è che gli adulti sanno prendersi cura delle persone che vengono minacciate e vessate.

Anche in questo caso bisogna trovare la modalità giusta, costruendo una rete con la scuola e facendosi aiutare ad entrare in contatto con i genitori del bullo.

È sempre meglio evitare la spedizione punitiva a casa dei genitori del bullo perché si otterrebbe il solo obiettivo di enfatizzare il conflitto.

 I genitori del bullo ascolteranno dal loro figlio una versione differente e saranno spinti dal desiderio di proteggerlo: questo pur non essendo giustificabile è umano e comprensibile, a nessuno piace sentire criticare il proprio figlio.

 MA COSA SUCCEDE A DEI GENITORI CHE SCOPRONO CHE IL PROPRIO FIGLIO METTE IN ATTO DELLE CONDOTTE RICONDUCIBILI AD ATTI DI BULLISMO?

I vissuti e le reazioni possono essere tanti e spaziare dalla rabbia alla negazione, passando per il senso di frustrazione per avere sbagliato qualcosa.

Manu ci racconta un’esperienza molto negativa, nella quale la madre del ragazzino che perseguitava sua figlia ha negato l’accaduto e, non essendosi messa in discussione, non ha portato avanti dei comportamenti riparativi rispetto alla condotta del figlio.

Non tutti i genitori reagiscono così, tanti, tantissimi sono pronti a rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per capire come aiutare il proprio figlio a modificare il suo comportamento e quindi sostenerlo nel suo sviluppo futuro.

 COME SI PUÒ AIUTARE UN FIGLIO CHE COMPIE ATTI DI BULLISMO?

Prima di tutto è necessario mantenere la calma: niente aggressioni, né giustificazioni. Serve lucidità.

Ed è fondamentale che il ragazzo sappia che i genitori lo amano e vogliono aiutarlo a capire il proprio comportamento e porvi rimedio. Deve essere chiaro che è il comportamento ad essere sbagliato e non il ragazzo in sé, perché un comportamento può essere modificato, una persona no!

Anche in questo caso il ragazzo ha bisogno di capire i propri vissuti emotivi e di conoscere le proprie risorse, ha bisogno di sperimentarsi anche in altri ruoli, oltre a quello che magari lo rassicura perché gli è familiare, ma non necessariamente lo rende felice.

Non serve nemmeno a lui essere etichettato in maniera negativa, mentre è utilissimo accompagnarlo alla scoperta delle parti di sé che non conosce.

A livello pratico sarà necessario stabilire regole chiare da fare rispettare con coerenza e prestare attenzione alle manifestazioni di aggressività. Sarà fondamentale insegnare con il proprio comportamento la differenza tra assertività e aggressività.

  COSA PUÒ FARE LA SCUOLA?

La scuola ha un ruolo importantissimo perché può contemporaneamente fornire aiuto ad entrambi: bullo e vittima.

È il luogo più idoneo per aiutare i ragazzi ad acquisire responsabilità e comprendere le proprie azioni e le loro conseguenze.

La scuola può mettere in atto misure che coinvolgano tutti gli attori coinvolti: i ragazzi, i genitori, gli insegnanti.

Non sempre la punizione diretta del bullo è la modalità più efficace, in genere è molto più utile un lavoro integrato che prevede il coinvolgimento di tutte le figure.

È possibile inserire dei programmi di prevenzione che abbiano l’obiettivo di promuovere le capacità relazionali nel rispetto di sé e degli altri, programmi di educazione socio affettiva che aiutino i bambini, sin dalla scuola per l’infanzia a riconoscere, accogliere e gestire le proprie emozioni, imparando a rispettare se stessi e gli altri.

Solo con interventi precoci di prevenzione e promozione del benessere si potrà evitare che il modello di comportamento aggressivo tipico del bullo, diventi una modalità di relazione preferenziale tra i ragazzi.

Dalla scuola primaria potranno essere costruiti dei programmi di intervento strutturati e continuativi nel tempo che diano spazio:

–          alla formazione/informazione in modo da creare sempre maggiore sensibilità e attenzione sul tema;

–          integrazione dei diversi ruoli professionali in  modo che ci sia un monitoraggio di ciò che accade a diversi livelli e nei diversi spazi;

–          programmi specifici rivolti al gruppo classe perché si possa lavorare in gruppo sulle dinamiche che vengono a  crearsi. Lavoro sull’empatia, la condivisione, il rispetto reciproco;

–          interventi individuali sia con le vittime che con i bulli;

–          coinvolgimento dei genitori come parte fondamentale di un progetto educativo più ampio.

Naturalmente sarebbe opportuno che gli interventi a scuola venissero coordinati da un professionista esperto che riesca a capire anche se è necessario attivare degli interventi di sostegno familiare o individuale di natura psicologica.

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

 Studio di psicologia Psynerghia

Bullismo a scuola. Le riflessioni dei genitori

bullismo scuola (1)Anche questo mese continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Oggi pubblichiamo le domande e le riflessioni dei genitori su un tema molto attuale: il bullismo a scuola. Martedì 4 aprile troverete il nostro post di risposta.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Bullismo a scuola come prevenire? Il bullismo è l’espressione della parte più oscura e peggiore dei nostri figli. Parleremo del ruolo dei genitori delle vittime e dei genitori dei bulli. Come noi genitori possiamo comprendere i segnali e intervenire.

Se mi fermo a riflettere credo di essere stata anche io una vittima di bullismo. I miei compagni delle medie mi offendevano, mi insultavano e mi esiliavano. Tutti i giorni i soliti due o tre mi prendevano in giro e altri della classe li seguivano a ruota. Chi non li seguiva in questi continui sfottò, comunque mi isolava.  Le mie compagne quando organizzavano le feste di compleanno invitavano tutte le ragazze tranne me.

Io piangevo tutti i giorni. Avevo continuamente mal di testa.

Nessuno si accorgeva di niente. Io non ne parlavo con nessuno, piangevo da sola nella mia cameretta. Io la chiamavo cattiveria, oggi si chiama bullismo e il luogo principale dove avviene è la scuola. Oggi come allora.

Quel periodo è stato ampiamente superato e oggi non ha lasciato strascichi, quello che invece è rimasto sono delle domande aperte.

  • Perché dei ragazzi diventano così cattivi con i loro coetanei?
  • Perché c’è omertà da parte di chi vede? Il bullo viene quasi “protetto”.
  • Perché “la cattiveria” raccoglie proseliti e invece la bontà no?
  • Dove erano i miei genitori?

Le prime domande le lascio alle nostre psicologhe dello studio Studiopsynerghia. Se penso che molto spesso gli atti di bullismo si consumano tra compagni di classe mi vengono i brividi. In un’età dove l’amicizia dovrebbe essere il sentimento che accumuna e crea alleanze, invece si assiste a divisioni e atti di violenza con epiloghi alcune volte tragici.

Aspettiamo che siano le nostre psicologhe ad aiutarci a capire. Parto dall’ultima domanda.

Dove erano i miei genitori?

Perché non si sono accorti di quello che mi stava succedendo?

 Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori delle vittime?

I miei genitori erano lì, ma io mi nascondevo. Piangevo di nascosto. Alla famosa domanda “Com’è andata oggi a scuola”?

Rispondevo con la “solita” risposta che oggi sento dalle mie figlie adolescenti “Tutto bene” e che credo la maggior parte dei ragazzi dica ai genitori.

Ma dentro di me mi chiedevo anche perché mia mamma non si accorgesse di tutta la mia sofferenza e disperazione.

Quello era bullismo, oggi è questo il suo nome. Ma io lo nascondevo, e lo nascondevo bene. Perché? Non lo so. Credo i ragazzi facciano così. I ragazzi parlano molto poco con i propri genitori anche quando ne hanno un bisogno disperato.

I genitori delle vittime di bullismo si accorgono solo nei casi più gravi. Quando il bullismo è psicologico, non lascia segni visibili e solo quando le ferite nell’anima diventano molto profonde allora il ragazzo parla o il genitore se ne accorge.

Bullismo a scuola come prevenire. Il dialogo è la chiave

Superficialità? È questo quello che sono i genitori delle vittime? È facile trarre conclusioni. Chi ha dei figli sa che la più grande (e difficile) conquista per un genitore è stabilire un dialogo. In adolescenza il quadro si complica, tuo figlio sta crescendo e tu hai il dovere di lasciarlo andare pian piano alla ricerca della sua strada. No, non credo sia superficialità, è che questi ragazzi davvero non ti parlano.

Forse anche per noi genitori non è facile accettare che gli atti di bullismo non sono solo quelli che sentiamo alla televisione. Allora come possiamo prevenire il bullismo nelle scuole? Io ogni tanto parlo con le mie figlie, chiedo, indago, si il termine non è bellissimo, ma faccio anche questo. Non è sufficiente chiedere se tutto va bene, io lo so.

Quali sono le domande da fare ai nostri figli? Quali sono i segnali da tenere sotto controllo? E come possiamo insegnargli a non coprire il bullo?

Tutti condannano il bullismo, ma indovina un po’ anche i bulli hanno i genitori.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori dei bulli?

I genitori dei bulli sanno come si comportano i loro figli? Io credo proprio di si. Nell’articolo Bullismo come riconoscerlo http://www.genitorialmente.it/2016/02/bullismo-come-riconoscerlo/ ho raccontato di come la mamma del bullo difendeva suo figlio e accusava mia figlia perché non subiva in silenzio le sue angherie.

Il bullismo dei ragazzi nasce dal bullismo dei genitori. Tra gli adulti si parla di arroganza, sopraffazione, di potere, inventiamo scuse questo è bullismo.

Mi spiace puntare il dito contro tante mamme che difendono il loro figlio, ma forse un bell’esame di coscienza la sera prima di andare a letto (come ci dicevano da piccoli) può aiutare. La mamma del compagno di mia figlia affermava che suo figlio era una vittima. Addirittura lui a casa piangeva perché quando insultava mia figlia lei gli teneva testa e questa comportamento gli creava crisi isteriche. Ha continuato a difendere il figlio, ha continuato a rovinare il figlio e continuerà a rovinare suo figlio.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono gli insegnanti?

Gli insegnanti hanno una grande responsabilità perché è nel loro territorio che questo fenomeno ha il suo principale campo di applicazione. Il consiglio che mi sento di dare ai genitori che sospettano che ci siano delle situazione “a rischio” è di parlarne immediatamente con gli insegnantiIMMEDIATAMENTE.

È importante che il corpo docente si senta preso in causa e responsabilizzato. Gli insegnanti di mia figlia, che non si erano accorti di niente, hanno immediatamente spostato al primo banco il ragazzo, in modo che si sentisse con le “spalle scoperte”. Una piccola mossa ma con un importante valore, mia figlia ha capito che non era sola.

L’altro consiglio che mi sento di dare, è di vigilare sempre. Purtroppo per quanto ci riguarda la situazione sembrava sotto controllo, invece ad un certo punto è esplosa dividendo la classe. Ovviamente mia figlia ci aveva sempre detto “Tutto bene”. Lei aveva iniziato la sua battaglia con il suo compagno da sola, lei ne soffriva ma combatteva. Però nella mia mente rimbalzava sempre la frase di quel ragazzo:

“Io qualche giorno fuori da scuola la picchio, tanto nessuno mi può dire niente”.

La frase mi è stata riferita della mamma del ragazzo, con un grande tono di sfida.

Un altro consiglio per i genitori è di fare un colloquio con l’insegnante di educazione fisica. Durante l’ora di ginnastica i ragazzi si sentono più liberi e parlano, si sfogano. Questo insegnante può rivelare verità inaspettate.

Bullismo a scuola: come prevenire? Le due psicologhe dello studio Studiopsynerghia     la settimana prossima con il loro articolo ci aiuteranno a capire come fare perché il bullismo scompaia. Io credo che anche i bulli siano delle vittime, vittime di genitori che non li aiutano, vittime di una società con una forte crisi di ideali, ma soprattutto vittime di loro stessi.

 

 

Bullismo a scuola come prevenire? Mai da soli, tra i nostri partner ci sono:

MaBasta  http://www.mabasta.org/partner.html il movimento di studenti che lotta contro il bullismo.

AIED http://www.aied-roma.it/nobullismo/partner_nobullismo/  per il contest #nobullismo

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le riflessioni delle psicologhe

fiducia-treccaniContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it e questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli

Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, –cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Abbiamo iniziato questo post con la definizione della parola Fiducia tratta dal dizionario Treccani della lingua italiana. Una definizione che ci piace sottolineare soprattutto per la parte in cui si parla della produzione di “un sentimento di sicurezza e tranquillità”.

Quel sentimento di sicurezza e tranquillità al quale, nella fase della famiglia con figli adolescenti, tutti tendono: sia i genitori che i figli.

Il primo punto che ci preme sottolineare è dunque questo: anche se appaiono in contrasto tra loro, genitori e figli adolescenti vogliono la stessa cosa: sentirsi sereni e tranquilli e sentire che le persone a cui vogliono bene hanno fiducia in loro.

La fiducia ha dunque strettamente a che fare con la RECIPROCITÀ.

È vero ciò che dice Manu: la fiducia è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, già dal primo vagito, segue il ritmo delle relazioni che si instaurano e non può mai darsi per assodata. È sempre in costruzione e in mutamento, a seconda, non solo, come spesso si crede, dell’età dei figli, ma anche della fase di vita che i genitori stanno attraversando.

Chi ha figli adolescenti spesso tende a punteggiare sui loro mutamenti e si pone come osservatore esterno di ciò che accade, dimenticando di essere parte di un sistema in interazione costante e in cui i singoli membri vivono una condizione di INTERDIPENDENZA, in cui il comportamento e le emozioni di ognuno sono fortemente collegati a quelli degli altri.

Si parla spesso di adolescenza come fase di cambiamenti profondi, di imprevedibilità e di incertezza, ma l’adolescenza è anche una creazione degli adulti, ha a che fare con la nostra paura di fronte a ciò che è mutevole. L’adolescenza dunque non è solo CRISI ma anche SPINTA VITALE VERSO IL CAMBIAMENTO e una richiesta, che può diventare urlo, al mondo adulto perché ascolti la parola del passaggio tra chi non è più e chi non è ancora.

Non si è più bambini ma non si è ancora adulti.

Questo momento di passaggio ha bisogno della collaborazione di tutto il sistema familiare: i ragazzi hanno diritto di attraversare il loro momento di crisi e i genitori devono ricostruire l’equilibrio tra distanza e vicinanza, ma spesso si sentono in difficoltà perché fanno fatica a contattare gli adolescenti che sono stati per poter entrare in contatto con i propri figli.

Noi adulti tendiamo a vedere gli adolescenti in due modi: o come creature inquiete, in guerra col mondo, o come esseri fragili e insicuri alla ricerca della propria identità. Ma questa età ha anche il volto della creatività, del desiderio di costruire se stessi e il proprio futuro, di fare progetti, di mettersi alla prova e di inseguire i propri sogni e con essi costruire una vita che valga la pena di essere vissuta.

Abbiamo già detto che l’adolescenza viene spesso collegata all’idea di crisi ma non dobbiamo dimenticare che il termine crisi contiene in sé i concetti di separazione e di scelta e la doppia lettura di vincolo e opportunità.

La crisi non è qualcosa che deve essere evitato, ma va vissuta anche se appare drammatica, perché è un passaggio necessario per la costruzione di un’identità adulta. È proprio laddove la crisi viene evitata che compaiono i sintomi e le patologie. È in questo momento che gli adulti che supportano e curano devono resistere alla tentazione di sostituirsi ai figli e trovare le soluzioni per loro. Per aiutarli davvero devono saper reggere lo stare nel tempo sospeso dell’incertezza, dell’ambivalenza e della confusione.

Le relazioni tra genitori e figli si modificano e cominciano ad emergere differenze che diventano contrapposizioni e conflitti. Si tratta del conflitto necessario per la costruzione della propria indipendenza, una condizione nella quale per affermare se stessi è necessario portare avanti la cosiddetta caduta degli dei. Un bisogno di ridefinizione del legame con i genitori che non sono più le figure idealizzate dell’infanzia ma vengono trasformate in esseri umani reali con i limiti  e le debolezze che questo comporta.

Per i ragazzi è difficile parlare con gli adulti perché questi spesso sono più concentrati sul modello pedagogico della svalutazione degli adolescenti, anziché sulla loro valorizzazione. I ragazzi vogliono essere presi sul serio, si aspettano di essere ascoltati perché hanno cose importanti da dire. Si trovano ad oscillare  tra il sentirsi grandi e piccoli e vengono trattati in modi contrastanti anche da coloro che li circondano.

Non hanno bisogno di sentirsi fare delle prediche ma di incontrare il saper fare e il saper essere dei propri genitori e degli adulti in generale. Le domande in questa fase sono sempre due: chi sono io e da chi sono diverso? Due domande in cerca di risposte che possano bilanciare tra l’autoidentificazione e la differenziazione dall’altro.

Durante l’infanzia è l’adulto, adorato e idealizzato a filtrare i bisogni dei bambini e fare da mediazione con l’esterno, in adolescenza i ragazzi devono prendere in carico se stessi e iniziano a sperimentare le proprie abilità e competenze anche attraverso lo stato di confusione che spesso si trovano a vivere, una confusione che non ha a che fare con difficoltà cognitive ma con la complessità del gestire emozioni e vissuti interni difficili da integrare perché spesso contrastanti e questo da luogo a senso di smarrimento e paura o anche tentativi di negazione. Hanno difficoltà ad avere familiarità con il loro sentire interno, eppure è proprio questa la condizione per potersi fidare di se stessi. È per questo che in questa età sono così frequenti gli agìti, la messa in atto di comportamenti rischiosi che rappresentano un cortocircuito del pensiero e permettono di sperimentare il proprio mondo senza il filtro della coscienza, come se fosse il corpo a dominare.

Il cortocircuito diventa circolo vizioso nel momento in cui gli adulti, che dovrebbero insegnare la vita, pensano che per farlo al meglio sia necessario trasmettere la conoscenza del modo giusto per non sbagliare.

Anche quando si dice ai figli che devono mettersi in gioco correndo il rischio di sbagliare, lo si fa tenendo un certo distacco dalla cosa, mantenendosi spesso su un piano teorico.

Pochi genitori pensano che sia utile parlare ai figli delle proprie PAURE, di quanto ci si sia sentiti SOLI e INCOMPRESI in certe situazioni, di come anche da adulti si faccia fatica a SBAGLIARE e cercare di RIMEDIARE.

Nessuno crede che possa servire a qualcosa mostrarsi fragili e parlare delle proprie difficoltà.

I genitori rinunciano troppo spesso all’arte della NARRAZIONE AUTENTICA DI SÉ, forse pensando che non sia abbastanza interessante o abbastanza perfetta.

A volte si fa l’opposto, costruendo una narrazione non autentica, incentrata sul dover essere e sul senso di adeguatezza, non dando in questo modo ai figli una delle opportunità più grandi per costruire un legame di forte intimità: la possibilità del RISPECCHIAMENTO nei propri genitori, genitori autentici, persone vere, in carne ed ossa, che hanno provato come loro emozioni contrastanti e si sono sentiti in difficoltà, sia alla loro età che da adulti, perché fa parte del gioco della vita. Se c’è una cosa che gli adolescenti fanno in maniera istintiva e intensa è proprio il tenersi lontani da ciò che non è autentico, perché da questo hanno bisogno di differenziarsi.

CHE COSA FARE DUNQUE PER COSTRUIRE UN RAPPORTO DI FIDUCIA CON I FIGLI ADOLESCENTI?

Una relazione fertile, costruttiva e intima ha bisogno di un modello educativo flessibile, che abbia la capacità di adattarsi ai cambiamenti e di reggere agli scossoni. È necessario accettare di stabilire nuovi confini, ridefinire gli obiettivi educativi evitando la trappola della pedagogia del giusto e dello sbagliato in favore della messa in gioco delle proprie emozioni e dei propri vissuti.

L’adolescente non ha bisogno di prediche ma della possibilità di un confronto diretto con i suoi genitori, della esperienza di sentirsi accolto e visto per ciò che è davvero, di sentire che l’altro ha emozioni, vissuti, una storia e anche un corpo fisico. Un genitore che sa esserci per il proprio figlio perché ha chiaro per primo quali sono le sue emozioni e sa separarle da quelle dei figli.

I figli non hanno bisogno di un manuale esistenziale ma di un punto di vista alternativo sul mondo, un’altra realtà possibile, che non abbia la presunzione di essere quella giusta.

A volte la difficoltà per i genitori è proprio questa: la possibilità di esserci con autenticità. Per gli adulti che non hanno avuto modo di elaborare la propria adolescenza non è semplice affrontare l’adolescenza dei figli, perché questa li mette inevitabilmente di fronte ai propri nuclei non risolti, alle proprie ferite ancora aperte.

E questa è una tappa fondamentale: SEPARARE LE PROPRIE FERITE DA QUELLE DEI FIGLI per poterli aiutare senza spaventarsi e senza irrigidirsi. Se trovano un buon terreno di confronto e non vengono represse, le richieste d’aiuto degli adolescenti possono diventare assunzione consapevole dell’interdipendenza come sistema di relazioni di scambio. Se si arriva a questa condizione si sarà ad un punto di svolta fondamentale: la tolleranza dei propri limiti e il riconoscimento dei propri bisogni permette di riconoscere se stessi e l’altro come persone reali con le quali si può entrare in contatto autentico, senza correre il rischio di costruire relazioni fusionali.

Testi per approfondire il tema:

Anna Fabbrini, Alberto Melucci – L’età dell’oro

Jesper Juul, La famiglia è competente 

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le domande dei genitori

genitorialmente -fiducia

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it, questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli. Diamo la parola ai genitori e venerdì pubblicheremo le nostre riflessioni.

 

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la domanda che affligge molti genitori perché sia che si parli di rendimento scolastico, di rapporti sociali o all’interno della famiglia, noi genitori abbiamo capito che tutto passa da lì. Come fidarci dei nostri figli e come fare che i nostri figli si fidino di noi?

Non esiste un momento della vita in cui il rapporto di fiducia tra genitori e figli sia meno importante, ma sicuramente esiste un periodo in cui creare un rapporto di fiducia con il proprio figlio è fondamentale, quel periodo è l’adolescenza. Quando i tuoi figli diventano adolescenti tutte le regole saltano. I nuovi comportamenti ti destabilizzano.

Tu non li capisci, loro non parlano, il mondo è pericoloso, il futuro è incerto. Rabbia, sconforto, tentativi di comprensione, un passo avanti e 10 indietro, o forse no?

Chi non parla?

Chi non ascolta?

Michela, Sonia e altre mamme ci hanno posto delle domande che gireremo alle psicologhe (http://psyblog.blog.tiscali.it/2017/01/23/i-problemi-scolastici-in-adolescenza-cosa-possono-fare-i-genitori/) che collaborano con noi e ci affiancano nel lavoro più difficile del mondo: diventare un buon genitore … di un adolescente.

Ho chiesto a mia figlia di fidarsi di me.

Dammi questa chance, non chiudere la porta, dammi una possibilità di dimostrarti che anche se non sono d’accordo con te, anche se mi arrabbio, io sono e sarò sempre dalla tua parte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti

Fiducia: perché se ti fidi di me non devi nascondere quello che fai. Se non hai studiato, se hai fumato, se hai bevuto, se non hai usato le giuste precauzioni in un rapporto sessuale. Se un figlio si fida di un genitore sa che solo il genitore può aiutarlo.

Hanno paura che non li capiamo, che li giudichiamo, che li puniamo, o hanno paura che ce ne freghiamo?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Da quando?

Ma soprattutto quando? Io credo che sia un percorso che inizia dal primo vagito. C’è chi non lo fa, ma c’è chi lo fa e c’è chi lo vuole fare ma non sa come fare.

Io ho sempre parlato tanto con le mie figlie, e credo anche di averle ascoltate sempre. Dico credo, perché ovviamente non lo so; fino ad oggi la famosa frase “Tu non mi ascolti” non è ancora arrivata, ma ne sono arrivate altre “Ce l’hai sempre con me. Date sempre la colpa a me” … non so se si possono considerare sinonimi.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le paure

Credo sia normale avere paura della reazione di un genitore di fronte a un fatto negativo. Ma quando questa paura è sproporzionata rispetto al fatto in se stesso? Il timore della reazione del genitore o dell’adulto di riferimento portano a mentire e spesso fanno accrescere il senso di colpa e di inadeguatezza.

Cosa possiamo fare affinché i nostri figli si fidino di noi?

Ci permettano di star loro vicino, di aiutarli a risolvere il problema?

Quando la paura è paura di sbagliare? Paura dei giudizi dell’adulto di riferimento? Paura dei giudizi degli amici o dei compagni di scuola?

L’adolescenza è un periodo di grandi insicurezze.

Dove finisce la timidezza e la vergogna e inizia la paura?

Il timore di fare brutta figura?

E noi genitori come possiamo aiutarli a non avere questi timori. La figlia di Sonia a scuola si isola e non parla, ha paura di fare brutta figura con i compagni. Nessuno riesce a farle vincere questa paura, neanche le rassicurazioni degli insegnanti. Cosa può fare un genitore oltre a rassicurarla e dirle che può e deve sbagliare perché è così che si impara?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le continue bugie nonostante tutto.

Perché i nostri figli continuano a mentire? Bugie quando non serve mentire. Bugie quando vengono scoperti, bugie anche davanti all’evidenza. Come quella volta in cui la figlia di Michela aveva raccontato che era stata tutto il pomeriggio in biblioteca con le amiche; invece poi era andata in giro. L’amica aveva avuto la brillante idea di pubblicare su Facebook una loro foto. Eppure la figlia di Michela continua a negare l’evidenza:

“Non è vero, tu non ti fidi di me”!

Sono tanti gli esempi in cui i nostri figli si fissano su bugie assurde. Cosa dobbiamo fare? Fingere di dargli ragione? Discutere diventa una lotta testa a testa, infinita. I nostri figli ci mentono perché non si fidano di noi o c’è un altro motivo? Tutto questo innesca una “brutta” spirale fatta di controlli e di tensioni.

Sono tante le domande che ogni genitore si pone.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog.it (http://psyblog.blog.tiscali.it/tag/genitori-e-figli/) ci aiuteranno a trovare alcune risposte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la sfida più importante per ogni genitore, non stiamo cercando il controllo sui nostri figli, vorremmo poterci fidare e consegnarli al mondo perché vivano la loro vita con la consapevolezza che noi saremo sempre dalla loro parte.

Ragazzi fidatevi di noi!

Firma Manu

 

 

Se stai tentando di diventare un buon genitore, vieni a leggere Figli al centro che troverai un valido aiuto, un passo dopo l’altro.

Adolescenti e problemi scolastici. Le risposte delle psicologhe

foto Psi scuola e adolescenzaLa nostra collaborazione con la rubrica  Figli al centro  del blog Genitorialmente questo mese continua con un tema interessante e molto attuale: cosa possono fare i genitori di fronte ai problemi scolastici dei figli?

Proviamo a rispondere alle domande dei genitori partendo da una riflessione sull’adolescenza come età di passaggio e di cambiamento, non solo per i ragazzi che la vivono in prima persona, ma anche per le famiglie coinvolte che si ritrovano a dover costruire nuove strategie e modelli d’azione per affrontare una sfida complicata.

Soprattutto la prima adolescenza, che va dai 12 ai 14 anni, è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici e, se spesso i genitori hanno la sensazione di ritrovarsi in casa degli estranei, per loro può essere utile tenere a mente che in questa fase della vita accade di frequente che gli adolescenti stessi facciano fatica a riconoscersi.

Cambia la percezione del proprio aspetto, che  molto di rado è soddisfacente e cambia l’umore. Gli adolescenti  possono sentirsi felicissimi per un  momento e subito dopo andare incontro alla più nera disperazione. L’umore e l’immagine di sé sono fluttuanti e mutevoli. Allo stesso tempo c’è l’alternanza di momenti di grande maturità e momenti di infantilismo.

I ragazzi che si ritrovano a vivere in questo equilibrio precario hanno bisogno di trovare delle certezze nei genitori, che invece molto spesso si spaventano nel vedere gli sbalzi d’umore, l’insoddisfazione, la continua ricerca, le risposte brusche, i silenzi, le porte sbattute e magari anche un cambiamento che avviene nella sfera scolastica.

Per il genitore non esiste un unico modo “giusto” di affrontare queste difficoltà: a volte la risposta è il dialogo, a volte il rispetto del desiderio di silenzio, altre volte, invece, è opportuno saper reggere una discussione animata e avere la capacità di mettere un freno a una situazione che può essere pericolosa. Ma ciò che è più utile per un adolescente è sentire che i suoi genitori ci sono, sono presenti e non scapperanno di fronte alle sue intemperanze, né si irrigidiranno in modo eccessivo.

Il punto focale è essere fermi rispetto ai valori e alle regole che si ritengono fondamentali ma anche flessibili per affrontare e a insegnare ad affrontare il cambiamento.

È molto importante la capacità di riconoscere e accogliere i cambiamenti che stanno avvenendo nei figli e riadattare l’immagine che si ha di loro, in modo da svolgere una funzione molto importante in questa fase della vita: la funzione di rispecchiamento, che permette ai figli di potersi riconoscere nello sguardo e nelle interazioni con i propri genitori. In parte infatti sviluppiamo il senso di noi stessi proprio vedendoci rispecchiati negli occhi degli altri, vedendo come gli altri reagiscono a noi, connettendoci con le emozioni che sentiamo di suscitare in loro.

I genitori devono quindi accogliere il figlio cresciuto, mantenendo sempre dentro di sé l’immagine del bambino che ben conoscono in modo da non farsi spaventare o scoraggiare dalle nuove modalità.

Per l’adolescente è fondamentale sapere che i genitori hanno fiducia in lui anche quando le cose non vanno alla perfezione, come lui o loro vorrebbero. Il fatto di vedere riflessa negli occhi dei genitori un’immagine positiva di sé è un bene prezioso, talmente prezioso da rappresentare una base sicura, un buon nutrimento per l’autostima e la fiducia in sé e anche un rinforzo della capacità di fare scelte giuste in futuro.

Questo non significa chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà ma sapere che queste possono essere affrontate; occorre sempre ricordare che anche una situazione complessa e negativa può essere temporanea.

Fatta questa premessa generale, valida per affrontare tutti i tipi di difficoltà che coinvolgono la relazione tra genitori e figli andiamo a vedere gli aspetti più specifici relativi alla scuola.

La scuola è un’agenzia di socializzazione fondamentale, un luogo nel quale si possono sviluppare contemporaneamente aspetti cognitivi, emotivi e relazionali.

Possiamo senz’altro dire che un ragazzo che resta al di fuori del ciclo di scolarizzazione obbligatoria, oggi, può essere definito un cittadino dimezzato, che gode dei diritti civili ma avrà probabilmente una situazione precaria dal punto di vista sociale e lavorativo.

A scuola i ragazzi possono incontrare modelli adulti differenti dai loro genitori, e soprattutto confrontarsi con i coetanei in un contesto protetto. Dall’appartenenza scolastica deriva il ruolo sociale attribuito a chi attraversa l’adolescenza: il ruolo di studente, aspetto costituivo fondamentale in questa età. Molto spesso se si chiede ai ragazzi di definirsi, diranno di sé che sono degli studenti, definizione valida per tutte le età e per entrambi i generi.

La scuola è vista dai ragazzi come un mezzo utile per arrivare all’inserimento lavorativo e per l’emancipazione personale, ma è anche considerata uno dei percorsi più difficili da affrontare.

Uno degli aspetti che maggiormente influiscono sul clima psicologico della classe è la natura della relazione tra insegnanti e studenti. Gli insegnanti, come detto sopra, sono dei modelli adulti differenti da quelli genitoriali, proprio per questo molto utili per allargare le alternative di scelta con cui identificarsi. È molto importante il fatto che gli insegnanti non siano legati in modo affettivamente intenso ai ragazzi come i loro genitori, per questo sono in grado di fornire modelli sociali psicologicamente meno invischianti e più utili per la costruzione della propria identità in adolescenza. Un altro aspetto molto importante è legato al fatto che è proprio a scuola che i ragazzi mettono in atto le prime trasgressioni verso le regole istituzionali: assenze all’insaputa dei genitori, fumare in bagno, non fare i compiti ecc, e grazie a questo imparano anche a conoscere e subire le sanzioni legate alla violazione delle prime regole sociali.

Essendo un contesto nel quale si sviluppano processi e si costruiscono relazioni, spesso diventa il luogo nel quale i ragazzi manifestano il loro disagio.

Il disagio scolastico è un fenomeno legato alla scuola, come luogo di insorgenza, ma che non può prescindere da variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche, il contesto familiare e culturale in senso più ampio. Si esprime in una varietà di situazioni problematiche che possono causare insuccesso scolastico e disaffezione alla scuola.

Visto il suo carattere composito e multifattoriale appare necessaria una lettura sistemica, che vada oltre la definizione, univoca e statica del disagio e si incentri sui significati che questo può assumere. L’essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente coinvolto nella relazione con altri esseri umani, sempre impegnato ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Appare dunque chiaro come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

I ragazzi si trovano a muoversi tra due importanti punti di riferimento ed è fondamentale che tra questi ci sia un dialogo.

Se scuola e famiglia collaborano il ragazzo si sentirà contenuto e, anche se mette in atto modalità di contestazione, avrà la certezza che c’è qualcuno che si preoccupa per lui e che ci tiene al suo futuro. Se non c’è collaborazione tra le figure adulte, che in questa fase sono le più importanti, è molto probabile che di fronte ad una difficoltà sia facile per il ragazzo deresponsabilizzarsi e attribuire la causa dei problemi alla scuola, soprattutto agli insegnanti.

I ragazzi non lo fanno con malignità, è un naturale processo umano (dal quale non siamo esenti nemmeno noi adulti) che fa sì che, quando si percepisce che tra due persone o sistemi organizzativi c’è una difficoltà, si crea lo spazio nel quale infilarsi e stare, ottenendo l’obiettivo non esplicitamente perseguito di estremizzare le difficoltà iniziali. È lo stesso fenomeno che si presenta quando c’è un conflitto forte tra i due genitori e si creano in famiglia alleanze e coalizioni tra un figlio e un genitore contro l’altro genitore.

La soluzione al problema posto da Manu non è dunque semplice e lineare ma comprende diversi livelli d’azione.

È certamente corretto il porsi in una posizione di ascolto e rispetto dei figli, cercare di comprendere cosa stanno vivendo e se ci sono delle difficoltà per le quali c’è bisogno anche del supporto di un adulto. Manu stessa ha sperimentato che il polso troppo duro non serve. È corretto anche il non focalizzarsi solo sulla scuola perché per i ragazzi è fondamentale sentirsi presi in considerazione dai propri genitori nella propria totalità e non “solo in quanto studenti”.

È dunque fondamentale vedere e riconoscere ciò che di positivo ha un figlio e dimostrare di avere fiducia in lui.

Un altro aspetto importante è provare a costruire un dialogo con gli insegnanti, perché probabilmente, anche se in modo involontario, a loro arriva il messaggio di squalifica che i genitori sentono nei loro confronti. Questa modalità porta ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad una chiusura da entrambe le parti e a farne le spese sono sempre i ragazzi.

Rispetto alla domanda specifica di cosa fare per la scelta della scuola superiore  ci sembra importante che la  ragazza abbia espresso il suo desiderio e la sua posizione. Un desiderio che, tra l’altro, non è quello di scegliere la strada più comoda, e che contiene in sé la volontà di affrontare le proprie temporanee difficoltà. Ci viene in mente che si potrebbe approfittare di questo momento importante per proporre agli insegnanti di inserire un progetto di orientamento per i ragazzi, con un professionista che li aiuti a capire qual è la scelta più adeguata a loro sulla base di elementi concreti come i valori, le attitudini, gli interessi, la motivazione ecc. Una proposta di questo tipo, magari concordata con gli altri genitori, agisce su due livelli: la possibilità di costruire una sinergia con gli insegnanti e la volontà di aiutare i propri figli a fare scelte consapevoli per il proprio futuro.

Se la scuola non avesse questa possibilità si può pensare di farlo fare ai propri figli anche individualmente, non si tratta di una psicoterapia, ma di un lavoro di sostegno e orientamento che può tranquillamente essere svolto in pochi incontri e che può aiutare, da un lato il ragazzo a chiarirsi le idee e capire davvero cosa vuole fare e, dall’altro, anche i genitori a fidarsi con più serenità delle scelte dei propri figli.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

I problemi scolastici in adolescenza. Cosa possono fare i genitori?

problemi scolasticiContinua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente.

Questo mese parleremo dei problemi scolastici in adolescenza e lo faremo a partire dalle domande e dalle riflessioni dei genitori.

Venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

“Questo mese con le nostre psicologhe dello Studio Psynerghia   per la rubrica Figli al centro  parleremo di un argomento che preoccupa tantissime famiglie: i problemi scolastici in adolescenza.

Il momento più critico per noi è stata la seconda media, o meglio, il momento di cambio, perché le criticità grosse sono arrivate ora che mia figlia è in terza media.

Una ragazzina indipendente, capace, che sebbene continuasse a dichiarare che “non voleva andare a scuola e che non le piaceva studiare”, come si suol dire “faceva il suo dovere”. E lo faceva abbastanza bene.

La situazione a scuola: il corpo docente fa acqua da più parti: poca professionalità, poca voglia di lavorare, di insegnare e nessuno stimolo per i ragazzi. Eccezion fatta per l’insegnante di matematica, gli altri professori sono arrivati addirittura ad abbassare il livello di difficoltà delle verifiche cosicché i voti risultino più alti, ma la preparazione si abbassa sempre di più. Nonostante questo mia figlia passa dal 9 in matematica e scienze (dove c’è un’insegnante capace) a insufficienze gravi e continue in altre materie.

Con insegnanti di questo tipo non c’è alcuna possibilità di collaborazione e di dialogo. Quindi noi genitori dobbiamo cavarcela da soli.

I problemi scolastici in adolescenza diventano ancora più grandi quando sei solo.

Mia figlia fino alla prima media ha avuto degli insegnanti eccellenti, ora tutto è cambiato. Le spieghiamo che questa è la vita, che deve studiare per se stessa; ma forse è un po’ presto per una ragazzina di 13 anni capire che se un adulto “se ne frega” di fare il suo dovere perché un ragazzino dovrebbe fare diversamente?

Tantissimi genitori come me hanno problemi scolastici in adolescenza che iniziano a quest’età e non si sa quando finiranno.

I nostri figli troveranno sempre insegnanti incapaci e demotivati e loro dovranno trovare le motivazioni in loro stessi. Ma come? Dirglielo e ripeterglielo non serve o non basta.

L’incapacità dei professori e le carenze della scuola non possono diventare un alibi per il calo di rendimento.

Come provare a risolvere i problemi scolastici in adolescenza?

Noi abbiamo iniziato con le punizioni: via il cellulare, via la televisione. Ho pronunciato la fatidica frase “Se non studi, allora lavori” dandole dei lavoretti da fare in casa. Le abbiamo dato 15 giorni di tempo per dimostrarci il suo nuovo impegno. Risultato? Quasi nullo. Il tutto corredato dalle solite bugie di come le insufficienze non fossero colpa sua.

Abbiamo provato con le cattive e poi siamo passati al dialogo e al confronto. Per risolvere i problemi scolastici in adolescenza abbiamo pensato ad un approccio che non andasse diretto al problema scuola, ma abbiamo puntato sul darle fiducia, sul riconoscere le sue capacità.

In questi giorni dobbiamo scegliere anche la scuola superiore. Mia figlia vuole fare il Liceo, ma adesso i suoi risultati sono così bassi che è a rischio bocciatura. Gli insegnanti le hanno consigliato l’Istituto Tecnico. Lei parla di scelta importante per il suo futuro, di responsabilità, ma poi di fronte ai fatti non studia. Il suo problema è che non è interessata a quelle materie, quindi si distrae e non riesce a studiare.

Le abbiamo fatto molte domande e ci siamo fatti molte domande.

Spesso i problemi scolastici in adolescenza dipendono da “qualcosa che è successo” che ha alterato i vecchi equilibri. Ne abbiamo parlato con nostra figlia: prima lasciandola riflettere a ruota libera e quando non è emerso nulla abbiamo cercato di instradarla verso ipotetici problemi con le compagne, i professori o altro. Nulla, non è successo niente.

E se invece ci fosse qualcosa che non ci dice?

Io credo di no. Ma io sono la mamma e come sempre i genitori sono gli ultimi a sapere le cose. Però mi domando anche

“Chi meglio di me può conoscere mia figlia?”

Il nostro è un bel rapporto, ma nessun ragazzo si confida con i genitori …

Lei è la secondogenita e l’abbiamo sempre ritenuta molto sveglia e indipendente, sia perché i “secondi” imparano dai maggiori che per la sua personalità. Pur consapevoli dei suoi punti deboli abbiamo anche avuto le prove di quanto sapesse essere indipendente e organizzata.

Forse l’abbiamo lasciata troppo sola?

 Ci siamo fidati troppo?

Ora stiamo tornando a controllare tutto: compiti svolti, quaderni, preparazione nelle materie orali, insomma stiamo tornando a quello che non facevamo più dalla 4^ elementare. E’ giusto?

Lei vuole fare il liceo perché ritiene che sia una scuola che la prepara per il futuro. Noi siamo d’accordo con lei, siamo convinti che ne ha le capacità ma abbiamo grandi dubbi sulla sua volontà. Quello che vogliamo soprattutto è che affronti un percorso di studi con serenità e con i giusti stimoli intellettuali.

“Come fai ad affrontare le difficoltà di un liceo se non riesci ad affrontare le difficoltà delle scuole medie? Scegli una scuola più facile”

“Adesso mi impegno”.

Domande e risposte che si rincorrono da giorni. Solo parole e pochissima concretezza.

Gli adolescenti sono un misto di spensieratezza, sogno e superficialità (beati loro): come facciamo a farli stare con i piedi per terra?

Dobbiamo convincerla (sempre che ci riusciamo) a iscriversi ad una scuola più semplice? Dobbiamo farlo noi per lei? O dobbiamo motivarla e diventare noi un po’ più incoscienti? Che genitori saremmo?

Ogni tanto mi chiedo se i problemi scolastici in adolescenza si “risolvono” credendo in ciò che non vediamo. Ma noi, abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli anche da loro stessi.

Sono tante le domande che mi pongo come genitore.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog  ci aiuteranno a trovare alcune risposte e a riflettere sul come fare la cosa giusta.

I problemi scolastici in adolescenza minano la serenità del rapporto genitori-figli, la serenità dell’intero nucleo familiare. Un genitore deve seguire i figli, senza soffocarli e dandogli la possibilità di imparare dai propri errori; fino al punto in cui gli errori non diventano troppo grandi o i figli non si sentono abbandonati. Ma qual è questo punto?”

Firma Manu

Separarsi quando si hanno figli. La risposta delle psicologhe

psi-separazioneLa nostra collaborazione con il blog Genitorialmente prosegue e questo mese parliamo di separazione e gestione della relazione con i figli.

 Manu e Flavia ci chiedono di affrontare il tema a partire da tre situazione reali, le storie di tre mamme che stanno vivendo la condizione della separazione e ognuna di loro va incontro a difficoltà differenti.

Iniziamo a rispondere alle domande che ci vengono poste partendo da una riflessione:  quando una relazione è in crisi non è mai opportuno restare insieme per i figli.

Molte coppie pensano che restare insieme per il bene dei figli sia la cosa giusta, anche quando una relazione è finita da tempo.

In questo modo si pensa di poter evitare loro dei dolori, un pensiero “a fin di bene” ma che non ha un riscontro nella realtà.

I figli non possono essere sereni e crescere bene in un contesto familiare che si regge sulla finzione.

I genitori sono le figure di riferimento più importanti per i propri figli ed è fondamentale che il rapporto tra loro sia regolamentato da due elementi: sincerità e chiarezza.

Le stesse cose che i genitori si aspettano dai figli devono viverle per primi e insegnarle con il proprio comportamento e non solo con le parole.

La separazione è un momento delicato ma si può gestire: l’aspetto più importante è quello di non coinvolgere i figli nei conflitti della coppia e di comunicare ciò che sta succedendo in modo chiaro e adeguato all’età dei figli.

Manu ci chiede:

 Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

La risposta è no, perché la variabile che conta di più quando una coppia si separa è la capacità o meno di tenere i figli fuori dal conflitto, di riuscire a dividere gli aspetti che riguardano la  coppia da quelli che riguardano la famiglia.

È vero però che non si può non tenere conto dell’età dei figli nel momento in cui si comunica la separazione e si decide cosa dire ai figli e come farlo.

In ogni età ci sono infatti caratteristiche e compiti di sviluppo tipici  che inevitabilmente possono incrociarsi con l’evento critico separazione.

Ci preme sottolineare che il fatto che sia un evento critico non vuol dire che sia per forza negativo, il termine crisi deriva infatti dal greco e significa decisione, scelta, ed è vero che ogni crisi porta con sé la possibilità di un cambiamento che può anche  migliorare la situazione di partenza. La separazione, se ben gestita, non è in sé problematica, anzi, alcuni figli la vivono con una sensazione di liberazione da una situazione difficile, magari connotata da liti e aggressività.

 Adesso entriamo nel dettaglio delle tre storie di cui ci parla Manu: Selena, Antonella e Federica

 La prima storia è quella di Selena, una donna vittima di violenza , che ha avuto il coraggio di lasciare il marito maltrattante dopo anni di soprusi fisici e psicologici.

Il figlio oggi ha 13 anni e chiede alla madre se sia possibile che un giorno lei e il padre tornino insieme. Lui sa che il padre ha sbagliato ma fantastica comunque un possibile riavvicinamento salvifico.

Manu ci chiede:

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

La risposta a questa domanda sta nella possibilità di Selena di essere sincera con suo figlio, come già ha fatto rispetto all’accaduto, ma di aggiungere un elemento fondamentale: la sintonizzazione affettiva ai bisogni del ragazzo, ovvero il cercare di capire cosa lui stia provando ed empatizzare con questo momento di difficoltà ma rimanendo irremovibile sulla ipotetica riconciliazione.

Selena potrebbe provare ad accogliere le emozioni che il figlio prova, rispecchiandole e inserendo le proprie, con un discorso come questo ad esempio:

“amore mio io capisco che tutto questo sia doloroso per te e mi dispiace, sai che farei tutto ciò che posso per renderti felice, ma questa non sarebbe la cosa giusta e non risolverebbe i tuoi problemi. Sai cosa è successo tra tuo padre e me e sai quanto ho sofferto, come io so quanto anche tu hai sofferto, so che ti manca e posso provare a capire con te cosa ti manca di più. Se vuoi io sono qui con te per ascoltarti, per parlare, anche solo per un abbraccio. Mi addolora ciò che provi ma il fare tornare a casa tuo padre non sarebbe la soluzione”.

Tutto questo comporta il fare i conti con il fatto che non si è sempre in grado di alleviare la sofferenza dei figli e che ci sarà sempre un pezzo di strada che questi devono fare da soli.

 La storia di Antonella: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è una donna albanese che vive in Italia da 20 anni, ha due figli di 11 e 16 anni ed è separata da 8 anni.

Nonostante siano passati tanti anni lei vive ancora con difficoltà la sua situazione di donna separata e si chiede come far vivere con meno disagio la separazione ai figli?.

La cosa che più ci colpisce nella sua storia è che i problemi qui non sembrano avere a che fare in senso stretto con la separazione, ma con la presenza di un padre assente.

Antonella vive la difficoltà di svolgere da sola sia la funzione materna che quella paterna, senza poter avere nemmeno il sostegno della sua famiglia d’origine che non vive in Italia.

La situazione non è semplice anche perché, anche in questo caso, bisogna fare i conti con il fatto che i figli vivranno con emozioni contrastanti l’assenza del padre.

Ci preme sottolineare che questa non è una conseguenza diretta della separazione: questo padre non è assente perché c’è stata la separazione, ma perché ha scelto di esserlo e con tutta probabilità lo sarebbe stato anche se i partner fossero rimasti assieme.

Sono tante le coppie in cui uno dei partner deve fare da padre e da madre pur in presenza dell’altro genitore.

 Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Lei ha già cominciato col suo impegno quotidiano, col suo essere sempre presente con i figli ha già gettato delle ottime basi che naturalmente evolveranno giorno dopo giorno con la loro crescita.

È vero è impossibile fare tutto, ma per crescer figli sereni non è necessario fare tutto ma fare le cose giuste, con sensibilità ed empatia, con la capacità di accogliere anche la propria imperfezione e correggere il tiro quando ci si rende conto che si è fatto qualcosa che non è risultato efficace. Il genitore perfetto non esiste e un genitore efficace non è quello che non sbaglia, ma quello capace di apprendere dai propri errori, questa è un’ottima lezione di vita per i figli.

 Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Crediamo che ciò che non deve mancare ai figli sia la sincerità, nel riconoscimento delle proprie emozioni e di quelle dei figli. Si può dire che si è stanchi e che dispiace non avere le energie necessarie per gestire tutto al meglio sempre.

Lo si può fare se si dimostra la propria presenza nel quotidiano con le cose semplici e con la comprensione degli stati d’animo che stanno dietro i comportamenti dei figli.

 I figli hanno bisogno di genitori, non di supereroi.

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

Anche in questo caso la risposta sta nella possibilità di sintonizzarsi emotivamente con loro, capire cosa stanno sentendo e aiutarli a dare un nome alle emozioni è già una forma di aiuto meravigliosa. I figli non hanno bisogno che i genitori si sostituiscano a loro ma che li aiutino a dare un significato alle cose quando non riescono a darlo da soli.

E quando il padre è assente è giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Come già accennato accade spesso che un genitore si ritrovi da solo a crescere i propri figli, il compito non è semplice ma può farcela se si da il modo di imparare a farlo giorno dopo giorno, affrontando ogni volta sfide differenti che cambiano con la crescita dei figli e con le situazioni che si modificano.

Ogni tanto ci si può chiedere se davvero sono i figli che si aspettano tutto dalla madre o se è la madre stessa che sente di dover fare di più, all’inseguimento di una perfezione che non esiste e di quello scivolosissimo “quello che faccio non basta mai” che sta sempre dietro l’angolo.

 Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare?

Non c’è una ricetta da seguire per come comportarsi, in queste situazioni la flessibilità educativa può essere una risorsa.

Con flessibilità non intendiamo il fatto che si debba essere permissivi, ma che si possa capire quando essere più permissivi e quando più rigidi a seconda della situazione che si sta affrontando.

Anche qui è fondamentale la capacità di empatizzare con i figli e capire come mai mettono in atto certi comportamenti.

 La storia di Federica: Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma

Federica, a poco più di un anno dalla separazione si ritrova con due figlie adolescenti di 13 e 15 anni e un padre assente. La situazione a suo dire appare serena “ora loro sono serene e non ci pensano al papà” e Federica non ha domande da fare, è Manu, la mamma blogger di Genitorialmente a farle per lei.

 È chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Può essere che, dopo un primo momento di difficoltà le figlie di Federica stiano vivendo un momento di serenità, ma può anche essere che abbiano capito che il papà è un argomento di cui con mamma non si può parlare, non perché mamma non sia disponibile, ma perché molto doloroso per tutti e stiano vivendo in modo da ovattare la situazione. Federica può provare, conoscendo le sue figlie a capire se davvero sono serene o se qualcosa cova sotto la cenere e magari preferiscono non parlare del padre perché in famiglia è un argomento doloroso.

Come già sottolineato nelle risposte sopra, è fondamentale la capacità di capire cosa sentono le ragazze e di provare ad aprire un dialogo anche solo per far capire che, quando vorranno parlare lei sarà lì per loro, ad affrontare un tema che rattrista o fa arrabbiare ma che le riguarda tutte. Ognuna con i propri tempi e coni propri modi.

Come sempre abbiamo cercato di rispondere alle interessanti suggestioni delle mamme di Genitorialmente, senza la pretesa di dare dei consigli a persone che non conosciamo direttamente e nelle vite delle quali speriamo di esserci mosse con delicatezza e umiltà.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog e Studio Psynerghia

 

Come gestire la separazione quando si hanno figli? Le domande dei genitori

foto-genitorialmenteContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese, per la rubrica FIGLI AL CENTRO, parliamo di separazione in presenza di figli. Oggi pubblichiamo il post con le domande dei genitori e venerdì 2 dicembre ci saranno le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

Come gestire la separazione con figli è l’argomento di questo mese. Le storie di tre donne ci guideranno attraverso i problemi più importanti della separazione con figli. Due psicologhe ci aiuteranno con la loro esperienza a trovare le risorse per gestire questo momento così amaro e complicato

Racconteremo la storia di tre mamme, Selena, Antonella e Federica. Non si può parlare di separazione per “sentito dire”; poiché sarebbe inutile e poco rispettoso nei confronti di chi sta vivendo questa esperienza dolorosa. Saranno le loro domande a prendere voce in questo articolo. Ho scritto volutamente “sta vivendo”, perché non importa se si tratta di mesi o di anni: i problemi della separazione non finiscono mai, si attenuano, si modificano e spesso riflettono le difficoltà specifiche della crescita dei figli.

Molto spesso si sente dire che due genitori, nonostante i problemi, continuano a stare insieme per il bene dei figli. L’unica domanda che io mi permetto di fare alle nostre psicologhe è questa:

Esiste un’età in cui i figli sopportano meglio la separazione dei genitori?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Selena è vittima di violenza.

Ho raccontato la storia di Selena in un precedente mio post “Un pugno in faccia” (http://www.genitorialmente.it/2014/11/violenza-alle-donne/) Selena mi racconta di come suo figlio, che purtroppo ha vissuto alcune scene di violenza del padre, oggi sia arrabbiato con lei. Non è una rabbia che esplode, è un “non detto”. Lui capisce che se ami una donna non puoi farle del male. Ma poi le cose passano e così ora che Luca non assiste più agli scatti di violenza del padre, al suo menefreghismo, alle sue ripicche, oggi dice a sua mamma

“Anche i genitori di Andrea si erano separati, ma poi sono tornati insieme. Magari tornate insieme anche voi”

Selena si confronta con lui.

“Se ami una persona non puoi farle male”.

Come spesso accade il male fisico è arrivato dopo anni di violenze psicologiche.

Luca capisce, ma poi le dice “Mamma hai ragione, ma non puoi farlo tornare?”

…. non puoi farlo tornare…

In fondo un ragazzino di 13 anni “prova a dimenticare” quello che ha visto, e alla fine, ai suoi occhi è la mamma che ha mandato via il papà.

Come spiegare a tuo figlio che NO, non puoi proprio farlo tornare?

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la rabbia.

Antonella è separata di circa 8 anni, ma i problemi non finiscono mai, ha due figli: uno di 11 anni e l’altro di 16.

Da 8 anni si interroga sulla prima domanda che ogni genitore si pone.

Come far vivere con meno disagio possibile la separazione ai figli?

Antonella è albanese e da circa 20 anni è in Italia. Da sempre lei ha dovuto fare da padre e da madre; il suo è un marito assente. Lei ha dovuto pensare al sostentamento della sua famiglia; lei ha dovuto da sola essere vicina ai suoi figli, con tutte le problematiche della crescita e la difficoltà in più di arrivare da un altro Paese.

Impossibile fare tutto. Quindi da dove incominciare?

Quando arrivi a casa la sera stanca che cosa non devi fare mai mancare ai tuoi figli?

Come aiutare i propri figli a gestire la rabbia e il rancore di qualcosa che stanno subendo?

E quando il padre è assente è’ giusto che i figli si aspettino tutto dalla mamma?

Un genitore deve svolgere il doppio ruolo? Come può farcela?

Antonella vive una sfida continua soprattutto con suo figlio grande.

Le paure di un genitore che rimane solo sono il doppio; quando tuo figlio si scontra con te è meglio lasciare perdere e aspettare che maturi o invece, proprio perché sei solo, è importante reagire con fermezza in quanto non puoi permetterti di aspettare.

Se mi dimostro permissiva, le abitudini sbagliate potrebbero consolidarsi e mio figlio potrebbe prendere una brutta strada; ma se intervengo con decisione il nostro rapporto potrebbe rompersi definitivamente.

Come gestire la separazione con figli adolescenti? Un genitore assente e la calma.

Federica ha due figlie di 13 e 15 anni. Ora ha trovato l’equilibrio e anche le sue figlie ora stanno bene. Questo è quello che lei mi racconta a poco più di un anno dalla separazione.

Lui dov’è? Assente, totalmente assente. Anche quando la figlia più piccola ha dovuto affrontare una piccola operazione alla mano, lui è comparso solo per la firma dei documenti necessari e si è limitato ad un messaggio WhatsApp per chiedere “Come stai?”

Federica è arrabbiata, per tutto il passato e per la sua assenza; ma non ha intenzione di fare più niente per avvicinare il papà alle sue figlie perché “ora loro sono serene e non ci pensano al papà”.

Federica non ha domande da fare perché ha già le risposte; le sue risposte. Allora faccio io le domande al suo posto.

E’ chiaro che la serenità è molto difficile da raggiungere per tutti i ragazzi in un’età delicata come quella dell’adolescenza. Ma è possibile che queste due ragazze vivano questa situazione con la “tranquillità” che mi riferisce la loro mamma?

Forse Federica ha ragione; dopo il primo momento di rabbia (la più piccola ha anche avuto qualche problema a scuola) le sue figlie ora stanno vivendo un momento di serenità e questo è un obiettivo importante; ma fino a quando è giusto “fare finta di niente”?

Come gestire la separazione con figli, e i papà? Abbiamo portato l’esperienza di tre mamme, non ce ne vogliano i papà, saremmo felici di raccontare anche “l’altro punto di vista”, quindi se qualcuno ci vuole contattare e raccontare la sua esperienza, vi aspettiamo.

Ringrazio lo Studio di psicologia Psynerghia e il blog PsyBlog che mercoledì risponderanno a questo post cercando di dare dei consigli ai genitori che stanno vivendo questo momento così difficile.

Se reputi interessante quello che hai letto; condividilo con chi ha figli adolescenti e proviamo insieme a rendere questo mondo migliore. Cliccando su Figli al centro parliamo di autostima, dialogo, differenze fra i figli e altro ancora.

Lettera di una mamma


Continua la collaborazione con la rubrica
Figli al centro del blog Genitorialmente.

In questo post troverete la lettera di una mamma come tante, una mamma attenta e competente che ci ha scritto perchè sente che sua figlia sta affrontando un momento di difficoltà e vuole aiutarla.

A questa lettera abbiamo provato a dare una risposta, sia dal punto di vista genitoriale con le parole di Manu di Genitorialmente, sia dal punto di vista psicologico, con nostre parole.

letter-447577_1920Figli al centro è  il nome del nostro progetto di crescita come genitori. Con noi collaborano due psicologhe Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu di Psyblog e Studio Psynerghia.

È uno spazio aperto per quei genitori che sentono la necessità di avere un confronto con altri genitori o con le nostre psicologhe, mantenendo l’anonimato se lo desiderano. È il caso di questa mamma che chiameremo Laura che qualche giorno fa ci ha scritto la seguente lettera:

 Ciao Manu, ci conosciamo grazie al gruppo di adolescenti su Facebook.

Mi rivolgo a te perchè nel tuo blog trovo degli interventi interessanti e sempre molto attuali e in gruppi anche chiusi non voglio espormi, non per la mia privacy, ma per quella di mia figlia che devo e voglio rispettare.

Ho una situazione particolare da affrontare e non so da dove cominciare. Ho una figlia di 18 anni, sicuramente molto più matura dei suoi coetanei, ho un bel dialogo con lei, dopo aver superato periodi davvero difficili, ieri sera mi ha detto tra le lacrime che è bisessuale. La cosa di per se non mi mette in difficoltà, ma il fatto che me l’abbia detto tra le lacrime mi preoccupa.

Quindi la domanda è come si affronta una situazione così.

Preciso che le ho proposto di andare a parlare con la psicologa che l’ha seguita in passato, ma non vuole perchè non è una malattia, ho cercato di spiegarle che concordo con lei che il suo orientamento sessuale non è una malattia, ma vedo che c’è un disagio che io non so come affrontare e ci vuole una figura apposita. Non so se puoi porre questi miei quesiti alle psicologhe con cui collabori o se magari puoi riportarle nel tuo blog o nel gruppo, senza fare riferimento diretto a me. Se invece sono stata inopportuna ti chiedo scusa.

 Io ho avuto i brividi quando ho letto questa lettera, altro che inopportuna. Come mamma il mio primo pensiero è stato che grande mamma è Laura. Io voglio essere come lei. Una mamma che si mette a fianco dei propri figli e con loro affronta la vita. Una mamma che è stata così brava in questi anni da avere un dialogo aperto con sua figlia, ha raggiunto l’obiettivo che credo sia il primario per ogni genitore: ottenere la fiducia dei figli.

Mettendo da parte le emozioni e i brividi, ho fatto quello che Laura mi ha chiesto, ho girato la sua mail a una delle nostre psicologhe. Ecco cosa hanno risposto:

Carissima,
La prima cosa che ci ha colpito leggendo le tue parole é l’attenzione che hai per tua figlia. La tua capacità di ascolto non giudicante é senz’altro la risorsa piú preziosa in questa fase delicata. Hai dimostrato che la fatica fatta quando ci sono stati momenti difficili é stata utile e ben spesa, infatti tua figlia si é rivolta a te per parlare di una cosa molto personale.
Le hai dato un buon consiglio dicendole che può richiedere un supporto per gestire una situazione che magari é nuova anche per lei.
Forse per questo, anche se sa che non é una malattia, si sente in difficoltà.
Tu puoi stare con lei, in ascolto di come sta e nel rispetto dei suoi tempi e dei suoi spazi, per capire cosa la preoccupa di questa cosa.
Potrebbe essere una difficoltà personale o magari interpersonale…
Lei lo ha sempre saputo o lo ha scoperto da poco?
Le é capitato di innamorarsi?
Può essere che sia spaventata dal giudizio sociale? Dal fatto che questa cosa non é molto accettata nella nostra società?
Le nostre domande sono solo suggestioni che ti lasciamo per provare ad avvicinarti a lei con qualche spunto in più.
Non crediamo ci sarà bisogno di porgliele in maniera diretta, serviranno a te per stare vicino a lei e sostenerla in ciò di cui avrà bisogno.
Sei stata brava e saprai utilizzare le tue risorse al meglio, ne siamo certe. E se sarai in difficoltà avrai la capacità di chiedere aiuto, come hai fatto adesso.
Un abbraccio virtuale
Maria Grazia e Melania

 Figli al centro

Due psicologhe specializzate in terapia familiare ci accompagnano con “l’intento di stimolare, attraverso delle riflessioni, la messa in atto delle risorse che le famiglie hanno, anche quando faticano a vederle, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli.”. Abbiamo affrontato tematiche importanti come l’autostima, il dialogo, l’omosessualità e continueremo in questo percorso con altri argomenti altrettanto impegnativi: a fine mese parleremo di separazione. Per saperne di più leggi qua.

Manu – Genitorialmente.it

Sexting e adolescenti. Come parlarne insieme – La risposta delle psicologhe

foto-psyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente, il tema di questo mese è particolarmente attuale, si tratta infatti del sexting, un fenomeno in crescita nel web, purtroppo anche tra gli adolescenti.

I genitori ci chiedono come affrontare questo tema con i loro figli adolescenti e come poterli proteggere dai rischi legati a questo tipo di condotte.

Come sempre prima di provare a rispondere alle domande, proviamo a riflettere insieme sul tema e sulle dinamiche sottostanti.

Definizione, sviluppi e rischi correlati

La parola sexting è un neologismo, nato dalla crasi tra le parole sex e texting e consiste nel produrre e condividere messaggi, immagini o video a contenuto sessuale, tramite cellulari, tablet e pc.

Il rituale è ben definito e prevede che, prima di tutto, ci si scatti una foto o si giri un video in pose provocanti o situazioni compromettenti e poi lo si invii tramite social network o programmi di messaggeria istantanea.

Il fenomeno è recente e in pochi anni si è diffuso tantissimo, non solo tra gli adolescenti, come abbiamo visto anche leggendo gli ultimi fatti di cronaca.

Si tratta di una situazione che spesso inizia in forma più o meno ludica e che poi sfugge di mano alle persone che la mettono in atto.

Fin troppo spesso accade, infatti, che una foto o un video mandati alla persona con cui si ha una relazione in quel momento, finiscano poi in un giro di scambi di messaggi e condivisioni che diventeranno deleteri per chi viene fotografato o ripreso.

In adolescenza, gli innamoramenti nascono e spesso finiscono in modo repentino e non è infrequente che per vendetta, la persona lasciata faccia poi girare una eventuale foto incriminata.

È quello che è successo a Gaia, 15 anni, che durante la storia d’amore con Pietro gli aveva inviato una sua foto a seno nudo. Dopo qualche mese Gaia ha lasciato Pietro, e lui, ferito nell’orgoglio, ha pensato di condividere quella foto con i suoi amici e i compagni di classe di Gaia per vendicarsi dell’affronto subito.

In questo caso la situazione, già compromessa, è stata rapidamente bloccata dalle amiche di Gaia, che ne hanno parlato con gli insegnanti e i genitori della ragazza, i quali hanno subito messo in atto degli interventi su più livelli. In altri casi, purtroppo, le cose sono andate molto peggio, con esiti spesso nefasti.

Basti pensare alle conseguenze letali della diffusione del video di Tiziana Cantone, che era una donna e non un’adolescente. Possiamo solo rabbrividire al pensiero di cosa può accadere a dei ragazzi che ancora non hanno gli strumenti per difendersi dalla violenza generata da simili atti, soprattutto se si sentono soli e non hanno il coraggio di parlarne con gli adulti di riferimento.

È di pochi giorni fa la lettera straziante scritta dal padre di Carolina Picchio, la ragazzina di 14 anni che si è suicidata dopo la diffusione di un video girato a sua insaputa da dei coetanei. Un video che ha ottenuto 2600 likes, dato sul quale Paolo Picchio ci fa riflettere, perché non ci sono solo i protagonisti che vengono fotografati o filmati e coloro che diffondono qualcosa che dovrebbe restare privato (nel caso di Carolina il video è stato girato a sua insaputa e lei era in stato di incoscienza) ma anche tutti coloro che si sentono esulati da ogni responsabilità in quanto “semplici spettatori”.

Ma perché i giovani lo fanno?

I motivi possono essere diversi: ci si può fare una foto o un video sexy per attirare l’attenzione, per avere visibilità agli occhi dei coetanei, per mostrarsi coinvolti in una relazione e così via… Per molti ragazzi è quasi una sorta di preliminare all’attività sessuale vera e propria.

Il tutto diventa un problema quando le immagini o video vengono condivisi con altre persone.

In chat si può fingere di essere molto diversi da come si è, si ha la possibilità di costruire delle identità alternative che appaiono più desiderabili, meno imperfette, più vicine all’ideale che ci si costruisce di sé. Tutto questo alimenta le fantasie e il bisogno di eccitazione di adolescenti e preadolescenti che trovano in questa modalità una “specie di palestra in cui misurarsi con l’immagine del loro corpo sessuato, e con l’imbarazzo che suscita l’idea di condividerlo con qualcuno”[1].

Noi adulti non possiamo esimerci da una grande responsabilità: la rappresentazione diffusa di una precoce sessualizzazione soprattutto delle ragazze. Il messaggio che lanciamo con la pubblicità, i programmi televisivi, certi video musicali è che le ragazze, se vogliono avere successo, devono essere sexy e disponibili. Tutto ciò si acuisce in adolescenza, quando con questi criteri si decide chi deve stare dentro e chi fuori dal gruppo.

Le bambine imparano presto che puntare sull’aspetto fisico e sull’immagine è una chiave preziosa per aprire molte porte.

Fattori ambientali e psicologici si uniscono dunque a creare quell’adultizzazione precoce del minore, basata sulla sua erotizzazione che è evidenziabile da quattro elementi:

  1. il valore di una persona è ricondotto esclusivamente al suo sex appeal o al suo comportamento sessuale;
  2. una persona è tenuta a conformarsi ad un modo di pensare che equipara l’attrattiva fisica con l’essere sexy;
  3. una persona è considerata un oggetto sessuale, vale a dire destinata ad essere usata da altri come tale, piuttosto che essere stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;
  4. la sessualità è imposta ad una persona in modo inappropriato[2].

Ad ogni adolescente servono adulti di riferimento: ci sono sempre?

Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio

(Proverbio africano)

Come professioniste ripetiamo spesso che i nostri ragazzi hanno bisogno di un’educazione all’affettività e alle emozioni che noi adulti non gli stiamo dando.

La scuola e la famiglia iniziano a preoccuparsi dell’educazione sessuale quando compaiono i primi allarmi, le prime paure e questo non è funzionale, né efficace.

L’educazione sessuale non può essere soltanto trasmissione di informazioni e contenuti ma deve essere inserita in una cornice più ampia che tenga conto dello sviluppo emotivo e relazionale, dimensione fondamentale in adolescenza, quando i ragazzi iniziano a definire le proprie scelte personali e sociali.

Si tratta di un percorso in cui scuola e famiglia, in quanto agenzie di socializzazione primarie, dovrebbero essere unite in sinergia nel prestare attenzione allo sviluppo dell’educazione socio-affettiva, in modo da favorire un processo di autoconsapevolezza che sostiene la costruzione di una buona autostima e quindi del rispetto di se stessi e degli altri.

L’adolescenza viene attraversata da molti cambiamenti fra cui quello della dimensione sessuale, che non è una sfera a sé, ma fa parte dell’identità complessiva del ragazzo, comprendendo elementi fisici e psicologici.

Educare alla sessualità vuol dire unire agli aspetti legati all’identità corporea, tutti gli elementi psico-sociali che ne sono parte integrante.

La cornice di riferimento è quella dell’educare al rispetto di sé, della propria persona e immagine e di quella altrui, della diversità come espressione della personalità individuale.

L’obiettivo di tutti gli adulti che hanno a che fare con gli adolescenti deve essere quello supportare i ragazzi nello sviluppo di una dimensione relazionale, affettiva e sessuale che preveda tappe e azioni differenziate a seconda dell’età e del grado di sviluppo emotivo del ragazzo. Il sesso non sarà allora una dimensione a se stante, ma parte della struttura e dell’identità dell’individuo.

Cosa possono fare i genitori?

La comunicazione e il dialogo sono sempre fondamentali, soprattutto quando si tratta di educazione affettiva ed emotiva.

Non è facile trattare questi temi, ma come sempre non possiamo pretendere che i ragazzi si fidino di noi adulti se sentono i nostri tabù e le nostre paure. È quindi indispensabile armarsi di chiarezza e ascolto e affrontare l’argomento.

È molto importante che i ragazzi sappiano quali sono i rischi che stanno dietro al sexting.

Si tratta di un atto che può compromettere la propria reputazione anche nel futuro. I danni immediati possono avere a che fare con l’umiliazione e l’esclusione, quelli futuri con il fatto che esponendosi a foto o video “bollenti” si diventa ricattabili anche nel lungo termine. È importante riflettere con i propri figli sul fatto che ciò che facciamo oggi ha delle conseguenze sul nostro futuro e una situazione che oggi appare divertente poi può diventare molto pesante; immaginiamo qualcosa di molto intimo che diventa di dominio pubblico.

Ciò che viene pubblicato in rete, rimane intrappolato nella rete, disponibile a chiunque voglia accedervi: familiari, coetanei, ma anche futuri datori di lavoro. Su internet nulla si cancella e tutto resta, come un’impronta digitale.

È importante che i ragazzi sappiano che possono andare incontro anche a conseguenze penali, possedere immagini di minorenni può esporli al rischio di un procedimento penale e quindi al reato di detenzione e/o diffusione di  materiale pedopornografico.

È importante ragionare con i ragazzi su questi temi, perché la modalità immediata di “un risultato in un click” alla quale sono abituati, porta con sé dei rischi molto gravi ai quali è difficile pensare per un adolescente, il quale non sempre riesce a considerare nell’immediato le conseguenze che potrebbe avere un’azione di questo tipo.

Per tale motivo diventa fondamentale lavorare sulla prevenzione, parlando con i propri figli dei rischi che si corrono e aprendo un dialogo su cosa loro ne pensino, quali siano le loro idee, magari usando come spunti di riflessione dei film o delle notizie sentite al telegiornale.

È importante ascoltare le loro opinioni e costruire delle discussioni e dei momenti di confronto, anche perché spesso i ragazzi vivono la percezione del rischio con il cosiddetto “ottimismo irrealistico”, ovvero col pensiero che “a me questa cosa non può capitare”, lo stesso ottimismo irrealistico che pervade anche alcuni genitori nel dire con troppa superficialità “mio figlio non è come gli altri, lui queste cose non le fa!”.

Tutti i ragazzi sono a rischio, in questo ambito come in molti altri.

I ragazzi, inoltre, dovrebbero essere monitorati quando stanno in rete. La rete è un mondo vasto e pericoloso per il quale si ha bisogno di una guida, fino a quando non si sarà in grado di conoscerne e controllarne i rischi autonomamente.

La rete non è un mondo a misura di bambino o di adolescente, quindi i genitori per primi devono essere in grado di muoversi in questa realtà complessa e variegata.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog

Psynerghia – Studio di psicologia

[1] Pellai A., Tutto troppo presto, De Agostini, Novara, 2015

[2] American Psychological AssociationReport of the APA Task Force on the Sexualisation of the Girls, 2007 www.apa.org