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Come far smettere di fumare mio figlio? Le domande dei genitori

Continua la collaborazione con  la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente. Questo mese i genitori ci chiedono cosa possono fare per aiutare i propri figli a smettere di fumare. In questo post trovate le loro domande e lunedì prossimo troverete le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

 

Come fare smettere di fumare mio figlio? All’inizio è solo un sospetto, ma poi purtroppo diventa certezza e tu non sai come fare. Iniziare con i divieti ha un senso o può peggiorare la situazione? Sono gli amici? Le sue insicurezze? I nostri figli da quando sono nati sono bombardati dai rischi che derivano dal tabagismo eppure la quantità dei giovani  fumatori è sempre in crescita.

 

Come fare smettere di fumare mio figlio è la domanda che crediamo di non dovere mai porci perché oggi, sin dalle scuole elementari, si parla dei rischi connessi al vizio del fumo. Per la rubrica Figli al centro l’argomento di questo mese che abbiamo sottoposto alle nostre psicologhe  dello  Studiopsynerghia è proprio questo:

Come fare smettere di fumare mio figlio

Alle elementari i bambini spesso tornano a casa spaventati da quello che hanno appena appreso a scuola sulle malattie correlate al fumo. Le mie bimbe con quegli occhioni curiosi mi chiedevano “perché i “grandi fumano?” “Fa male, possono morire”, ma poi i figli crescono e le cose cambiano.

La sigaretta, nonostante tutto, mantiene quell’alone di fascino. Se fumi sei grande e sei un grande. Continua a leggere

Come prepararsi all’adolescenza dei figli?

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e questo mese parliamo di come sia possibile prepararsi al meglio all’adolescenza dei figli. In questo post troverete le domande e le riflessioni dei genitori e lunedì prossimo le nostre risposte.

Buona lettura!

Maria Grazia e Melania

Come prepararsi all’adolescenza? Tutto va bene finché non arriva l’adolescenza. Spesso mi ritrovo a parlare con alcune amiche che hanno i figli più piccoli e si dichiarano totalmente impreparate ad affrontare l’adolescenza.

Come prepararsi all’adolescenza

Queste sono le frasi di mamme e papà di bambini di 7-8, nella loro voce c’è un velo di preoccupazione, ma soprattutto un’implicita richiesta di aiuto

Mattia ha 9 anni e fa già quello che vuole, figurati quando avrà 12 o 13 anni

Elisa non mi ascolta e mi guarda con aria di sfida, ha solo 7 anni. Davvero non oso pensare a come sarà da adolescente

Come prepararsi all’adolescenza?

Esiste un modo? Abbiamo chiesto alle psicologhe dello  Studiopsynerghia di aiutarci a capire come comportarci con i nostri figli.

Quando le mie figlie erano più piccole mi sembrava di avere già abbastanza problemi, ma purtroppo la famosa frase “Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi” è vera.

Il ragazzo adolescente “ti prende in testa”. Non so se rendo. Non si parla più di fatica fisica che è quella che ci ha accompagnato e distrutto quando i nostri figli erano più piccoli. Qui è una guerra di nervi, qualcosa di inaspettato dove spesso il genitore si sente sconfitto, perché questi ragazzi fanno quello che vogliono. Spesso mi pento di non averci pensato prima. Continua a leggere

Suicidio di un adolescente: come prevenire? Le riflessioni delle psicologhe

Psy- suicidio

CONTINUA LA COLLABORAZIONE CON LA RUBRICA FIGLI AL CENTRO DEL BLOG GENITORIALMENTE. QUESTO MESE PARLIAMO DI UN ARGOMENTO PIUTTOSTO COMPLESSO E CONTROVERSO DA TRATTARE: IL SUICIDIO IN ADOLESCENZA. LO FACCIAMO COME SEMPRE A PARTIRE DALLE RIFLESSIONI DEI GENITORI CHE TROVATE IN QUESTO POST.

UN ARGOMENTO DIFFICILE E UN’ETÀ COMPLESSA

L’adolescenza si configura come un periodo della vita in cui si è particolarmente vulnerabili dal punto di vista psicologico.

Questa condizione di difficoltà è collegata ad un’elevata incidenza di tentativi suicidari. L’argomento non è facile da trattare ma possiamo certamente dire che, perché si arrivi a mettere in atto determinate condotte, è necessaria l’interazione di FATTORI PSICOLOGICI, INDIVIDUALI, RELAZIONALI e CONTESTUALI, che si intrecciano con FATTORI PREDISPONENTI e SCATENANTI.

UN’ESPERIENZA EMOTIVA FREQUENTE

L’idea di potersi o volersi suicidare è un’esperienza emotiva frequente, si tratta di un pensiero che può presentarsi soprattutto in certe fasi della vita, come l’adolescenza, quando si attraversano momenti di crisi evolutiva e si vivono emozioni complesse e a volte contraddittorie: da un lato si inizia a fare i conti con l’accettazione dei propri limiti temporali e, dall’altro si cerca di affermare la propria libertà decisionale anche ipotizzando modalità estreme. Per fortuna si tratta di un pensiero che, nella maggior parte dei casi, dura poco e non ha modo di sedimentare. Continua a leggere

Suicidio di un adolescente: come prevenire? Le domande alle psicologhe

Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Questo mese parliamo di un argomento particolarmente difficile: il suicidio in adolescenza. Come sempre lo facciamo a partire dalle domande dei genitori e la settimana prossima ci saranno le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

SUICIDIO DI UN ADOLESCENTE, QUANDO LA NOTIZIA È VICINA A TE HAI PAURA. GUARDI TUA FIGLIA CHE HA LA STESSA ETÀ E HAI PAURA.

 

 

 

 

 

Sembrava un giorno come un altro, fino a quando non è arrivata quella telefonata alla mia collega. Quella telefonata che annunciava che un amico di sua figlia si era suicidato.

Quando me lo ha detto, non riuscivo più a respirare. Sembrava che il mio corpo non si ricordasse più di respirare.

Un ragazzo di 15 anni si è suicidato buttandosi nel vuoto.

Inizia la ricerca in internet, perché per quanto la notizia sia terribile cerco una smentita che almeno ci dica che è scivolato. Nessuna smentita.

PERCHÉ?

Un ragazzo come la figlia della mia collega, un ragazzo come mia figlia. O no? Continua a leggere

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le riflessioni delle psicologhe

fiducia-treccaniContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it e questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli

Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, –cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Abbiamo iniziato questo post con la definizione della parola Fiducia tratta dal dizionario Treccani della lingua italiana. Una definizione che ci piace sottolineare soprattutto per la parte in cui si parla della produzione di “un sentimento di sicurezza e tranquillità”.

Quel sentimento di sicurezza e tranquillità al quale, nella fase della famiglia con figli adolescenti, tutti tendono: sia i genitori che i figli.

Il primo punto che ci preme sottolineare è dunque questo: anche se appaiono in contrasto tra loro, genitori e figli adolescenti vogliono la stessa cosa: sentirsi sereni e tranquilli e sentire che le persone a cui vogliono bene hanno fiducia in loro.

La fiducia ha dunque strettamente a che fare con la RECIPROCITÀ.

È vero ciò che dice Manu: la fiducia è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, già dal primo vagito, segue il ritmo delle relazioni che si instaurano e non può mai darsi per assodata. È sempre in costruzione e in mutamento, a seconda, non solo, come spesso si crede, dell’età dei figli, ma anche della fase di vita che i genitori stanno attraversando.

Chi ha figli adolescenti spesso tende a punteggiare sui loro mutamenti e si pone come osservatore esterno di ciò che accade, dimenticando di essere parte di un sistema in interazione costante e in cui i singoli membri vivono una condizione di INTERDIPENDENZA, in cui il comportamento e le emozioni di ognuno sono fortemente collegati a quelli degli altri.

Si parla spesso di adolescenza come fase di cambiamenti profondi, di imprevedibilità e di incertezza, ma l’adolescenza è anche una creazione degli adulti, ha a che fare con la nostra paura di fronte a ciò che è mutevole. L’adolescenza dunque non è solo CRISI ma anche SPINTA VITALE VERSO IL CAMBIAMENTO e una richiesta, che può diventare urlo, al mondo adulto perché ascolti la parola del passaggio tra chi non è più e chi non è ancora.

Non si è più bambini ma non si è ancora adulti.

Questo momento di passaggio ha bisogno della collaborazione di tutto il sistema familiare: i ragazzi hanno diritto di attraversare il loro momento di crisi e i genitori devono ricostruire l’equilibrio tra distanza e vicinanza, ma spesso si sentono in difficoltà perché fanno fatica a contattare gli adolescenti che sono stati per poter entrare in contatto con i propri figli.

Noi adulti tendiamo a vedere gli adolescenti in due modi: o come creature inquiete, in guerra col mondo, o come esseri fragili e insicuri alla ricerca della propria identità. Ma questa età ha anche il volto della creatività, del desiderio di costruire se stessi e il proprio futuro, di fare progetti, di mettersi alla prova e di inseguire i propri sogni e con essi costruire una vita che valga la pena di essere vissuta.

Abbiamo già detto che l’adolescenza viene spesso collegata all’idea di crisi ma non dobbiamo dimenticare che il termine crisi contiene in sé i concetti di separazione e di scelta e la doppia lettura di vincolo e opportunità.

La crisi non è qualcosa che deve essere evitato, ma va vissuta anche se appare drammatica, perché è un passaggio necessario per la costruzione di un’identità adulta. È proprio laddove la crisi viene evitata che compaiono i sintomi e le patologie. È in questo momento che gli adulti che supportano e curano devono resistere alla tentazione di sostituirsi ai figli e trovare le soluzioni per loro. Per aiutarli davvero devono saper reggere lo stare nel tempo sospeso dell’incertezza, dell’ambivalenza e della confusione.

Le relazioni tra genitori e figli si modificano e cominciano ad emergere differenze che diventano contrapposizioni e conflitti. Si tratta del conflitto necessario per la costruzione della propria indipendenza, una condizione nella quale per affermare se stessi è necessario portare avanti la cosiddetta caduta degli dei. Un bisogno di ridefinizione del legame con i genitori che non sono più le figure idealizzate dell’infanzia ma vengono trasformate in esseri umani reali con i limiti  e le debolezze che questo comporta.

Per i ragazzi è difficile parlare con gli adulti perché questi spesso sono più concentrati sul modello pedagogico della svalutazione degli adolescenti, anziché sulla loro valorizzazione. I ragazzi vogliono essere presi sul serio, si aspettano di essere ascoltati perché hanno cose importanti da dire. Si trovano ad oscillare  tra il sentirsi grandi e piccoli e vengono trattati in modi contrastanti anche da coloro che li circondano.

Non hanno bisogno di sentirsi fare delle prediche ma di incontrare il saper fare e il saper essere dei propri genitori e degli adulti in generale. Le domande in questa fase sono sempre due: chi sono io e da chi sono diverso? Due domande in cerca di risposte che possano bilanciare tra l’autoidentificazione e la differenziazione dall’altro.

Durante l’infanzia è l’adulto, adorato e idealizzato a filtrare i bisogni dei bambini e fare da mediazione con l’esterno, in adolescenza i ragazzi devono prendere in carico se stessi e iniziano a sperimentare le proprie abilità e competenze anche attraverso lo stato di confusione che spesso si trovano a vivere, una confusione che non ha a che fare con difficoltà cognitive ma con la complessità del gestire emozioni e vissuti interni difficili da integrare perché spesso contrastanti e questo da luogo a senso di smarrimento e paura o anche tentativi di negazione. Hanno difficoltà ad avere familiarità con il loro sentire interno, eppure è proprio questa la condizione per potersi fidare di se stessi. È per questo che in questa età sono così frequenti gli agìti, la messa in atto di comportamenti rischiosi che rappresentano un cortocircuito del pensiero e permettono di sperimentare il proprio mondo senza il filtro della coscienza, come se fosse il corpo a dominare.

Il cortocircuito diventa circolo vizioso nel momento in cui gli adulti, che dovrebbero insegnare la vita, pensano che per farlo al meglio sia necessario trasmettere la conoscenza del modo giusto per non sbagliare.

Anche quando si dice ai figli che devono mettersi in gioco correndo il rischio di sbagliare, lo si fa tenendo un certo distacco dalla cosa, mantenendosi spesso su un piano teorico.

Pochi genitori pensano che sia utile parlare ai figli delle proprie PAURE, di quanto ci si sia sentiti SOLI e INCOMPRESI in certe situazioni, di come anche da adulti si faccia fatica a SBAGLIARE e cercare di RIMEDIARE.

Nessuno crede che possa servire a qualcosa mostrarsi fragili e parlare delle proprie difficoltà.

I genitori rinunciano troppo spesso all’arte della NARRAZIONE AUTENTICA DI SÉ, forse pensando che non sia abbastanza interessante o abbastanza perfetta.

A volte si fa l’opposto, costruendo una narrazione non autentica, incentrata sul dover essere e sul senso di adeguatezza, non dando in questo modo ai figli una delle opportunità più grandi per costruire un legame di forte intimità: la possibilità del RISPECCHIAMENTO nei propri genitori, genitori autentici, persone vere, in carne ed ossa, che hanno provato come loro emozioni contrastanti e si sono sentiti in difficoltà, sia alla loro età che da adulti, perché fa parte del gioco della vita. Se c’è una cosa che gli adolescenti fanno in maniera istintiva e intensa è proprio il tenersi lontani da ciò che non è autentico, perché da questo hanno bisogno di differenziarsi.

CHE COSA FARE DUNQUE PER COSTRUIRE UN RAPPORTO DI FIDUCIA CON I FIGLI ADOLESCENTI?

Una relazione fertile, costruttiva e intima ha bisogno di un modello educativo flessibile, che abbia la capacità di adattarsi ai cambiamenti e di reggere agli scossoni. È necessario accettare di stabilire nuovi confini, ridefinire gli obiettivi educativi evitando la trappola della pedagogia del giusto e dello sbagliato in favore della messa in gioco delle proprie emozioni e dei propri vissuti.

L’adolescente non ha bisogno di prediche ma della possibilità di un confronto diretto con i suoi genitori, della esperienza di sentirsi accolto e visto per ciò che è davvero, di sentire che l’altro ha emozioni, vissuti, una storia e anche un corpo fisico. Un genitore che sa esserci per il proprio figlio perché ha chiaro per primo quali sono le sue emozioni e sa separarle da quelle dei figli.

I figli non hanno bisogno di un manuale esistenziale ma di un punto di vista alternativo sul mondo, un’altra realtà possibile, che non abbia la presunzione di essere quella giusta.

A volte la difficoltà per i genitori è proprio questa: la possibilità di esserci con autenticità. Per gli adulti che non hanno avuto modo di elaborare la propria adolescenza non è semplice affrontare l’adolescenza dei figli, perché questa li mette inevitabilmente di fronte ai propri nuclei non risolti, alle proprie ferite ancora aperte.

E questa è una tappa fondamentale: SEPARARE LE PROPRIE FERITE DA QUELLE DEI FIGLI per poterli aiutare senza spaventarsi e senza irrigidirsi. Se trovano un buon terreno di confronto e non vengono represse, le richieste d’aiuto degli adolescenti possono diventare assunzione consapevole dell’interdipendenza come sistema di relazioni di scambio. Se si arriva a questa condizione si sarà ad un punto di svolta fondamentale: la tolleranza dei propri limiti e il riconoscimento dei propri bisogni permette di riconoscere se stessi e l’altro come persone reali con le quali si può entrare in contatto autentico, senza correre il rischio di costruire relazioni fusionali.

Testi per approfondire il tema:

Anna Fabbrini, Alberto Melucci – L’età dell’oro

Jesper Juul, La famiglia è competente 

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le domande dei genitori

genitorialmente -fiducia

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it, questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli. Diamo la parola ai genitori e venerdì pubblicheremo le nostre riflessioni.

 

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la domanda che affligge molti genitori perché sia che si parli di rendimento scolastico, di rapporti sociali o all’interno della famiglia, noi genitori abbiamo capito che tutto passa da lì. Come fidarci dei nostri figli e come fare che i nostri figli si fidino di noi?

Non esiste un momento della vita in cui il rapporto di fiducia tra genitori e figli sia meno importante, ma sicuramente esiste un periodo in cui creare un rapporto di fiducia con il proprio figlio è fondamentale, quel periodo è l’adolescenza. Quando i tuoi figli diventano adolescenti tutte le regole saltano. I nuovi comportamenti ti destabilizzano.

Tu non li capisci, loro non parlano, il mondo è pericoloso, il futuro è incerto. Rabbia, sconforto, tentativi di comprensione, un passo avanti e 10 indietro, o forse no?

Chi non parla?

Chi non ascolta?

Michela, Sonia e altre mamme ci hanno posto delle domande che gireremo alle psicologhe (http://psyblog.blog.tiscali.it/2017/01/23/i-problemi-scolastici-in-adolescenza-cosa-possono-fare-i-genitori/) che collaborano con noi e ci affiancano nel lavoro più difficile del mondo: diventare un buon genitore … di un adolescente.

Ho chiesto a mia figlia di fidarsi di me.

Dammi questa chance, non chiudere la porta, dammi una possibilità di dimostrarti che anche se non sono d’accordo con te, anche se mi arrabbio, io sono e sarò sempre dalla tua parte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti

Fiducia: perché se ti fidi di me non devi nascondere quello che fai. Se non hai studiato, se hai fumato, se hai bevuto, se non hai usato le giuste precauzioni in un rapporto sessuale. Se un figlio si fida di un genitore sa che solo il genitore può aiutarlo.

Hanno paura che non li capiamo, che li giudichiamo, che li puniamo, o hanno paura che ce ne freghiamo?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Da quando?

Ma soprattutto quando? Io credo che sia un percorso che inizia dal primo vagito. C’è chi non lo fa, ma c’è chi lo fa e c’è chi lo vuole fare ma non sa come fare.

Io ho sempre parlato tanto con le mie figlie, e credo anche di averle ascoltate sempre. Dico credo, perché ovviamente non lo so; fino ad oggi la famosa frase “Tu non mi ascolti” non è ancora arrivata, ma ne sono arrivate altre “Ce l’hai sempre con me. Date sempre la colpa a me” … non so se si possono considerare sinonimi.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le paure

Credo sia normale avere paura della reazione di un genitore di fronte a un fatto negativo. Ma quando questa paura è sproporzionata rispetto al fatto in se stesso? Il timore della reazione del genitore o dell’adulto di riferimento portano a mentire e spesso fanno accrescere il senso di colpa e di inadeguatezza.

Cosa possiamo fare affinché i nostri figli si fidino di noi?

Ci permettano di star loro vicino, di aiutarli a risolvere il problema?

Quando la paura è paura di sbagliare? Paura dei giudizi dell’adulto di riferimento? Paura dei giudizi degli amici o dei compagni di scuola?

L’adolescenza è un periodo di grandi insicurezze.

Dove finisce la timidezza e la vergogna e inizia la paura?

Il timore di fare brutta figura?

E noi genitori come possiamo aiutarli a non avere questi timori. La figlia di Sonia a scuola si isola e non parla, ha paura di fare brutta figura con i compagni. Nessuno riesce a farle vincere questa paura, neanche le rassicurazioni degli insegnanti. Cosa può fare un genitore oltre a rassicurarla e dirle che può e deve sbagliare perché è così che si impara?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le continue bugie nonostante tutto.

Perché i nostri figli continuano a mentire? Bugie quando non serve mentire. Bugie quando vengono scoperti, bugie anche davanti all’evidenza. Come quella volta in cui la figlia di Michela aveva raccontato che era stata tutto il pomeriggio in biblioteca con le amiche; invece poi era andata in giro. L’amica aveva avuto la brillante idea di pubblicare su Facebook una loro foto. Eppure la figlia di Michela continua a negare l’evidenza:

“Non è vero, tu non ti fidi di me”!

Sono tanti gli esempi in cui i nostri figli si fissano su bugie assurde. Cosa dobbiamo fare? Fingere di dargli ragione? Discutere diventa una lotta testa a testa, infinita. I nostri figli ci mentono perché non si fidano di noi o c’è un altro motivo? Tutto questo innesca una “brutta” spirale fatta di controlli e di tensioni.

Sono tante le domande che ogni genitore si pone.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog.it (http://psyblog.blog.tiscali.it/tag/genitori-e-figli/) ci aiuteranno a trovare alcune risposte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la sfida più importante per ogni genitore, non stiamo cercando il controllo sui nostri figli, vorremmo poterci fidare e consegnarli al mondo perché vivano la loro vita con la consapevolezza che noi saremo sempre dalla loro parte.

Ragazzi fidatevi di noi!

Firma Manu

 

 

Se stai tentando di diventare un buon genitore, vieni a leggere Figli al centro che troverai un valido aiuto, un passo dopo l’altro.

I problemi scolastici in adolescenza. Cosa possono fare i genitori?

problemi scolasticiContinua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente.

Questo mese parleremo dei problemi scolastici in adolescenza e lo faremo a partire dalle domande e dalle riflessioni dei genitori.

Venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

“Questo mese con le nostre psicologhe dello Studio Psynerghia   per la rubrica Figli al centro  parleremo di un argomento che preoccupa tantissime famiglie: i problemi scolastici in adolescenza.

Il momento più critico per noi è stata la seconda media, o meglio, il momento di cambio, perché le criticità grosse sono arrivate ora che mia figlia è in terza media.

Una ragazzina indipendente, capace, che sebbene continuasse a dichiarare che “non voleva andare a scuola e che non le piaceva studiare”, come si suol dire “faceva il suo dovere”. E lo faceva abbastanza bene.

La situazione a scuola: il corpo docente fa acqua da più parti: poca professionalità, poca voglia di lavorare, di insegnare e nessuno stimolo per i ragazzi. Eccezion fatta per l’insegnante di matematica, gli altri professori sono arrivati addirittura ad abbassare il livello di difficoltà delle verifiche cosicché i voti risultino più alti, ma la preparazione si abbassa sempre di più. Nonostante questo mia figlia passa dal 9 in matematica e scienze (dove c’è un’insegnante capace) a insufficienze gravi e continue in altre materie.

Con insegnanti di questo tipo non c’è alcuna possibilità di collaborazione e di dialogo. Quindi noi genitori dobbiamo cavarcela da soli.

I problemi scolastici in adolescenza diventano ancora più grandi quando sei solo.

Mia figlia fino alla prima media ha avuto degli insegnanti eccellenti, ora tutto è cambiato. Le spieghiamo che questa è la vita, che deve studiare per se stessa; ma forse è un po’ presto per una ragazzina di 13 anni capire che se un adulto “se ne frega” di fare il suo dovere perché un ragazzino dovrebbe fare diversamente?

Tantissimi genitori come me hanno problemi scolastici in adolescenza che iniziano a quest’età e non si sa quando finiranno.

I nostri figli troveranno sempre insegnanti incapaci e demotivati e loro dovranno trovare le motivazioni in loro stessi. Ma come? Dirglielo e ripeterglielo non serve o non basta.

L’incapacità dei professori e le carenze della scuola non possono diventare un alibi per il calo di rendimento.

Come provare a risolvere i problemi scolastici in adolescenza?

Noi abbiamo iniziato con le punizioni: via il cellulare, via la televisione. Ho pronunciato la fatidica frase “Se non studi, allora lavori” dandole dei lavoretti da fare in casa. Le abbiamo dato 15 giorni di tempo per dimostrarci il suo nuovo impegno. Risultato? Quasi nullo. Il tutto corredato dalle solite bugie di come le insufficienze non fossero colpa sua.

Abbiamo provato con le cattive e poi siamo passati al dialogo e al confronto. Per risolvere i problemi scolastici in adolescenza abbiamo pensato ad un approccio che non andasse diretto al problema scuola, ma abbiamo puntato sul darle fiducia, sul riconoscere le sue capacità.

In questi giorni dobbiamo scegliere anche la scuola superiore. Mia figlia vuole fare il Liceo, ma adesso i suoi risultati sono così bassi che è a rischio bocciatura. Gli insegnanti le hanno consigliato l’Istituto Tecnico. Lei parla di scelta importante per il suo futuro, di responsabilità, ma poi di fronte ai fatti non studia. Il suo problema è che non è interessata a quelle materie, quindi si distrae e non riesce a studiare.

Le abbiamo fatto molte domande e ci siamo fatti molte domande.

Spesso i problemi scolastici in adolescenza dipendono da “qualcosa che è successo” che ha alterato i vecchi equilibri. Ne abbiamo parlato con nostra figlia: prima lasciandola riflettere a ruota libera e quando non è emerso nulla abbiamo cercato di instradarla verso ipotetici problemi con le compagne, i professori o altro. Nulla, non è successo niente.

E se invece ci fosse qualcosa che non ci dice?

Io credo di no. Ma io sono la mamma e come sempre i genitori sono gli ultimi a sapere le cose. Però mi domando anche

“Chi meglio di me può conoscere mia figlia?”

Il nostro è un bel rapporto, ma nessun ragazzo si confida con i genitori …

Lei è la secondogenita e l’abbiamo sempre ritenuta molto sveglia e indipendente, sia perché i “secondi” imparano dai maggiori che per la sua personalità. Pur consapevoli dei suoi punti deboli abbiamo anche avuto le prove di quanto sapesse essere indipendente e organizzata.

Forse l’abbiamo lasciata troppo sola?

 Ci siamo fidati troppo?

Ora stiamo tornando a controllare tutto: compiti svolti, quaderni, preparazione nelle materie orali, insomma stiamo tornando a quello che non facevamo più dalla 4^ elementare. E’ giusto?

Lei vuole fare il liceo perché ritiene che sia una scuola che la prepara per il futuro. Noi siamo d’accordo con lei, siamo convinti che ne ha le capacità ma abbiamo grandi dubbi sulla sua volontà. Quello che vogliamo soprattutto è che affronti un percorso di studi con serenità e con i giusti stimoli intellettuali.

“Come fai ad affrontare le difficoltà di un liceo se non riesci ad affrontare le difficoltà delle scuole medie? Scegli una scuola più facile”

“Adesso mi impegno”.

Domande e risposte che si rincorrono da giorni. Solo parole e pochissima concretezza.

Gli adolescenti sono un misto di spensieratezza, sogno e superficialità (beati loro): come facciamo a farli stare con i piedi per terra?

Dobbiamo convincerla (sempre che ci riusciamo) a iscriversi ad una scuola più semplice? Dobbiamo farlo noi per lei? O dobbiamo motivarla e diventare noi un po’ più incoscienti? Che genitori saremmo?

Ogni tanto mi chiedo se i problemi scolastici in adolescenza si “risolvono” credendo in ciò che non vediamo. Ma noi, abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli anche da loro stessi.

Sono tante le domande che mi pongo come genitore.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog  ci aiuteranno a trovare alcune risposte e a riflettere sul come fare la cosa giusta.

I problemi scolastici in adolescenza minano la serenità del rapporto genitori-figli, la serenità dell’intero nucleo familiare. Un genitore deve seguire i figli, senza soffocarli e dandogli la possibilità di imparare dai propri errori; fino al punto in cui gli errori non diventano troppo grandi o i figli non si sentono abbandonati. Ma qual è questo punto?”

Firma Manu

Lettera di una mamma


Continua la collaborazione con la rubrica
Figli al centro del blog Genitorialmente.

In questo post troverete la lettera di una mamma come tante, una mamma attenta e competente che ci ha scritto perchè sente che sua figlia sta affrontando un momento di difficoltà e vuole aiutarla.

A questa lettera abbiamo provato a dare una risposta, sia dal punto di vista genitoriale con le parole di Manu di Genitorialmente, sia dal punto di vista psicologico, con nostre parole.

letter-447577_1920Figli al centro è  il nome del nostro progetto di crescita come genitori. Con noi collaborano due psicologhe Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu di Psyblog e Studio Psynerghia.

È uno spazio aperto per quei genitori che sentono la necessità di avere un confronto con altri genitori o con le nostre psicologhe, mantenendo l’anonimato se lo desiderano. È il caso di questa mamma che chiameremo Laura che qualche giorno fa ci ha scritto la seguente lettera:

 Ciao Manu, ci conosciamo grazie al gruppo di adolescenti su Facebook.

Mi rivolgo a te perchè nel tuo blog trovo degli interventi interessanti e sempre molto attuali e in gruppi anche chiusi non voglio espormi, non per la mia privacy, ma per quella di mia figlia che devo e voglio rispettare.

Ho una situazione particolare da affrontare e non so da dove cominciare. Ho una figlia di 18 anni, sicuramente molto più matura dei suoi coetanei, ho un bel dialogo con lei, dopo aver superato periodi davvero difficili, ieri sera mi ha detto tra le lacrime che è bisessuale. La cosa di per se non mi mette in difficoltà, ma il fatto che me l’abbia detto tra le lacrime mi preoccupa.

Quindi la domanda è come si affronta una situazione così.

Preciso che le ho proposto di andare a parlare con la psicologa che l’ha seguita in passato, ma non vuole perchè non è una malattia, ho cercato di spiegarle che concordo con lei che il suo orientamento sessuale non è una malattia, ma vedo che c’è un disagio che io non so come affrontare e ci vuole una figura apposita. Non so se puoi porre questi miei quesiti alle psicologhe con cui collabori o se magari puoi riportarle nel tuo blog o nel gruppo, senza fare riferimento diretto a me. Se invece sono stata inopportuna ti chiedo scusa.

 Io ho avuto i brividi quando ho letto questa lettera, altro che inopportuna. Come mamma il mio primo pensiero è stato che grande mamma è Laura. Io voglio essere come lei. Una mamma che si mette a fianco dei propri figli e con loro affronta la vita. Una mamma che è stata così brava in questi anni da avere un dialogo aperto con sua figlia, ha raggiunto l’obiettivo che credo sia il primario per ogni genitore: ottenere la fiducia dei figli.

Mettendo da parte le emozioni e i brividi, ho fatto quello che Laura mi ha chiesto, ho girato la sua mail a una delle nostre psicologhe. Ecco cosa hanno risposto:

Carissima,
La prima cosa che ci ha colpito leggendo le tue parole é l’attenzione che hai per tua figlia. La tua capacità di ascolto non giudicante é senz’altro la risorsa piú preziosa in questa fase delicata. Hai dimostrato che la fatica fatta quando ci sono stati momenti difficili é stata utile e ben spesa, infatti tua figlia si é rivolta a te per parlare di una cosa molto personale.
Le hai dato un buon consiglio dicendole che può richiedere un supporto per gestire una situazione che magari é nuova anche per lei.
Forse per questo, anche se sa che non é una malattia, si sente in difficoltà.
Tu puoi stare con lei, in ascolto di come sta e nel rispetto dei suoi tempi e dei suoi spazi, per capire cosa la preoccupa di questa cosa.
Potrebbe essere una difficoltà personale o magari interpersonale…
Lei lo ha sempre saputo o lo ha scoperto da poco?
Le é capitato di innamorarsi?
Può essere che sia spaventata dal giudizio sociale? Dal fatto che questa cosa non é molto accettata nella nostra società?
Le nostre domande sono solo suggestioni che ti lasciamo per provare ad avvicinarti a lei con qualche spunto in più.
Non crediamo ci sarà bisogno di porgliele in maniera diretta, serviranno a te per stare vicino a lei e sostenerla in ciò di cui avrà bisogno.
Sei stata brava e saprai utilizzare le tue risorse al meglio, ne siamo certe. E se sarai in difficoltà avrai la capacità di chiedere aiuto, come hai fatto adesso.
Un abbraccio virtuale
Maria Grazia e Melania

 Figli al centro

Due psicologhe specializzate in terapia familiare ci accompagnano con “l’intento di stimolare, attraverso delle riflessioni, la messa in atto delle risorse che le famiglie hanno, anche quando faticano a vederle, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli.”. Abbiamo affrontato tematiche importanti come l’autostima, il dialogo, l’omosessualità e continueremo in questo percorso con altri argomenti altrettanto impegnativi: a fine mese parleremo di separazione. Per saperne di più leggi qua.

Manu – Genitorialmente.it

Esiste il figlio preferito? I genitori e le differenze tra i figli. La risposta delle psicologhe

I gemelli Giorgio De ChiricoProsegue la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema di cui ci occupiamo è quello anticipato nel titolo.

Dal blog Genitorialmente ci chiedono se, nonostante quanto i genitori dicano sempre, ci sia per loro un figlio prediletto.

Possiamo essere certi che se si chiede a un genitore se ha delle preferenze tra i suoi figli, quasi certamente ci risponderà di no. Per i genitori i figli sono tutti uguali!!!

Ma possiamo avere la stessa certezza rispetto alla percezione dei figli?

Ognuno di noi, come figlio, ha pensato in qualche momento della vita che i propri genitori abbiano avuto delle preferenze, verso noi stessi o, ove ci siano, per i nostri fratelli e sorelle.

È il gioco delle parti e anche il frutto di una visione più moderna delle famiglie: nella visione contemporanea delle relazioni familiari è infatti impensabile e considerato fortemente scorretto che un genitore abbia un figlio prediletto. In passato, come ben rappresentato sin dalla tradizione biblica, le cose erano viste in modo differente. Basti pensare alla richiesta fatta da Dio ad Abramo di fare sacrificare Isacco proprio perché è il preferito.

Secondo una ricerca dell’università della California, il 70% dei genitori ammette, seppur con difficoltà, di avere una preferenza per uno dei figli, che spesso è il primogenito, anche se non sempre la motivazione è così semplice. Il figlio che riceve maggiori attenzioni potrebbe anche essere il più fragile o quello più problematico o magari quello che viene percepito come più simile a sé …

La questione è a nostro avviso più complessa e dipende dal fatto che tra genitori e figli si costruiscono delle relazioni tra individui differenti, con personalità proprie. 

Un po’ come diceva la mamma di Manu quando lei le chiedeva come mai preferisse suo fratello a lei:

 “Tuo fratello ha bisogno di cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta però a Manu non bastava e forse sembrerà molto semplice, fin troppo, a chi ci legge.

E allora proviamo a spiegare meglio ciò che accade e le variabili che entrano in gioco in una situazione come questa.

Ogni bambino nasce in momenti di vita differenti per la coppia e per i singoli genitori, in momenti diversi si hanno aspettative ed emozioni differenti. Sono differenti le gravidanze che le madri portano avanti e il modo in cui madri e padri le vivono dal punto di vista fisico e psicologico.

La nascita di un figlio si inserisce in tutti gli altri eventi che accompagnano il ciclo di vita della famiglia e, pur essendo un lieto evento, può accadere in concomitanza di un momento di sofferenza, come un lutto o la malattia di una persona cara. Inoltre la gravidanza può essere cercata o arrivare “a sorpresa”. Un figlio può arrivare appena si inizia a cercarlo o dopo tanti anni di tentativi e aspettative deluse. Può arrivare dopo un periodo di temporanea infertilità o dopo delle interruzioni di gravidanza.

Diventare genitori porta sempre i partner a confrontarsi con il proprio essere stati figli, con gli errori che non si vogliono ripetere e con le cose positive che si vogliono trasmettere. Questo vale sia individualmente che come coppia, visto che i due partner dovranno anche confrontarsi sulle percezioni individuali per trovare un modo comune di crescere i figli, anche partendo da rappresentazioni molto differenti.

Ogni figlio ha inoltre caratteristiche proprie, può essere percepito come più facile o più complesso da gestire, come più simile a sé o al partner, o magari a qualche altro membro della famiglia con il quale si sono avute relazioni particolarmente significative, nel bene e nel male.

La rappresentazione più classica è quella che vede le preferenze trovare un senso nell’ordine di genitura o nel sesso biologico di appartenenza e allora avremo il primogenito come il preferito, o il figlio maschio che trasmetterà il cognome del padre, oppure il più piccolo che sarà il cucciolo di casa o magari il bastone della vecchiaia. Ma che dire allora della sindrome del figlio di mezzo? Quello che non è il primogenito che ha reso per la prima volta tali i suoi genitori, né il cucciolo piccolino da proteggere. Quello che deve confrontarsi con il più grande da cui prendere esempio ed ereditarne i giochi e i vestiti e con il più piccolo che arriva a detronizzarlo e di cui magari dovrà occuparsi.

Le cose nelle relazioni familiari non sono mai lineari, ma sempre condizionate dalla prospettiva dalla quale le si guarda. Per tale motivo, se il primogenito sarà visto dai fratelli minori come il principe ereditario, lui potrebbe invece sentire troppo il senso di responsabilità dell’essere il più grande e quindi quello con cui inevitabilmente confrontarsi, quello che dovrà tollerare i capricci dei più piccoli, passare anche i suoi giochi più cari perché non si può essere egoisti con i fratelli e così via…

Il più piccolo sarà visto dagli altri come quello più coccolato e viziato ma probabilmente percepirà se stesso come uno che deve sempre confrontarsi con i pilastri rappresentati dai fratelli maggiori, magari più bravi a scuola e quasi sempre più responsabili. E l’idea del bastone della vecchiaia di cui scritto sopra potrebbe essere vista in modo positivo dai genitori ma rappresentare un enorme carico psicologico per lui.

Insomma, a seconda del punto di vista da cui guardiamo le cose, le stesse cambiano e diventano positive o negative per i figli e per i genitori.

Una cosa certa è che i genitori non si comportano in modo identico con i figli e questo avviene non perché ci siano delle preferenze, ma perché sono diversi i figli, diverse le relazioni con loro; diverso il tipo di attaccamento, la modalità di esprimere l’affetto, il tipo di attenzioni che vengono date loro. Differenze che in genere sono più qualitative che quantitative.

Insomma se ci sono delle preferenze non sono certo volontarie, ma magari legate a una o più delle variabili sopraelencate.

Certo è che se i figli percepiranno queste differenze come preferenze, ci saranno delle invidie e conflittualità tra fratelli, realtà sempre esistite e che in genere si appianano in età adulta, quando la relazione tra fratelli diventa consapevolmente la più importante e duratura per ognuno di loro.

Per dirla con le parole di Manu “Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.”

Manu riporta anche la bellissima frase di una sua amica “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Noi ci troviamo d’accordo con l’amica di Manu.

Per usare le parole di Carl Whitaker, siamo certe che la cosa simpatica dell’amore è che non è come il sapone, non lo consumi. Somiglia più ai muscoli: più impari ad amare, più riesci ad amare”.

Ci viene in mente la storia di Gianni e Francesco, due fratelli che sono cresciuti con la convinzione di essere uno il preferito del padre e l’altro della madre. La loro storia familiare è piuttosto complicata, dopo la nascita di Gianni la madre vive una brutta depressione post partum e ad occuparsi del bimbo sarà soprattutto il padre con il quale si crea un legame fortissimo, intenso ed emotivamente carico in cui il bambino trova ciò che la madre non riesce a dargli, ma anche il padre trova grande gratificazione e riconoscimento in questo figlio che sembra somigliargli così tanto. Francesco arriva diversi anni dopo, la madre sta apparentemente meglio e riesce a gestire in modo differente la situazione, tenendo il piccolo sempre con sé e costruendo con lui un legame molto forte, a tratti simbiotico. La madre vede Francesco come molto più simile a sé rispetto a Gianni. Francesco ama stare con lei e sembra capire la sua sofferenza, a differenza di Gianni che esprime insofferenza verso le modalità depressive della madre.

Ad una visione superficiale anche noi potremmo forse dire che è proprio così come appare: Gianni è il figlio preferito del padre e Francesco della madre.

Ma se analizziamo il contesto relazionale così come descritto, ce la sentiamo ancora di abbracciare questa visione? O non si tratta invece di considerare una visione delle relazioni familiari come più complessa e meno lineare di quanto avviene ad un primo sguardo?

Manu ci chiede se sia possibile comportarsi in modo identico con i figli e la nostra risposta è no: è inevitabile costruire relazioni differenti a seconda della situazione, delle caratteristiche, del momento in cui nascono di cosa accadeva nella vita dei genitori in quel periodo, di come stavamo, di come sarà la gravidanza e i primi mesi di vita. Di come sarà la relazione di coppia in tutte le fasi e le relazioni con le famiglie d’origine e di come saranno quei bambini, tutti figli degli stessi genitori, ma non per questo uguali.

Anche le regole quando i figli crescono possono essere adeguate alle caratteristiche degli stessi. Il nostro consiglio è quello di avere un po’ di flessibilità: avere delle regole fondamentali che sono uguali per tutti perché rappresentative di valori familiari fondanti e altre che possono essere modificate con flessibilità a seconda della situazione, non temendo le accuse di ingiustizia e trattamento differenti da parte dei figli, che ci saranno sempre e comunque.

Crediamo che anche le differenze figlio maschio figlia femmina entrino nell’analisi complessa fatta sopra: non si tratta mai di preferire un figlio solo per il sesso, ma di capire cosa rappresenta, che quel figlio sia maschio o femmina.

Vi raccontiamo in proposito la storia della mamma di una di noi (Maria Grazia) nata quinta figlia femmina nel 1945, quando i suoi genitori cercavano finalmente il maschio … e invece che smacco! In famiglia si racconta che quando la mamma ha saputo che era nata ancora una volta una femmina l’ha inizialmente rifiutata ed è stato il padre a prenderla in braccio a darle uno straccetto intriso di miele da succhiare.

Per la cronaca, il maschio è arrivato un paio d’anni dopo per la gioia dei genitori.

Questa storia ad un primo sguardo potrebbe sembrare la conferma del fatto che esista un figlio preferito anche in base al sesso, ma ancora una volta, se la contestualizziamo, vedremo che le cose non sono così semplici e nette. Bisogna pensare al contesto in cui tutto questo avveniva: un piccolo paese nell’interno della Sardegna, persone molto povere che vivevano della vita della campagna, genitori che non avevano studiato e che non hanno poi potuto fare studiare le figlie maggiori nemmeno alle scuole elementari. I figli rappresentavano la forza lavoro e il futuro sostentamento della famiglia. Un figlio maschio rappresentava la possibilità di braccia forti e contemporaneamente, a livello simbolico, colui che avrebbe permesso al cognome paterno di andare avanti per un’altra generazione.

Concludiamo dunque ribadendo che per essere genitori efficaci non serve cercare di comportasi in modo identico con i figli, è molto più produttivo concentrarsi sui bisogni di ogni figlio e rispondere a questi con i propri mezzi e le proprie modalità, rispettando le individualità di ciascuno.

Se sono infatti noti gli effetti negativi che vive il cosiddetto figlio sfavorito, non è detto che il presunto preferito se la passi meglio. Essere il prediletto può voler infatti dire che si è investiti di aspettative troppo elevate o che si va incontro ad una adultizzazione precoce di cui prima o poi si paga lo scotto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu 

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia

 

Differenze tra i figli. Riflessioni e domande di un genitore

differenze fra figli colori

 

 

 

 

Siamo a fine agosto, l’estate volge al termine e riprende la nostra collaborazione con il blog Genitorialmente.

Questo mese il tema è davvero interessante: i genitori hanno delle preferenze tra i figli?

Leggiamo insieme le riflessioni e le domande di Manu e Flavia e mercoledì come sempre proveremo a rispondere.

Melania e Maria Grazia

Ci sono dei momenti nella vita di un genitore in cui rivede il suo essere figlio dall’altro punto di vista. Chi ha fratelli e sorelle ha sofferto per le preferenze che un genitore faceva nei confronti dell’altro. Magari solo in alcuni momenti, o forse per tutta la vita, magari a torto o a ragione, poco importa, tutti abbiamo attraversato questo sentimento.

Quando ero figlia spesso mi sentivo chiedere,

“Non ti da fastidio che tua mamma faccia le preferenze per tuo fratello?”

Io non ricordo i miei sentimenti di allora, ricordo solo la risposta di mia mamma

“Tuo fratello ha bisogno cose differenti da te, è meno indipendente di te, quindi è giusto che a lui dia cose diverse”.

Questa risposta mi è sempre andata bene. Il paradosso è che ora, solo ora che sono adulta e che sono mamma, mi sono davvero resa conto di come mio fratello sia il figlio preferito di mia mamma. Lo era e lo continua ad essere e la storiella che mi aveva raccontato mia mamma era solo una storiella a cui io avevo creduto e forse a cui aveva creduto anche lei.

Ho sempre desiderato avere due figli, ma devo ammettere che il mio desiderio di maternità era totalmente appagato con la mia prima figlia. La scelta del secondo era più un atto di altruismo nei confronti della primogenita che una nostra reale esigenza di genitori. Avere un fratello o una sorella è una ricchezza, non sarai mai sola, il sentimento che lega due fratelli non è paragonabile a nient’altro, come si dice, è un legame di sangue.

Ricordo la domanda che mi suonava nella testa, come posso volere bene a un altro figlio senza “togliere qualcosa alla mia bambina”? Io questo amore voglio dedicarlo tutto a lei. Poi un’amica mi disse “Quando hai due figli l’amore non si divide, si moltiplica”, ed è vero, anzi è molto di più: avere due figli è bello e profondo più del doppio.

Differenze tra i figli – Le insicurezze riappaiono nel cuore e nella mente

La domanda che rimbalza assordante nella mia testa è:

“Io faccio differenze fra le mie figlie”?

Da quando sono nate fino a qualche anno fa, cercavo di comportarmi in maniera identica. Tutto uguale. Quello che davo ad una davo all’altra, chiaramente compatibilmente con l’età. Le attenzioni, le manifestazioni di affetto, le sgridate (ci sono anche quelle) tutto replicato. Le mie figlie hanno due caratteri completamente diversi. Poi un bel giorno ho capito che forse stavo sbagliando. Allora ho iniziato a rilassarmi, a farmi guidare da loro, o almeno credo

Differenze tra i figli – Comportamenti uguali per figli diversi. E’ giusto?

Oggi cerco di comportamenti diversamente significa che “faccio differenze”?

E quando invece non lo faccio … sbaglio?

L’ultimo esempio che mi viene in mente è la pizzata di fine anno. Era un periodo in cui le mie figlie si stavano comportando male, ho detto loro che se fossero andate avanti così la pizzata saltava.

La più piccola ha subito cambiato atteggiamento ed è andata alla pizzata. La più grande è andata avanti con il suo modo di fare e la pizzata è saltata. Lei ha accettato questa punizione, non ha più detto nulla, direi che era tranquillamente rassegnata. Io rodevo dentro anche perché lei è più chiusa e “avrebbe” maggior bisogno di socializzazione. Forse non era la punizione giusta.

  E’ giusto tenere lo stesso atteggiamento di fronte a situazioni identiche?

  Se invece hai atteggiamenti diversi come lo spieghi a due ragazzine che non stai facendo differenze?

 

Differenze tra i figli – La legge del taglione può funzionare?

Praticamente tutti i giorni mi sento dire le fatidiche frasi:

  • “Lei mi fa i dispetti e non le dite niente”
  • “Voi sgridate sempre me”
  • “Lei può fare quello che vuole e nessuno la sgrida”

….e se fosse vero?

Tu non mi ascolti io non ti ascolto, tu non collabori io non collaboro. Se tua sorella è più collaborativa/socievole/educata…. Anche io sarò diversa, insomma un po’ a modi legge del taglione, o no?

Questi comportamenti differenti non sono la dimostrazione di meno amore, ma possono essere confusi con questo e io non lo voglio proprio.

 

 

 

 

Differenze tra i figli – Reale o presunta? Come curarla?

    Un genitore come può capire se sta facendo differenze fra i figli?

Come si può gestire o rimediare a questo atteggiamento sbagliato?

Differenze tra i figli – Figlio maschio e figlio femmina.

Si dice che le mamme preferiscano il figlio maschio e invece sia la femmina la figlia preferita dai papà. Poiché la regina della casa è la donna il figlio maschio diventa il principe ereditario.

Mi chiedo se è un problema di genetica? E’ qualcosa che va al di là della volontà di noi mamme? C’è lo zampino di Freud? Quante amiche si lamentano di come la suocera abbia tenuto il marito nella bambagia e fanno lo stesso con i figli maschi.

Nel manuale del perfetto genitore (ancora in fase di implementazione) le risposte a queste domande non ci sono. Mercoledì pubblicheremo il post che le nostre esperte psicologhe di PsyBlog.blog.tiscali  e  Studiopsynerghia hanno scritto per aiutarci a trovare le risposte ai nostri dubbi.

Manu e Flavia – Genitorialmente.it