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Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le domande dei genitori

genitorialmente -fiducia

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it, questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli. Diamo la parola ai genitori e venerdì pubblicheremo le nostre riflessioni.

 

 

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la domanda che affligge molti genitori perché sia che si parli di rendimento scolastico, di rapporti sociali o all’interno della famiglia, noi genitori abbiamo capito che tutto passa da lì. Come fidarci dei nostri figli e come fare che i nostri figli si fidino di noi?

Non esiste un momento della vita in cui il rapporto di fiducia tra genitori e figli sia meno importante, ma sicuramente esiste un periodo in cui creare un rapporto di fiducia con il proprio figlio è fondamentale, quel periodo è l’adolescenza. Quando i tuoi figli diventano adolescenti tutte le regole saltano. I nuovi comportamenti ti destabilizzano.

Tu non li capisci, loro non parlano, il mondo è pericoloso, il futuro è incerto. Rabbia, sconforto, tentativi di comprensione, un passo avanti e 10 indietro, o forse no?

Chi non parla?

Chi non ascolta?

Michela, Sonia e altre mamme ci hanno posto delle domande che gireremo alle psicologhe (http://psyblog.blog.tiscali.it/2017/01/23/i-problemi-scolastici-in-adolescenza-cosa-possono-fare-i-genitori/) che collaborano con noi e ci affiancano nel lavoro più difficile del mondo: diventare un buon genitore … di un adolescente.

Ho chiesto a mia figlia di fidarsi di me.

Dammi questa chance, non chiudere la porta, dammi una possibilità di dimostrarti che anche se non sono d’accordo con te, anche se mi arrabbio, io sono e sarò sempre dalla tua parte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti

Fiducia: perché se ti fidi di me non devi nascondere quello che fai. Se non hai studiato, se hai fumato, se hai bevuto, se non hai usato le giuste precauzioni in un rapporto sessuale. Se un figlio si fida di un genitore sa che solo il genitore può aiutarlo.

Hanno paura che non li capiamo, che li giudichiamo, che li puniamo, o hanno paura che ce ne freghiamo?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Da quando?

Ma soprattutto quando? Io credo che sia un percorso che inizia dal primo vagito. C’è chi non lo fa, ma c’è chi lo fa e c’è chi lo vuole fare ma non sa come fare.

Io ho sempre parlato tanto con le mie figlie, e credo anche di averle ascoltate sempre. Dico credo, perché ovviamente non lo so; fino ad oggi la famosa frase “Tu non mi ascolti” non è ancora arrivata, ma ne sono arrivate altre “Ce l’hai sempre con me. Date sempre la colpa a me” … non so se si possono considerare sinonimi.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le paure

Credo sia normale avere paura della reazione di un genitore di fronte a un fatto negativo. Ma quando questa paura è sproporzionata rispetto al fatto in se stesso? Il timore della reazione del genitore o dell’adulto di riferimento portano a mentire e spesso fanno accrescere il senso di colpa e di inadeguatezza.

Cosa possiamo fare affinché i nostri figli si fidino di noi?

Ci permettano di star loro vicino, di aiutarli a risolvere il problema?

Quando la paura è paura di sbagliare? Paura dei giudizi dell’adulto di riferimento? Paura dei giudizi degli amici o dei compagni di scuola?

L’adolescenza è un periodo di grandi insicurezze.

Dove finisce la timidezza e la vergogna e inizia la paura?

Il timore di fare brutta figura?

E noi genitori come possiamo aiutarli a non avere questi timori. La figlia di Sonia a scuola si isola e non parla, ha paura di fare brutta figura con i compagni. Nessuno riesce a farle vincere questa paura, neanche le rassicurazioni degli insegnanti. Cosa può fare un genitore oltre a rassicurarla e dirle che può e deve sbagliare perché è così che si impara?

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le continue bugie nonostante tutto.

Perché i nostri figli continuano a mentire? Bugie quando non serve mentire. Bugie quando vengono scoperti, bugie anche davanti all’evidenza. Come quella volta in cui la figlia di Michela aveva raccontato che era stata tutto il pomeriggio in biblioteca con le amiche; invece poi era andata in giro. L’amica aveva avuto la brillante idea di pubblicare su Facebook una loro foto. Eppure la figlia di Michela continua a negare l’evidenza:

“Non è vero, tu non ti fidi di me”!

Sono tanti gli esempi in cui i nostri figli si fissano su bugie assurde. Cosa dobbiamo fare? Fingere di dargli ragione? Discutere diventa una lotta testa a testa, infinita. I nostri figli ci mentono perché non si fidano di noi o c’è un altro motivo? Tutto questo innesca una “brutta” spirale fatta di controlli e di tensioni.

Sono tante le domande che ogni genitore si pone.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog.it (http://psyblog.blog.tiscali.it/tag/genitori-e-figli/) ci aiuteranno a trovare alcune risposte.

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti è la sfida più importante per ogni genitore, non stiamo cercando il controllo sui nostri figli, vorremmo poterci fidare e consegnarli al mondo perché vivano la loro vita con la consapevolezza che noi saremo sempre dalla loro parte.

Ragazzi fidatevi di noi!

Firma Manu

 

 

Se stai tentando di diventare un buon genitore, vieni a leggere Figli al centro che troverai un valido aiuto, un passo dopo l’altro.

Adolescenti e problemi scolastici. Le risposte delle psicologhe

foto Psi scuola e adolescenzaLa nostra collaborazione con la rubrica  Figli al centro  del blog Genitorialmente questo mese continua con un tema interessante e molto attuale: cosa possono fare i genitori di fronte ai problemi scolastici dei figli?

Proviamo a rispondere alle domande dei genitori partendo da una riflessione sull’adolescenza come età di passaggio e di cambiamento, non solo per i ragazzi che la vivono in prima persona, ma anche per le famiglie coinvolte che si ritrovano a dover costruire nuove strategie e modelli d’azione per affrontare una sfida complicata.

Soprattutto la prima adolescenza, che va dai 12 ai 14 anni, è un periodo di grandi cambiamenti fisici e psicologici e, se spesso i genitori hanno la sensazione di ritrovarsi in casa degli estranei, per loro può essere utile tenere a mente che in questa fase della vita accade di frequente che gli adolescenti stessi facciano fatica a riconoscersi.

Cambia la percezione del proprio aspetto, che  molto di rado è soddisfacente e cambia l’umore. Gli adolescenti  possono sentirsi felicissimi per un  momento e subito dopo andare incontro alla più nera disperazione. L’umore e l’immagine di sé sono fluttuanti e mutevoli. Allo stesso tempo c’è l’alternanza di momenti di grande maturità e momenti di infantilismo.

I ragazzi che si ritrovano a vivere in questo equilibrio precario hanno bisogno di trovare delle certezze nei genitori, che invece molto spesso si spaventano nel vedere gli sbalzi d’umore, l’insoddisfazione, la continua ricerca, le risposte brusche, i silenzi, le porte sbattute e magari anche un cambiamento che avviene nella sfera scolastica.

Per il genitore non esiste un unico modo “giusto” di affrontare queste difficoltà: a volte la risposta è il dialogo, a volte il rispetto del desiderio di silenzio, altre volte, invece, è opportuno saper reggere una discussione animata e avere la capacità di mettere un freno a una situazione che può essere pericolosa. Ma ciò che è più utile per un adolescente è sentire che i suoi genitori ci sono, sono presenti e non scapperanno di fronte alle sue intemperanze, né si irrigidiranno in modo eccessivo.

Il punto focale è essere fermi rispetto ai valori e alle regole che si ritengono fondamentali ma anche flessibili per affrontare e a insegnare ad affrontare il cambiamento.

È molto importante la capacità di riconoscere e accogliere i cambiamenti che stanno avvenendo nei figli e riadattare l’immagine che si ha di loro, in modo da svolgere una funzione molto importante in questa fase della vita: la funzione di rispecchiamento, che permette ai figli di potersi riconoscere nello sguardo e nelle interazioni con i propri genitori. In parte infatti sviluppiamo il senso di noi stessi proprio vedendoci rispecchiati negli occhi degli altri, vedendo come gli altri reagiscono a noi, connettendoci con le emozioni che sentiamo di suscitare in loro.

I genitori devono quindi accogliere il figlio cresciuto, mantenendo sempre dentro di sé l’immagine del bambino che ben conoscono in modo da non farsi spaventare o scoraggiare dalle nuove modalità.

Per l’adolescente è fondamentale sapere che i genitori hanno fiducia in lui anche quando le cose non vanno alla perfezione, come lui o loro vorrebbero. Il fatto di vedere riflessa negli occhi dei genitori un’immagine positiva di sé è un bene prezioso, talmente prezioso da rappresentare una base sicura, un buon nutrimento per l’autostima e la fiducia in sé e anche un rinforzo della capacità di fare scelte giuste in futuro.

Questo non significa chiudere gli occhi di fronte alle difficoltà ma sapere che queste possono essere affrontate; occorre sempre ricordare che anche una situazione complessa e negativa può essere temporanea.

Fatta questa premessa generale, valida per affrontare tutti i tipi di difficoltà che coinvolgono la relazione tra genitori e figli andiamo a vedere gli aspetti più specifici relativi alla scuola.

La scuola è un’agenzia di socializzazione fondamentale, un luogo nel quale si possono sviluppare contemporaneamente aspetti cognitivi, emotivi e relazionali.

Possiamo senz’altro dire che un ragazzo che resta al di fuori del ciclo di scolarizzazione obbligatoria, oggi, può essere definito un cittadino dimezzato, che gode dei diritti civili ma avrà probabilmente una situazione precaria dal punto di vista sociale e lavorativo.

A scuola i ragazzi possono incontrare modelli adulti differenti dai loro genitori, e soprattutto confrontarsi con i coetanei in un contesto protetto. Dall’appartenenza scolastica deriva il ruolo sociale attribuito a chi attraversa l’adolescenza: il ruolo di studente, aspetto costituivo fondamentale in questa età. Molto spesso se si chiede ai ragazzi di definirsi, diranno di sé che sono degli studenti, definizione valida per tutte le età e per entrambi i generi.

La scuola è vista dai ragazzi come un mezzo utile per arrivare all’inserimento lavorativo e per l’emancipazione personale, ma è anche considerata uno dei percorsi più difficili da affrontare.

Uno degli aspetti che maggiormente influiscono sul clima psicologico della classe è la natura della relazione tra insegnanti e studenti. Gli insegnanti, come detto sopra, sono dei modelli adulti differenti da quelli genitoriali, proprio per questo molto utili per allargare le alternative di scelta con cui identificarsi. È molto importante il fatto che gli insegnanti non siano legati in modo affettivamente intenso ai ragazzi come i loro genitori, per questo sono in grado di fornire modelli sociali psicologicamente meno invischianti e più utili per la costruzione della propria identità in adolescenza. Un altro aspetto molto importante è legato al fatto che è proprio a scuola che i ragazzi mettono in atto le prime trasgressioni verso le regole istituzionali: assenze all’insaputa dei genitori, fumare in bagno, non fare i compiti ecc, e grazie a questo imparano anche a conoscere e subire le sanzioni legate alla violazione delle prime regole sociali.

Essendo un contesto nel quale si sviluppano processi e si costruiscono relazioni, spesso diventa il luogo nel quale i ragazzi manifestano il loro disagio.

Il disagio scolastico è un fenomeno legato alla scuola, come luogo di insorgenza, ma che non può prescindere da variabili personali e sociali, come le caratteristiche psicologiche, il contesto familiare e culturale in senso più ampio. Si esprime in una varietà di situazioni problematiche che possono causare insuccesso scolastico e disaffezione alla scuola.

Visto il suo carattere composito e multifattoriale appare necessaria una lettura sistemica, che vada oltre la definizione, univoca e statica del disagio e si incentri sui significati che questo può assumere. L’essere umano è fondamentalmente relazionale, continuamente coinvolto nella relazione con altri esseri umani, sempre impegnato ad attivare processi adattivi di integrazione delle dimensioni intrapsichiche ed interpersonali. Il tipo e la qualità delle relazioni influenzano il funzionamento della persona stessa. Appare dunque chiaro come una situazione di disagio scolastico non sia da trattare come problema dell’alunno ma come una condizione di difficoltà di tutti i componenti del sistema di cui il ragazzo è parte.

I ragazzi si trovano a muoversi tra due importanti punti di riferimento ed è fondamentale che tra questi ci sia un dialogo.

Se scuola e famiglia collaborano il ragazzo si sentirà contenuto e, anche se mette in atto modalità di contestazione, avrà la certezza che c’è qualcuno che si preoccupa per lui e che ci tiene al suo futuro. Se non c’è collaborazione tra le figure adulte, che in questa fase sono le più importanti, è molto probabile che di fronte ad una difficoltà sia facile per il ragazzo deresponsabilizzarsi e attribuire la causa dei problemi alla scuola, soprattutto agli insegnanti.

I ragazzi non lo fanno con malignità, è un naturale processo umano (dal quale non siamo esenti nemmeno noi adulti) che fa sì che, quando si percepisce che tra due persone o sistemi organizzativi c’è una difficoltà, si crea lo spazio nel quale infilarsi e stare, ottenendo l’obiettivo non esplicitamente perseguito di estremizzare le difficoltà iniziali. È lo stesso fenomeno che si presenta quando c’è un conflitto forte tra i due genitori e si creano in famiglia alleanze e coalizioni tra un figlio e un genitore contro l’altro genitore.

La soluzione al problema posto da Manu non è dunque semplice e lineare ma comprende diversi livelli d’azione.

È certamente corretto il porsi in una posizione di ascolto e rispetto dei figli, cercare di comprendere cosa stanno vivendo e se ci sono delle difficoltà per le quali c’è bisogno anche del supporto di un adulto. Manu stessa ha sperimentato che il polso troppo duro non serve. È corretto anche il non focalizzarsi solo sulla scuola perché per i ragazzi è fondamentale sentirsi presi in considerazione dai propri genitori nella propria totalità e non “solo in quanto studenti”.

È dunque fondamentale vedere e riconoscere ciò che di positivo ha un figlio e dimostrare di avere fiducia in lui.

Un altro aspetto importante è provare a costruire un dialogo con gli insegnanti, perché probabilmente, anche se in modo involontario, a loro arriva il messaggio di squalifica che i genitori sentono nei loro confronti. Questa modalità porta ad un irrigidimento delle proprie posizioni e ad una chiusura da entrambe le parti e a farne le spese sono sempre i ragazzi.

Rispetto alla domanda specifica di cosa fare per la scelta della scuola superiore  ci sembra importante che la  ragazza abbia espresso il suo desiderio e la sua posizione. Un desiderio che, tra l’altro, non è quello di scegliere la strada più comoda, e che contiene in sé la volontà di affrontare le proprie temporanee difficoltà. Ci viene in mente che si potrebbe approfittare di questo momento importante per proporre agli insegnanti di inserire un progetto di orientamento per i ragazzi, con un professionista che li aiuti a capire qual è la scelta più adeguata a loro sulla base di elementi concreti come i valori, le attitudini, gli interessi, la motivazione ecc. Una proposta di questo tipo, magari concordata con gli altri genitori, agisce su due livelli: la possibilità di costruire una sinergia con gli insegnanti e la volontà di aiutare i propri figli a fare scelte consapevoli per il proprio futuro.

Se la scuola non avesse questa possibilità si può pensare di farlo fare ai propri figli anche individualmente, non si tratta di una psicoterapia, ma di un lavoro di sostegno e orientamento che può tranquillamente essere svolto in pochi incontri e che può aiutare, da un lato il ragazzo a chiarirsi le idee e capire davvero cosa vuole fare e, dall’altro, anche i genitori a fidarsi con più serenità delle scelte dei propri figli.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

I problemi scolastici in adolescenza. Cosa possono fare i genitori?

problemi scolasticiContinua la nostra collaborazione con la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente.

Questo mese parleremo dei problemi scolastici in adolescenza e lo faremo a partire dalle domande e dalle riflessioni dei genitori.

Venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

“Questo mese con le nostre psicologhe dello Studio Psynerghia   per la rubrica Figli al centro  parleremo di un argomento che preoccupa tantissime famiglie: i problemi scolastici in adolescenza.

Il momento più critico per noi è stata la seconda media, o meglio, il momento di cambio, perché le criticità grosse sono arrivate ora che mia figlia è in terza media.

Una ragazzina indipendente, capace, che sebbene continuasse a dichiarare che “non voleva andare a scuola e che non le piaceva studiare”, come si suol dire “faceva il suo dovere”. E lo faceva abbastanza bene.

La situazione a scuola: il corpo docente fa acqua da più parti: poca professionalità, poca voglia di lavorare, di insegnare e nessuno stimolo per i ragazzi. Eccezion fatta per l’insegnante di matematica, gli altri professori sono arrivati addirittura ad abbassare il livello di difficoltà delle verifiche cosicché i voti risultino più alti, ma la preparazione si abbassa sempre di più. Nonostante questo mia figlia passa dal 9 in matematica e scienze (dove c’è un’insegnante capace) a insufficienze gravi e continue in altre materie.

Con insegnanti di questo tipo non c’è alcuna possibilità di collaborazione e di dialogo. Quindi noi genitori dobbiamo cavarcela da soli.

I problemi scolastici in adolescenza diventano ancora più grandi quando sei solo.

Mia figlia fino alla prima media ha avuto degli insegnanti eccellenti, ora tutto è cambiato. Le spieghiamo che questa è la vita, che deve studiare per se stessa; ma forse è un po’ presto per una ragazzina di 13 anni capire che se un adulto “se ne frega” di fare il suo dovere perché un ragazzino dovrebbe fare diversamente?

Tantissimi genitori come me hanno problemi scolastici in adolescenza che iniziano a quest’età e non si sa quando finiranno.

I nostri figli troveranno sempre insegnanti incapaci e demotivati e loro dovranno trovare le motivazioni in loro stessi. Ma come? Dirglielo e ripeterglielo non serve o non basta.

L’incapacità dei professori e le carenze della scuola non possono diventare un alibi per il calo di rendimento.

Come provare a risolvere i problemi scolastici in adolescenza?

Noi abbiamo iniziato con le punizioni: via il cellulare, via la televisione. Ho pronunciato la fatidica frase “Se non studi, allora lavori” dandole dei lavoretti da fare in casa. Le abbiamo dato 15 giorni di tempo per dimostrarci il suo nuovo impegno. Risultato? Quasi nullo. Il tutto corredato dalle solite bugie di come le insufficienze non fossero colpa sua.

Abbiamo provato con le cattive e poi siamo passati al dialogo e al confronto. Per risolvere i problemi scolastici in adolescenza abbiamo pensato ad un approccio che non andasse diretto al problema scuola, ma abbiamo puntato sul darle fiducia, sul riconoscere le sue capacità.

In questi giorni dobbiamo scegliere anche la scuola superiore. Mia figlia vuole fare il Liceo, ma adesso i suoi risultati sono così bassi che è a rischio bocciatura. Gli insegnanti le hanno consigliato l’Istituto Tecnico. Lei parla di scelta importante per il suo futuro, di responsabilità, ma poi di fronte ai fatti non studia. Il suo problema è che non è interessata a quelle materie, quindi si distrae e non riesce a studiare.

Le abbiamo fatto molte domande e ci siamo fatti molte domande.

Spesso i problemi scolastici in adolescenza dipendono da “qualcosa che è successo” che ha alterato i vecchi equilibri. Ne abbiamo parlato con nostra figlia: prima lasciandola riflettere a ruota libera e quando non è emerso nulla abbiamo cercato di instradarla verso ipotetici problemi con le compagne, i professori o altro. Nulla, non è successo niente.

E se invece ci fosse qualcosa che non ci dice?

Io credo di no. Ma io sono la mamma e come sempre i genitori sono gli ultimi a sapere le cose. Però mi domando anche

“Chi meglio di me può conoscere mia figlia?”

Il nostro è un bel rapporto, ma nessun ragazzo si confida con i genitori …

Lei è la secondogenita e l’abbiamo sempre ritenuta molto sveglia e indipendente, sia perché i “secondi” imparano dai maggiori che per la sua personalità. Pur consapevoli dei suoi punti deboli abbiamo anche avuto le prove di quanto sapesse essere indipendente e organizzata.

Forse l’abbiamo lasciata troppo sola?

 Ci siamo fidati troppo?

Ora stiamo tornando a controllare tutto: compiti svolti, quaderni, preparazione nelle materie orali, insomma stiamo tornando a quello che non facevamo più dalla 4^ elementare. E’ giusto?

Lei vuole fare il liceo perché ritiene che sia una scuola che la prepara per il futuro. Noi siamo d’accordo con lei, siamo convinti che ne ha le capacità ma abbiamo grandi dubbi sulla sua volontà. Quello che vogliamo soprattutto è che affronti un percorso di studi con serenità e con i giusti stimoli intellettuali.

“Come fai ad affrontare le difficoltà di un liceo se non riesci ad affrontare le difficoltà delle scuole medie? Scegli una scuola più facile”

“Adesso mi impegno”.

Domande e risposte che si rincorrono da giorni. Solo parole e pochissima concretezza.

Gli adolescenti sono un misto di spensieratezza, sogno e superficialità (beati loro): come facciamo a farli stare con i piedi per terra?

Dobbiamo convincerla (sempre che ci riusciamo) a iscriversi ad una scuola più semplice? Dobbiamo farlo noi per lei? O dobbiamo motivarla e diventare noi un po’ più incoscienti? Che genitori saremmo?

Ogni tanto mi chiedo se i problemi scolastici in adolescenza si “risolvono” credendo in ciò che non vediamo. Ma noi, abbiamo il dovere di proteggere i nostri figli anche da loro stessi.

Sono tante le domande che mi pongo come genitore.  Venerdì prossimo le psicologhe di Psyblog  ci aiuteranno a trovare alcune risposte e a riflettere sul come fare la cosa giusta.

I problemi scolastici in adolescenza minano la serenità del rapporto genitori-figli, la serenità dell’intero nucleo familiare. Un genitore deve seguire i figli, senza soffocarli e dandogli la possibilità di imparare dai propri errori; fino al punto in cui gli errori non diventano troppo grandi o i figli non si sentono abbandonati. Ma qual è questo punto?”

Firma Manu

Sexting e adolescenti. Come parlarne insieme – La risposta delle psicologhe

foto-psyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente, il tema di questo mese è particolarmente attuale, si tratta infatti del sexting, un fenomeno in crescita nel web, purtroppo anche tra gli adolescenti.

I genitori ci chiedono come affrontare questo tema con i loro figli adolescenti e come poterli proteggere dai rischi legati a questo tipo di condotte.

Come sempre prima di provare a rispondere alle domande, proviamo a riflettere insieme sul tema e sulle dinamiche sottostanti.

Definizione, sviluppi e rischi correlati

La parola sexting è un neologismo, nato dalla crasi tra le parole sex e texting e consiste nel produrre e condividere messaggi, immagini o video a contenuto sessuale, tramite cellulari, tablet e pc.

Il rituale è ben definito e prevede che, prima di tutto, ci si scatti una foto o si giri un video in pose provocanti o situazioni compromettenti e poi lo si invii tramite social network o programmi di messaggeria istantanea.

Il fenomeno è recente e in pochi anni si è diffuso tantissimo, non solo tra gli adolescenti, come abbiamo visto anche leggendo gli ultimi fatti di cronaca.

Si tratta di una situazione che spesso inizia in forma più o meno ludica e che poi sfugge di mano alle persone che la mettono in atto.

Fin troppo spesso accade, infatti, che una foto o un video mandati alla persona con cui si ha una relazione in quel momento, finiscano poi in un giro di scambi di messaggi e condivisioni che diventeranno deleteri per chi viene fotografato o ripreso.

In adolescenza, gli innamoramenti nascono e spesso finiscono in modo repentino e non è infrequente che per vendetta, la persona lasciata faccia poi girare una eventuale foto incriminata.

È quello che è successo a Gaia, 15 anni, che durante la storia d’amore con Pietro gli aveva inviato una sua foto a seno nudo. Dopo qualche mese Gaia ha lasciato Pietro, e lui, ferito nell’orgoglio, ha pensato di condividere quella foto con i suoi amici e i compagni di classe di Gaia per vendicarsi dell’affronto subito.

In questo caso la situazione, già compromessa, è stata rapidamente bloccata dalle amiche di Gaia, che ne hanno parlato con gli insegnanti e i genitori della ragazza, i quali hanno subito messo in atto degli interventi su più livelli. In altri casi, purtroppo, le cose sono andate molto peggio, con esiti spesso nefasti.

Basti pensare alle conseguenze letali della diffusione del video di Tiziana Cantone, che era una donna e non un’adolescente. Possiamo solo rabbrividire al pensiero di cosa può accadere a dei ragazzi che ancora non hanno gli strumenti per difendersi dalla violenza generata da simili atti, soprattutto se si sentono soli e non hanno il coraggio di parlarne con gli adulti di riferimento.

È di pochi giorni fa la lettera straziante scritta dal padre di Carolina Picchio, la ragazzina di 14 anni che si è suicidata dopo la diffusione di un video girato a sua insaputa da dei coetanei. Un video che ha ottenuto 2600 likes, dato sul quale Paolo Picchio ci fa riflettere, perché non ci sono solo i protagonisti che vengono fotografati o filmati e coloro che diffondono qualcosa che dovrebbe restare privato (nel caso di Carolina il video è stato girato a sua insaputa e lei era in stato di incoscienza) ma anche tutti coloro che si sentono esulati da ogni responsabilità in quanto “semplici spettatori”.

Ma perché i giovani lo fanno?

I motivi possono essere diversi: ci si può fare una foto o un video sexy per attirare l’attenzione, per avere visibilità agli occhi dei coetanei, per mostrarsi coinvolti in una relazione e così via… Per molti ragazzi è quasi una sorta di preliminare all’attività sessuale vera e propria.

Il tutto diventa un problema quando le immagini o video vengono condivisi con altre persone.

In chat si può fingere di essere molto diversi da come si è, si ha la possibilità di costruire delle identità alternative che appaiono più desiderabili, meno imperfette, più vicine all’ideale che ci si costruisce di sé. Tutto questo alimenta le fantasie e il bisogno di eccitazione di adolescenti e preadolescenti che trovano in questa modalità una “specie di palestra in cui misurarsi con l’immagine del loro corpo sessuato, e con l’imbarazzo che suscita l’idea di condividerlo con qualcuno”[1].

Noi adulti non possiamo esimerci da una grande responsabilità: la rappresentazione diffusa di una precoce sessualizzazione soprattutto delle ragazze. Il messaggio che lanciamo con la pubblicità, i programmi televisivi, certi video musicali è che le ragazze, se vogliono avere successo, devono essere sexy e disponibili. Tutto ciò si acuisce in adolescenza, quando con questi criteri si decide chi deve stare dentro e chi fuori dal gruppo.

Le bambine imparano presto che puntare sull’aspetto fisico e sull’immagine è una chiave preziosa per aprire molte porte.

Fattori ambientali e psicologici si uniscono dunque a creare quell’adultizzazione precoce del minore, basata sulla sua erotizzazione che è evidenziabile da quattro elementi:

  1. il valore di una persona è ricondotto esclusivamente al suo sex appeal o al suo comportamento sessuale;
  2. una persona è tenuta a conformarsi ad un modo di pensare che equipara l’attrattiva fisica con l’essere sexy;
  3. una persona è considerata un oggetto sessuale, vale a dire destinata ad essere usata da altri come tale, piuttosto che essere stimata per la sua autonomia e capacità decisionale;
  4. la sessualità è imposta ad una persona in modo inappropriato[2].

Ad ogni adolescente servono adulti di riferimento: ci sono sempre?

Per crescere un bambino ci vuole l’intero villaggio

(Proverbio africano)

Come professioniste ripetiamo spesso che i nostri ragazzi hanno bisogno di un’educazione all’affettività e alle emozioni che noi adulti non gli stiamo dando.

La scuola e la famiglia iniziano a preoccuparsi dell’educazione sessuale quando compaiono i primi allarmi, le prime paure e questo non è funzionale, né efficace.

L’educazione sessuale non può essere soltanto trasmissione di informazioni e contenuti ma deve essere inserita in una cornice più ampia che tenga conto dello sviluppo emotivo e relazionale, dimensione fondamentale in adolescenza, quando i ragazzi iniziano a definire le proprie scelte personali e sociali.

Si tratta di un percorso in cui scuola e famiglia, in quanto agenzie di socializzazione primarie, dovrebbero essere unite in sinergia nel prestare attenzione allo sviluppo dell’educazione socio-affettiva, in modo da favorire un processo di autoconsapevolezza che sostiene la costruzione di una buona autostima e quindi del rispetto di se stessi e degli altri.

L’adolescenza viene attraversata da molti cambiamenti fra cui quello della dimensione sessuale, che non è una sfera a sé, ma fa parte dell’identità complessiva del ragazzo, comprendendo elementi fisici e psicologici.

Educare alla sessualità vuol dire unire agli aspetti legati all’identità corporea, tutti gli elementi psico-sociali che ne sono parte integrante.

La cornice di riferimento è quella dell’educare al rispetto di sé, della propria persona e immagine e di quella altrui, della diversità come espressione della personalità individuale.

L’obiettivo di tutti gli adulti che hanno a che fare con gli adolescenti deve essere quello supportare i ragazzi nello sviluppo di una dimensione relazionale, affettiva e sessuale che preveda tappe e azioni differenziate a seconda dell’età e del grado di sviluppo emotivo del ragazzo. Il sesso non sarà allora una dimensione a se stante, ma parte della struttura e dell’identità dell’individuo.

Cosa possono fare i genitori?

La comunicazione e il dialogo sono sempre fondamentali, soprattutto quando si tratta di educazione affettiva ed emotiva.

Non è facile trattare questi temi, ma come sempre non possiamo pretendere che i ragazzi si fidino di noi adulti se sentono i nostri tabù e le nostre paure. È quindi indispensabile armarsi di chiarezza e ascolto e affrontare l’argomento.

È molto importante che i ragazzi sappiano quali sono i rischi che stanno dietro al sexting.

Si tratta di un atto che può compromettere la propria reputazione anche nel futuro. I danni immediati possono avere a che fare con l’umiliazione e l’esclusione, quelli futuri con il fatto che esponendosi a foto o video “bollenti” si diventa ricattabili anche nel lungo termine. È importante riflettere con i propri figli sul fatto che ciò che facciamo oggi ha delle conseguenze sul nostro futuro e una situazione che oggi appare divertente poi può diventare molto pesante; immaginiamo qualcosa di molto intimo che diventa di dominio pubblico.

Ciò che viene pubblicato in rete, rimane intrappolato nella rete, disponibile a chiunque voglia accedervi: familiari, coetanei, ma anche futuri datori di lavoro. Su internet nulla si cancella e tutto resta, come un’impronta digitale.

È importante che i ragazzi sappiano che possono andare incontro anche a conseguenze penali, possedere immagini di minorenni può esporli al rischio di un procedimento penale e quindi al reato di detenzione e/o diffusione di  materiale pedopornografico.

È importante ragionare con i ragazzi su questi temi, perché la modalità immediata di “un risultato in un click” alla quale sono abituati, porta con sé dei rischi molto gravi ai quali è difficile pensare per un adolescente, il quale non sempre riesce a considerare nell’immediato le conseguenze che potrebbe avere un’azione di questo tipo.

Per tale motivo diventa fondamentale lavorare sulla prevenzione, parlando con i propri figli dei rischi che si corrono e aprendo un dialogo su cosa loro ne pensino, quali siano le loro idee, magari usando come spunti di riflessione dei film o delle notizie sentite al telegiornale.

È importante ascoltare le loro opinioni e costruire delle discussioni e dei momenti di confronto, anche perché spesso i ragazzi vivono la percezione del rischio con il cosiddetto “ottimismo irrealistico”, ovvero col pensiero che “a me questa cosa non può capitare”, lo stesso ottimismo irrealistico che pervade anche alcuni genitori nel dire con troppa superficialità “mio figlio non è come gli altri, lui queste cose non le fa!”.

Tutti i ragazzi sono a rischio, in questo ambito come in molti altri.

I ragazzi, inoltre, dovrebbero essere monitorati quando stanno in rete. La rete è un mondo vasto e pericoloso per il quale si ha bisogno di una guida, fino a quando non si sarà in grado di conoscerne e controllarne i rischi autonomamente.

La rete non è un mondo a misura di bambino o di adolescente, quindi i genitori per primi devono essere in grado di muoversi in questa realtà complessa e variegata.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog

Psynerghia – Studio di psicologia

[1] Pellai A., Tutto troppo presto, De Agostini, Novara, 2015

[2] American Psychological AssociationReport of the APA Task Force on the Sexualisation of the Girls, 2007 www.apa.org

Sexting e adolescenti. Come parlarne insieme

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese il tema è di particolare attualità: si parla di Sexting.

In questo post le riflessioni e le domande dei genitori e venerdì troverete le nostre risposte.

Maria Grazia e Melania

Sexting e adolescenti un fenomeno in crescita che fa paura. Capiamo cosa è come parlarne con i nostri adolescenti. Esibizionismo, gioco, superficialità possono portare anche alla morte.

È da un po’ di tempo che voglio chiedere consiglio alle nostre esperte psicologhe sul come parlare di sexting a un adolescente senza scatenare in lui l’effetto opposto, ovvero la curiosità, invece che il rifiuto di questo tremendo fenomeno. I mesi passano e mi rendo conto che i nostri figli crescono più velocemente di quanto ci aspettiamo, il problema è superato. Ormai il fenomeno del sexting è così diffuso che io non rivelo assolutamente nulla di nuovo a mia figlia.

È proprio di questo mese la notizia di una ragazza che si è uccisa stanca della gogna mediatica a cui è stata sottoposta a causa di un video hot pubblicato dal suo ex fidanzato.

Sexting e adolescenti. Che cos’è il sexting?

Il termine sexting è un neologismo che deriva dall’unione delle parole inglesi “sex” (sesso) e “texting” (scrivere un testo). Il Sexting è la condivisione di immagini o video a sfondo sessuale. Il rischio del sexting è che tali immagini anche se inviate a un amico in realtà spesso si condividono in rete in modo incontrollato. Nel 30% dei casi (dati registrati da SOS Stalking) le foto vengono utilizzate per ricattare le vittime, chiedendo denaro, favori sessuali o, in alcuni casi, se si tratta di compagni di scuola, anche versioni di latino o greco (Ma al liceo non ci dovrebbero essere solo “bravi ragazzi”? Mi permetto di dirlo perché spesso questo è il pensiero comune).

Sexting e adolescenti. Motivi e numeri.

Perché il sexting è così diffuso tra gli adolescenti? Questi sono i principali motivi

  • Superficialità: Il 41,9% non ci vede nulla di male (1)
  • Esibizionismo: il 22% invia foto sexy per attirare l’attenzione su di sè (2)
  • Gioco: il 23% ha ammesso che ha scambiato foto a sfondo sessuale per scherzo (2)
  • Fiducia il 16 % si fida della persona a cui ha inviato il materiale via cellulare (1)

Dal dicembre 2012 a oggi, in Lombardia è stato registrato un aumento delle denunce relative al sexting pari al 35%.

Questo è il mondo in cui viviamo. Ecco perché è importante parlarne. E i genitori?

Sexting e adolescenti. Il ruolo dei genitori

Solo il 10% dei genitori sa cosa è il sexting e almeno nel 50% dei casi i genitori sarebbero pronti a garantire che i figli non farebbero mai nulla di simile.

È da miopi credere che ai nostri figli non succederà mai. Quando penso alle mie figlie, io non mi sento di dire “NO le mie figlie questo o quello non lo faranno mai”. Sono delle brave ragazze e io cerco di essere presente sempre (che vuol dire essere anche ogni tanto assente); ma noi genitori siamo solo una parte del loro mondo. Una parte importante, ma solo una parte. Io sono qua per accompagnarle nella loro crescita. Tutti noi siamo semplici esseri umani con le nostre debolezze, se loro fanno un errore il mio primo compito come genitore è aiutarle a non fare il secondo.

Noi genitori cosa possiamo fare?

Parlargli. Certo noi gli diciamo che non si fa, che ci vuole rispetto per se stessi, i pericoli della rete, bla bla ….  loro ti ascoltano, ma poi? I numeri sono altri, troppo alti e in aumento.

A questa età gli ormoni sono più forti di tutto?

Sentirsi accettati e belli è importante fino a questo punto?

È inutile sperare che i nostri figli non sbaglino. I nostri figli sbaglieranno. Ma ci sono degli errori che hanno un prezzo molto alto da pagare. Ecco, quegli errori lì, vorremmo proprio che non li facessero. Tanti di questi errori sono legati al sesso.

Sexting e adolescenti. Le domande dei genitori

Queste sono le domande che pongo alle nostre psicologhe.

  • Perché il sesso li fa sentire grandi?
  • Come spiegare che un adolescente che fa sexting non sembra più grande ma solo più sprovveduto e stupido?
  • Come fargli capire che fare sexting vuol dire sporcarsi e non far vedere la propria bellezza?
  • Come parlarne con loro?

Come al solito non so da dove incominciare.

Perché la voglia di esibirsi c’è, è inutile negarlo. Le gonne si accorciano, le magliette anche e diventano più attillate, una volta finiva lì. Anche noi lo facevamo, magari ci cambiavamo nei bagni o ci truccavamo di nascosto. Oggi la parte nascosta è subdola, pericolosa e corre velocissima in rete.

Questi ragazzi (e anche i genitori) vivono con la sindrome dell’infallibilità che li porta a pensare che a loro non succederà nulla. In quest’epoca dove tutto si muove nel web vorrei la password per entrare nella testa di questi adolescenti ed essere ascoltata, almeno un po’.

Ringrazio lo Studio di psicologia Psynerghia e il blog PsyBlog che collabora con noi e venerdì con il loro post ci aiuteranno con le loro risposte a trovare la password.

Manu

 

Se reputi interessante quello che hai letto; condividilo con chi ha figli adolescenti e proviamo insieme a rendere questo mondo migliore. Cliccando su Figli al centro (http://www.genitorialmente.it/tag/figli-al-centro/)  parliamo di autostima, dialogo, differenze fra i figli e altro ancora.

 

(1)     Ricerche condotte in questi anni da Telefono Azzurro (http://www.azzurro.it/it/search/node/sexting)

(2)     Ricerca condotta per “Una vita da social”

Come parlare con i figli adolescenti. La risposta delle psicologhe

chiave toppaContinua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e questo mese il tema è il dialogo con i propri figli adolescenti.

Manu ci parla di quanto per lei sia importante il dialogo con le sue figlie, forse anche perché è la cosa che sente esserle mancata di più con i suoi genitori:

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.”

Ci parla di quanto, proprio per questo, quando questa modalità sembra non funzionare, si sente frustrata.

Eh già! Uno cerca di fare del proprio meglio e di evitare di ripetere gli errori fatti dai propri genitori e poi si ritrova a vivere le loro stesse frustrazioni.

Con i figli che a volte parlano e a volte no, con le differenze tra un figlio e un altro che fanno capire che davvero non si può mai abbassare la guardia e pensare di avercela fatta, di avere trovato la chiave per entrare nella stanza dell’adolescenza, perché poi questa chiave, a un certo punto, nella toppa non ci entra più!

Cosa fare quando un figlio non parla?

 “Che cos’hai fatto oggi?”

“Niente”

Quante volte siamo stati protagonisti o testimoni di una conversazione di questo tipo tra un genitore e suo figlio adolescente?

“Niente” è una risposta adolescenziale molto tipica che suscita negli adulti reazioni di fastidio e disorientamento.

“Ci vediamo così poco e tu non hai nemmeno voglia di parlare”

Questa può essere la conseguente risposta piccata del genitore di turno che porterà probabilmente il ragazzo a rispondere con uno sbuffo contrariato “uff!”.

I genitori si sentono confusi di fronte alla carenza di comunicazione dei propri figli, soprattutto quando il lavoro e gli impegni riducono le occasioni di incontro, ma quel “niente” a volte significa soltanto “non è il momento”.

Il compito difficile dell’adulto è quello di mantenere viva la propria curiosità nei confronti del figlio, senza assillarlo e, se saprà attendere il momento giusto, si ritroverà ad ascoltare racconti dettagliati di giornate attuali e persino passate…a volte fino alla nausea.

Quando si hanno figli adolescenti succede questo: silenzi e musi lunghi si alternano a relazioni dettagliate persino relative a mesi precedenti; arriva un momento in cui un evento diventa disponibile alla narrazione e d’un tratto la parola trova voce e prende vita.

Questo accade quando è possibile, quando è giunto il momento.

In adolescenza il processo di costruzione della propria identità passa anche attraverso le parole per dire se stessi.

Nella cosiddetta afasia degli adolescenti non sempre c’è un esplicito desiderio di non parlare con gli adulti, spesso è presente una difficoltà: l’impossibilità a dire una determinata cosa e allo stesso tempo la difficoltà a parlare di questa impossibilità.

Non si tratta, per usare le parole di Manu “di stare fermi e aspettare che l’adolescenza passi”, ma di sintonizzarsi emotivamente e affettivamente con se stessi e con i propri figli e comprendere in questo modo di cosa parla il proprio desiderio di dialogo e l’angoscia determinata dai silenzi di un figlio.

Mamma Manu è stata bravissima a mettersi in questa posizione di ascolto e ha trovato le sue risposte la prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.”

Paura che tanti genitori hanno in questo periodo della vita dei figli: la paura che questi facciano degli errori, dei grandi errori, di quelli che sembrano irreparabili, quelli per cui si pagano le conseguenze per molto tempo.

È comprensibile, umano e condivisibile voler aiutare i propri figli e sostenerli perché siano in grado di non mettere a rischio la propria sicurezza e siamo d’accordo con quanto dice Manu Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.”

Ed ecco un altro tema importante sul quale soffermarsi:

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

L’adolescente non è solo un musone che non ha voglia di parlare con i genitori, ma anche un individuo che sta costruendo la propria coscienza di sé attraverso il silenzio, che spesso non viene tollerato dagli adulti perché loro stessi non sono più abituati a viverlo.

Eppure il tempo del silenzio e della riflessione è un tempo fondamentale per metabolizzare le sensazioni e le esperienze.

In questa fase la voglia di parlare e i silenzi si alternano e diventa importante avere dei segreti da non condividere con i grandi, genitori in primis. La parola prende più facilmente voce con gli amici, soprattutto quelli più cari, magari l’amico intimo con cui si costruisce anche un linguaggio condiviso.

In un momento come questo l’adulto dovrebbe osservare e ascoltare anche il silenzio, che è comunque comunicazione. Bisognerebbe avere la capacità di considerare il silenzio di un figlio non come un blocco, ma anche come un’occasione di crescita.

Il silenzio di un adolescente non ha bisogno di parole ma di presenze rispettose e permette un contatto con l’altro nel momento in cui il proprio diritto a tacere viene riconosciuto, come diritto all’alterità.

Attraverso il riconoscimento del suo silenzio l’adolescente si sente riconosciuto anche come individuo indipendente e impara a stare, a rivolgere la propria attenzione anche verso il mondo interno, a fare imprimere le esperienze perché possano lasciare il segno.

Vede riconosciuto il suo diritto di prendere tempo per capire le cose, per viverle anziché correre loro accanto.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Studio di psicologia Psynerghia

Come parlare con i figli adolescenti

foto Genitorialmente DIALOGOContinua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente

Questo mese l’argomento di cui parleremo è:

Come parlare con i figli adolescenti.

“Il dialogo per me è fondamentale a tutte le età, io sono malata di dialogo. Forse un genitore riflette sui figli quello che ha vissuto quando il figlio era lui. Può succedere che ti comporti come i tuoi genitori si sono comportati con te o esattamente al contrario, ecco questo è il mio caso.

Io credo fortemente nella comunicazione, nella vita privata come nel lavoro, ritengo che solo parlando si può capire, conoscere, fare delle scelte. e crescere.

Ricordo che ho iniziato a parlare alle mie figlie quando erano in grembo, ho continuato quando erano in carrozzina e non ho mai smesso. Si dice che se vuoi che i tuoi figli ti raccontino la loro giornata, la loro vita, tu devi raccontargli la tua.

Io ho sempre fatto così, ma devo dire che ha funzionato a metà, ovvero ha funzionato con la mia seconda figlia ma non con la prima, quindi credo che alla fine sono i nostri ragazzi che decidono se parlarci, quando parlarci e cosa dirci.

Parlare con i figli per me è, come si dice, una fissa.

Cosa fare quando un figlio non parla?

Ci sono quei ragazzi che io definisco i “finti chiacchieroni”, non smettono mai di parlare, vieni travolto da un mare di parole, ma se rifletti su quello che ti stanno dicendo ti accorgi che di sé non ti raccontano nulla, ti parlano degli amici e di tutto il resto.

Poi ci sono gli introversi, come parlare con i figli se sono timidi o introversi? In questo caso la difficoltà è doppia.

I genitori parlano, chiedono, suggeriscono, ma dall’altra parte ci sono risposte a monosillabi.

Come fare a parlare con i figli?

Spesso altri genitori mi chiedono perché io ci tengo così tanto al dialogo, “Lascia stare la tue figlie, devi avere pazienza, devi aspettare che questi anni passano”.

Devo stare ferma ed aspettare che passi l’adolescenza? Mi sembra così assurdo.

E’ arrivato così un giorno che ho rivolto a me stessa questa domanda:

    Perché per me il dialogo con le mie figlie è così importante?

Sembra una domanda scontata, ma in realtà non lo è. La prima risposta è perché sono le mie figlie, mi piace parlare con loro, conoscerle, vedere come crescono, il secondo motivo, forse il più importante, proprio per il fatto che sono adolescenti, è perché ho paura.

C’è un’età in cui i nostri figli vogliono sperimentare, fare le loro esperienze, so che sbaglieranno, non mi spaventano gli errori, mi spaventano i grandi errori.

Credo che un dialogo aperto possa prevenire qualche errore, ma soprattutto, come dico alle mie figlie

Se avete un problema importante, le vostre amiche potranno ascoltarvi, ma solo i vostri genitori sapranno aiutarvi.

Come genitori non possiamo aspettarci che i nostri figli vengano a parlarci proprio quando l’hanno combinata grossa. L’unica possibilità che abbiamo è di costruire giorno per giorno un dialogo basato sulla fiducia e sul confronto.

Siamo proprio sicuri che anche il silenzio di nostro figlio non sia un modo per comunicare con noi?

Come parlare con i figli o come interpretare i loro silenzi?

Sarò limitata, ma quando mi dicono che anche il silenzio ha un significato, mi viene da dire che il silenzio ha un significato per chi normalmente parla, ma per chi invece non parla normalmente, il silenzio è solo il suo normale modo di essere, o no?

Quando parli con tuo figlio adolescente spesso vedi “il vuoto” nel suo sguardo, ti accorgi che non ti ascolta, ma noi genitori andiamo avanti imperterriti a “dare lezioni”, sarebbe più giusto fermarsi? O è meglio parlare sempre, col rischio di diventare noiosi, perché prima o poi qualcosa percepiscono?

Io credo che il problema sia proprio questo. Come riuscire a costruire un dialogo con i propri figli. Come parlare con i figli senza diventare noiosi e ripetitivi; ma al contrario fare in modo che tuo figlio ti trovi almeno un po’ interessante e degno di attenzione.

Quando nasce un figlio nasce anche un genitore. Poi il figlio cresce e anche noi genitori cresciamo con i nostri figli. Le nostre esperte psicologhe di PsyBlog e  Studiopsynerghia ci aiuteranno  in questo cammino a trovare le risposte ai nostri dubbi.”

Manu del blog Genitorialmente

Le nostre risposte arriveranno mercoledì.

Costruire autostima negli adolescenti – La risposta delle psicologhe

farfallaEd ecco arrivato il post di maggio, come sempre ci piace lasciarci stimolare dalle riflessioni e dalle domande dei genitori del blog Genitorialmente.it.

Questo mese il tema è quello dell’autostima in adolescenza e, nello specifico, ci si interroga su quale possa essere il ruolo dei genitori al riguardo.

L’adolescenza è una fase della vita che spaventa molto i genitori,  i quali vedono i loro figli cambiare: anche i bambini più solari diventano introspettivi, compaiono emozioni come rabbia e tristezza, che fino a quel momento erano più limitate, e si fanno strada la contestazione dei ruoli genitoriali e il tentativo di affermazione di sé dei ragazzi.

Mamma Manu di Genitorialmente.it si mette in gioco, portandoci alcuni elementi della relazione con sua figlia:

[Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come  sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.]

Parole pronunciate tra lacrime e silenzi e magari anche qualche sbuffo e una porta che viene sbattuta dietro di sé per lasciare spazio alla musica ad alto volume. Un rumoroso tentativo di sentirsi rispecchiati nelle parole di altri che ce l’hanno fatta diventando famosi, più realizzati, migliori … insomma!!!

Manu e Flavia ci fanno poi la domanda in modo diretto:

[Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?]

Prima di tutto vogliamo precisare che l’autostima è il valore che attribuiamo a noi stessi, il modo in cui ci percepiamo;  questo comprende quanto riusciamo a volerci bene e quanto siamo capaci di portare avanti ciò che ci proponiamo.

Si tratta di qualcosa di multidimensionale, un contenitore di diversi aspetti: la personalità, la scuola, la relazione con la famiglia e con il gruppo di amici.

Manu paragona sua figlia ad un bellissimo fiore che deve trovare il coraggio di sbocciare: è una splendida metafora, alla quale ci viene da affiancarne un’altra, quella del bruco che diventa farfalla e della immensa fatica che fa per uscire dalla crisalide. Avete mai visto una farfalla che esce dalla crisalide? Ci vogliono ore infinite perché piano piano possa liberare le sue ali e, anche una volta fuori dal guscio, non è ancora pronta per volare. Dovrà rimanere ferma a fare asciugare le ali, ancora uno stato di immobilità e di incertezza prima di librarsi in volo e mostrare i suoi colori.

[ Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.]

Le parole dei genitori non sempre riescono ad essere un balsamo per aiutare i nostri ragazzi, ciò che Manu dice aiuta  la figlia ma non riesce a risolvere totalmente il problema. Ci sono infatti degli aspetti personali che necessitano di un tempo di riflessione e di stasi, così come la crisalide che diventa farfalla.

Tempo e pazienza sono fondamentali sia per i genitori che per i figli, nonostante l’impazienza di entrambi che si incontra/scontra con sentimenti ambivalenti: i figli che non vedono l’ora di crescere anche se ne hanno paura e i genitori che vorrebbero vedere crescere i figli felici e stare bene subito, anche se poi una parte di loro desidera tenerli bambini per sempre per poterli proteggere.

È fondamentale riuscire a porsi in una posizione di ascolto dei nostri ragazzi cercando di mettersi nei loro panni. Se si riesce ad entrare in sintonia con i figli si è già sulla buona strada. L’ideale è essere capaci di ricordarsi come si era alla loro età, ricordare la propria adolescenza e le emozioni così differenti e contrastanti che hanno caratterizzato la nostra esperienza. Questo aspetto è molto importante per riuscire a dare la giusta importanza ai racconti e ai vissuti dei figli. Così il rischio di banalizzare qualcosa che per loro è importante si riduce tantissimo e si instaura una comunicazione efficace e sincera.

Ma i genitori si ricordano come erano da adolescenti? Come vivevano il rapporto con il proprio corpo, con i coetanei, con i propri genitori, con la scuola, con il sesso, con il desiderio di trasgressione, con l’idea del futuro? Tante volte ci ritroviamo a fare queste domande a genitori con figli adolescenti e il primo passo è spesso quello di ricostruire questi elementi in parte dimenticati o messi da parte.

Mettersi in posizione di ascolto significa dunque liberarsi dalla tentazione di giudicare immediatamente ciò che si ritiene sbagliato come adulti, per entrare in empatia con i figli e capire come davvero si sentono. Per fare questo in modo adeguato è importante saper osservare anche il linguaggio del corpo ed essere davvero interessati a ciò che dicono, cercando di ricordare i nomi e le storie degli amici e dei professori, vedere come cambia il tono di voce a seconda delle persone e delle situazioni di cui parlano.

È importante anche poter accettare che i figli siano diversi da noi o magari che siano simili, mentre avremmo voluto che fossero più forti o liberi.

Ciò che è certo è che i ragazzi hanno bisogno di sapere che i genitori hanno fiducia in loro, anche se a volte sbagliano perché gli errori non sono qualcosa di irreparabile, ma esperienze che aiutano a crescere, attraverso il confronto con gli altri e col  mondo.

Quindi quando un figlio propone un’idea o parla di un progetto, che magari agli adulti sembra campato in aria o pericoloso o magari inutile o chissà cos’altro, è importante non partire subito con la critica, ma dimostrare apprezzamento per l’impegno e la volontà, facendo lo sforzo di non concentrarsi solo sugli errori ma aiutarlo, ragionando con lui su come migliorare il progetto o l’idea, supportandolo nel trovare soluzioni e immaginare le conseguenze legate alle scelte.

E quando un figlio sbaglia, che fare?

Intanto il primo passo è abbandonare la propria onnipotenza come genitore che pensa di poter proteggere i figli dai mali del mondo e dalla sofferenza interiore. Questo non è possibile. È possibile però rendersi disponibili e dimostrare di esserci se loro avranno bisogno e supportarli nel processo di analisi della situazione che li ha messi in difficoltà ragionando con loro sui motivi che hanno portato al fallimento, su quali sono le emozioni che provano in questa circostanza, su come pensano che potrebbero modificare il proprio comportamento in situazioni simili in futuro e poi facendo loro la domanda più umile del mondo “cosa pensi che io possa fare per aiutarti?”.

Manu aggiunge ancora altri elementi che ci permettono di ampliare la nostra riflessione

[Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.]

Andiamo a toccare in questo modo un altro aspetto fondamentale dell’adolescenza: il bisogno di costruire la propria identità confrontandosi con gli altri. Anche in questo caso è molto importante non sminuire la cosa dicendo le solite frasi che gli adulti dicono “ma che bisogno hai di essere come gli altri? Tu devi essere te stesso” e altre simili affermazioni.

Non è un messaggio efficace e ottiene il solo obiettivo di fare sentire i ragazzi giudicati e non capiti dai genitori.

È invece importante non trattarli come bambini che hanno bisogno della felpa uguale agli altri o dei jeans attillati per essere qualcuno, ma riconoscere il bisogno sottostante a queste richieste e considerarli come ragazzi consapevoli che stanno crescendo. Questo non significa accontentare i figli in tutto. La capacità genitoriale di dire di no quando è necessario è sacrosanta, ma deve essere ben motivata e non basata solo su un generico “lo faccio per il tuo bene”.

Manu ci porta poi di fronte ad un altro tema fondamentale: gli adolescenti e la scuola.

[La scuola è un altro punto dolente.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?]

La scuola è infatti una fondamentale agenzia di socializzazione per i figli e se, fino alle elementari, rappresenta un contesto abbastanza protettivo, dalle scuole medie in poi la situazione cambia e la scuola diventa il luogo in cui ci si scontra con tutte le proprie difficoltà, non solo legate alle materie ma anche alle relazioni.  A creare difficoltà possono essere sia le relazioni con altri adulti di riferimento quali gli insegnanti, che con i compagni di classe, coetanei che possono rappresentare delle grandissime risorse ma anche delle enormi difficoltà. È una fase in cui diventa molto più difficile proteggere i propri figli, che piano piano devono imparare a mettersi in gioco affrontando le proprie paure.

[Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per far si che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?]

I nostri ragazzi sanno già che la vita è una sfida e la vivono ogni giorno in questo modo: affrontando le proprie paure per andare avanti, anche quando a noi non sembra. Comprendiamo la difficoltà dei genitori ad accettare che i figli possano sbagliare anche a scuola, che è il luogo in cui i ragazzi gettano le basi per il proprio futuro ma, allo stesso tempo, ribadiamo che può succedere anche questo: che ci siano delle difficoltà a scuola o che, se i ragazzi sono molto concentrati nella risoluzione di aspetti di vita più personali, possano per un periodo trascurare le attività scolastiche. I genitori devono fare i conti con questa possibilità e capire come li fa sentire, prima ancora di affrontare la cosa con i figli. Come sempre è opportuno analizzare la vera difficoltà che sta dietro un comportamento e non trattarli come ragazzini pigri, se loro cercano di comunicare qualcos’altro.

Non stiamo dicendo che sia opportuno abbassare la guardia e lasciare fare ai figli ciò che loro “vogliono”, ma che come sempre è fondamentale, per trovare il modo giusto di agire, porsi in una posizione di ascolto e dialogo e poi le parole verranno da sole. Perché, lo ribadiamo ancora una volta, i genitori sono coloro che conoscono meglio di ogni altro i propri figli, se riescono ad entrare in contatto con i ragazzi e non farsi offuscare dal filtro delle proprie paure e preoccupazioni.

Non è un equilibrio facile da costruire ma occorre ricordarsi che, se per i figli gli errori sono delle occasioni per crescere, lo stesso vale per i genitori: non si può pensare di andare avanti senza sbagliare. I buoni genitori non sono quelli che non sbagliano mai, ma quelli che sono capaci di rendersi conto degli errori fatti e di mettere in atto dei comportamenti per imparare dagli stessi e trovare sempre nuove strategie per affrontare le diverse fasi della vita.

Manu ci chiede

[Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?]

La fiducia non è qualcosa di statico, ma si costruisce nel tempo e ha una forte componente relazionale. I figli sentiranno di potersi fidare dei genitori quanto più li sentiranno autentici e sapranno che sono loro i primi a riporre fiducia nei loro confronti.

La fiducia però può anche essere tradita ogni tanto e, in questi casi, è importante che i genitori non si sentano punti nel vivo della propria autostima. Quando un figlio tradisce la fiducia di un genitore non lo fa mai per fare del male allo stesso, ma perché sta sperimentando qualcosa su di sé e questo comporta dei rischi. La notizia positiva è che la fiducia si può ricostruire anche più forte di quella iniziale, se ci si mette in gioco in modo sincero e autentico.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu

 

Costruire autostima negli adolescenti è il compito più importante per ogni genitore. I dubbi di un genitore su cosa è giusto e quando è giusto comportarsi in determinati modi

autostima 2 (574x709)Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e siamo liete di presentarvi il post di maggio, che contiene le loro domande e le loro riflessioni. 

Venerdì potrete leggere le nostre risposte.

State con noi! 

                                           Melania e Maria Grazia

Cosa è successo? Sembra ieri che mia figlia era piccolina e ci guardava sorridendo con i suoi occhioni da cerbiatto, che veniva con noi nel lettone e che si faceva sbaciucchiare e coccolare. Invece non era ieri, sono passati alcuni anni e lei è cresciuta, ora è un’adolescente.

Tutti i genitori sanno che l’adolescenza è un periodo difficile, ma non credo che nessun genitore sia pronto per affrontarla.

Noi genitori non riconosciamo più i nostri figli e davvero non sappiamo più come interagire con loro. I momenti di dialogo sono pochi e spesso si trasformano in momenti di scontro.

Però qualche volta succede che si riesce ad andare oltre, allora scopriamo che nostra figlia così assente e spesso arrogante è molto fragile.

“Io non sono capace di fare niente, come sono brutta, non ci riuscirò mai, ho un brutto carattere.”

Queste sono le parole che pronuncia, tra lacrime e silenzi.

La mia bambina in un corpo quasi da donna, ecco che ha bisogno di noi, dei suoi genitori, per fortuna penso tra me e me.

Allora cerco di abbracciarla, ma anche questo non è facile.

Cosa dobbiamo fare noi genitori per costruire autostima negli adolescenti?

L’adolescenza è un momento molto delicato, ci siamo passati tutti, poi passa, ma forse molti di noi anche da adulti si trascinano ancora l’insicurezza di questo periodo della vita così complicato.

Costruire autostima negli adolescenti – La personalità

Quando mia figlia mi dice “io ho un brutto carattere” io non so da che parte incominciare. Io la paragono sempre a un bellissimo fiore che sta per sbocciare, lei è introversa, le dico che è una ragazza speciale, e non può tenere per se quel suo essere speciale, come un fiore pian piano dovrà avere il coraggio di sbocciare e far vedere al mondo quali sono i suoi bellissimi colori. Lei mi ascolta, magari si calma e smette di piangere, ma leggo nei suoi occhi che non mi crede.

Essere accettati e riconosciuti all’interno di un gruppo è fondamentale per l’autostima di un adolescente, mia figlia fa molta fatica a entrare in un gruppo, ne rimane sempre ai margini, e raramente parla con i suoi coetanei, non ritiene di aver nulla da dire di interessante, si chiede perché gli altri dovrebbero ascoltarla.

Come faccio ad aiutarla a costruire la sua autostima?

Spesso quando le parlo dei suoi difetti, dico che è proprio su questi che deve lavorare, poco per volta, deve vincere la sua ritrosia, non deve aver paura di sbagliare.

Ma forse sono io che sbaglio!

Lei non è me, io sono una persona che oggi lotta per migliorarsi, ma non ricordo come fossi alla sua età.

Forse è troppo presto mettere i propri figli davanti ai propri limiti. Forse sarebbe più giusto far credere loro che sono i più bravi, i più belli, così’ cresceranno più sicuri di sé, o no?

Io le dico che quello che conta è quello che sei, non quello che hai. Ma a questa età l’apparire è molto importante. Avere la felpa firmata ti fa sentire importante e sentirti importante ti rende sicuro. Ma io sono contro l’apparire, sto sbagliando? Gli amici sinceri ti staranno sempre vicino, si ma se nel frattempo non hai amici forse è meglio avere amicizie di serie B, che niente.

Forse non devo essere così severa.

Costruire autostima negli adolescenti – La scuola

La scuola è un altro punto dolente. Mia figlia è molto brava in matematica ma ha importanti difficoltà nelle materie umanistiche.

“Io non ce la faccio, non sono capace”

Si demoralizza perché pur studiando molto i voti sono bassi. Nonostante io le dica che pian piano sta migliorando è come se non sentisse. Lei vede solo le sue difficoltà, i suoi fallimenti. Era arrivata addirittura a non studiare più italiano, perché tanto era inutile, per fortuna siamo riusciti, con gran fatica, a convincerla a riprendere con lo studio, ma intanto c’erano i 4 da recuperare. Forse questi adolescenti si sentono invincibili e quindi non accettano il fallimento e quando questo arriva sono totalmente incapaci di reagire.

Come aiutarli a vedere i passi avanti che pian piano stanno facendo?

Si aspettano che tutto si sistemi velocemente, o avviene tutto subito, o niente, è come se fossero ciechi.

Quando guardo mia figlia, mi rendo conto che sta crescendo, sta imparando, sta maturando, ma è tutto così difficile, lo capisco.

Dobbiamo riconoscergli maggiormente i loro passi avanti o dobbiamo stimolarli a fare sempre meglio?

Questa società pretende sempre di più, forse non dobbiamo essere tanto teneri con i nostri figli perché oggi la società è spietata.

Esiste un’età fino a quando dobbiamo comprendere e assecondare e un età in cui invece dobbiamo stimolare e fargli capire che la vita è una grande sfida?

Noi genitori ci ripetiamo che è giusto che i nostri figli sbaglino, perché solo in questo modo impareranno. Poi però non siamo disposti a farli sbagliare almeno nelle cose importanti come la scuola. Qual è il limite?

Fino a dove dobbiamo accompagnarli per fare che non cadano e non si facciano male e dove invece dobbiamo lasciarli andare?

Noi vorremmo che nostra figlia ci ascoltasse di più, si fidasse maggiormente di noi, facesse quello che le diciamo, è un modo per aiutarla a fronteggiare quello che l’aspetta.

Come possiamo fare in modo che lei si fidi maggiormente di noi? Se lei ci ascoltasse i risultati saranno migliori, e lei sarà più forte e più gratificata, o no?

Costruire autostima negli adolescenti è davvero uno dei compiti più importanti per un genitore, i dubbi sono tantissimi.

Venerdì aspettiamo i commenti delle nostre esperte di PsyBlog e Studiopsynerghia che ancora una volta ci aiuteranno a “stimolare la messa in atto delle risorse che ogni famiglia ha al proprio interno, senza la presunzione di dare dei consigli ai genitori che, secondo noi, sono sempre i maggiori esperti rispetto ai propri figli”.

Manu – Genitorialmente

Omosessualità: come parlarne con un adolescente. Le risposte delle psicologhe

omosessulità

Prosegue la nostra collaborazione con Manu e Flavia del blog Genitorialmente , iniziata il mese scorso con un confronto tra genitori e psicologi sul Ruolo paterno nell’educazione delle figlie femmine (qui le loro domande e le nostre risposte)

L’argomento del mese di aprile è “Omosessualità come parlarne con un adolescente?” e per introdurre l’argomento riportiamo una frase del post precedente che ha colpito Manu e Flavia e cerchiamo di partire da qui:

“La  sfera della sessualità è un tema che manda in crisi molti genitori, anche qui vale una regola fondamentale: se i genitori pensano che sia un argomento spinoso ai figli passerà questo messaggio e la conversazione sarà improntata da un senso di imbarazzo e vergogna, sia che venga affrontata dal padre che dalla madre”.

Prima di parlarne con i nostri figli dovremmo avere chiaro in mente che cosa sappiamo sul tema e che cosa vogliamo insegnare loro. Il rischio di trasmettere una visione stereotipata di una realtà molto complessa è infatti dietro l’angolo. Ed proprio questo l’elemento che fa riflettere le nostre mamme:

“Come genitori qual è la nostra posizione nei confronti degli omosessuali?”

Se si hanno posizioni omofobe non si potrà che trasmettere questa immagine.

È  molto probabile che ci si senta imbarazzati a parlare di questo tema con i figli, sia perché è un argomento che riguardaanche la sfera della sessualità, sia perché nello specifico è un tema che spesso viene trattato in modo superficiale e stereotipato.

La prima cosa che vogliamo sottolineare è che non ha senso parlare di omosessualità esulando dalla sfera affettiva più ampia, il termine omosessualità è  incentrato solo sulla sfera sessuale, mentre sarebbe più giusto parlare diomoaffettività. Non si tratta infatti di sole questioni legate alla sessualità ma alla creazione di legami affettivi, esattamente come nelle coppie eterossessuali.

Troppo spesso si sente dire ancora che gli omosessuali avrebbero una vita più sregolata affettivamente rispetto agli eterosessuali e che i loro costumi sessuali sarebbero più liberi e le coppie spesso più trasgressive e aperte al tradimento. Non si tratta che di stereotipi, basati su vecchi luoghi comuni duri a morire. Le relazioni omosessuali infatti hanno le stesse caratteristiche e la stessa probabilità di durata o di fedeltà delle relazioni eterosessuali .

Proviamo ad entrare nello specifico delle domande poste dalle mamme di Genitorialmente.

Omosessualità: come può un genitore parlarne con i figli adolescenti? Da dove incominciare?

Bisognerebbe iniziare a parlarne molto prima, sin da quando i bambini sono piccoli, proprio quando si comincia a parlare dell’affettività e dei sentimenti come l’amore.  I  bambini e le bambine a partire dai 4 anni colgono con chiarezza le differenze tra uomini e donne e per assimilazione possono imparare molto in fretta che le parole gay e lesbica hanno un’accezione negativa, anche se ancora non sanno cosa significhino questi termini.

I primi comportamenti vessatori nei confronti di chi è percepito come differente possono cominciare già dai 7 anni a scuola.

La segregazione di genere diventa massima ai primi anni delle medie, quando il cammino per la costruzione della propria identità porta molti ragazzini a estremizzare le condotte considerate conformi al genere e stigmatizzare ciò che viene ritenuto differente.

Qui il ruolo di genitori e insegnanti è fondamentale anche per evitare che i comportamenti non ritenuti corrispondenti al ruolo di genere debbano per forza coincidere con l’omosessualità. Un bambino che gioca con le bambole sarebbe dunque destinato a diventare gay; quante persone, vedendolo, avranno come primo pensiero quello che da grande potrà essere un buon padre?

Se si inizia quando i figli sono piccoli sarà poi molto più facile continuare ad avere un dialogo aperto quando saranno adolescenti. Ciò che si dovrà fare a questo punto sarà soltanto adeguare il linguaggio all’età e prepararsi a domande più specifiche e complesse.

L’identità di genere può essere definita come il sentimento psicologico dell’appartenenza a un genere sessuale ed è un processo che si costruisce col tempo, fino ad essere parte della maturità di ogni individuo.

Il processo di costruzione e acquisizione della propria identità di genere fa parte della formazione dell’identità della persona ed è strettamente legato alla strutturazione di un senso di sé stabile che, in età adolescenziale, prevede la considerazione, la messa in discussione e l’integrazione degli aspetti costruiti nel tempo, con l’introiezione di aspetti maschili e femminili.

Vittorio Lingiardi ci da in proposito una spiegazione molto semplice, che possiamo fare nostra e utilizzare con i nostri figli adeguandola all’età di sviluppo:

“Alcune persone sono maggiormente o esclusivamente attratte (romanticamente, eroticamente) da persone dello stesso sesso; altre sono maggiormente attratte da persone dell’altro sesso. Perché questo accada non è stato spiegato in modo soddisfacente, e probabilmente si tratta della combinazione di volta in volta imprevedibile di una serie di fattori biologici, psicologici e ambientali. Il modo di descrivere e denominare l’orientamento sessuale e affettivo è tuttavia storicamente specifico. In questo senso, i termini etero/omo stanno a significare modi culturalmente determinati di nominare, valutare e organizzare socialmente i desideri e i legami che da essi derivano.” [1]

L’aspetto più importante da sottolineare è dunque che non c’è un solo modo di esprimere la propria affettività e sessualità, ma ci sono tanti modi ed ognuno è legittimo, nel momento in cui si basa sul rispetto di se stessi e dell’altro. È fondamentale ribadire, così come si dovrebbe fare sempre quando si parla di sessualità, che questa rientra nella sfera affettiva e relazionale più ampia e che da questa non può essere esulata.

Se fosse nostro figlio a essere omosessuale?

È importante che i genitori possano accettare la possibilità che il proprio figlio sia differente da come lo avevano immaginato.

Questo significa essere aperti a tutte le possibilità di sviluppo che un bambino/ragazzo può avere, ma soprattutto significa accogliere e accompagnare il proprio figlio durante la sua crescita, significa essere al suo fianco e sostenerlo.

Significa darsi la possibilità di gettare le basi per una relazione autentica, in cui ognuno riconosce l’altro per ciò che è, e significa continuare la fondamentale azione di protezione del figlio che si è iniziata nel momento in cui lo si è messo al mondo.

Riconoscere e accogliere il proprio figlio significa dargli una fondamentale testimonianza d’amore, significa non farlo sentire solo, significa stare dalla sua parte e dimostrarlo in modo chiaro.

In adolescenza la “scoperta” della propria omosessualità rappresenta  per molti ragazzi uno spartiacque, un momento fondamentale che separa un prima da un dopo e avere la certezza di un sostegno in famiglia rappresenta una risorsa fondamentale per essere attrezzati ad affrontare le difficoltà che il mondo esterno può presentare.

Proviamo adesso a metterci nei panni dei genitori, Manu e Flavia si fanno portavoce delle paure più intense:

Nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio fosse omosessuale”

Quando si pensa all’omosessualità dei figli la fantasia corre subito alle sofferenze alle quali questi dovranno andare incontro nella società e nessun genitore vorrebbe che il proprio figlio venisse esposto a prese in giro e stigmatizzazioni. Ci si immagina una società spietata o, nella migliore delle ipotesi, non ancora pronta ad accogliere l’omosessualità come naturale variante del comportamento umano.

È comprensibile che si abbiano queste paure ma allo stesso tempo è fondamentale che non ci si lasci paralizzare, diventando, proprio perché non si prende posizione esplicita, parte di quella società chiusa da cui ci si ritiene differenti.

La società è meno indietro di quanto si creda, anche perché è fatta di persone che non sono tutte uguali e che spesso, se gliene diamo la possibilità, riescono a stupirci.

Molte associazioni che si occupano dei diritti delle persone lgtbq sostengono che sia fondamentale lavorare per avere visibilità, fare informazione e formazione su questi temi, a cominciare dalle scuole parlando con i bambini, con gli insegnanti e con i genitori.

Noi crediamo che abbiano ragione: farsi conoscere è il modo migliore per abbattere gli stereotipi.

Quando le persone hanno di fronte a sé esseri umani reali e non delle generiche categorie dietro un’etichetta, sono più aperte e disponibili a conoscere e ad aprire la propria mente.

Come studio Psynerghia noi collaboriamo con l’associazione Famiglie Arcobaleno, l’associazione di genitori omosessuali che ha fatto della visibilità la sua carta vincente. I genitori di Famiglie Arcobaleno parlano della propria vita normale, a volte noiosa come quella di tante famiglie, perché non hanno niente di eccezionale. Come tutte le famiglie si basano sull’amore che ne lega i componenti.

Ma come si fa a capire se il proprio figlio è omosessuale?

Ci sono dei segnali che possono aiutarci a capire?

Esiste un’età definita in cui un ragazzo o una ragazza prendono coscienza di essere gay?

Come si “scopre” la propria omosessualità?  O, da genitore, quella di un figlio? Si tratta di un lampo che squarcia il cielo o, piuttosto, di una somma di momenti che poi portano ad una presa di consapevolezza? Ci sono dei tempi e della modalità uguali per tutti o ogni storia è una storia a sé?

Il rischio anche in questo caso è quello di semplificare troppo una realtà complessa  e a questo proposito citiamo le parole di  Vittorio Lingiardi e Roberto Baiocco

 “[…]molte e diverse sono le (etero) – (bi) – (omo) –sessualità, e sempre plasmate  dai contesti culturali  e dalle aspettative rispetto al genere” [2]

Le omosessualità sono dunque molte come le eterosessualità e di conseguenza sono molti i modi in cui possono essere vissute, ci sono persone che già da piccole si sentono diverse dalla maggior parte dei coetanei e danno a questa diversità il nome di gay o lesbica,  sentendo pronunciare dai compagni queste parole o altre che diventano consapevoli del proprio orientamento sessuale da adulti, dopo aver avuto esperienze eterosessuali.

Per quanto riguarda i genitori, anche in questo caso le esperienze sono tante e differenti e sono inevitabilmente legate alla natura della relazione costruita con i propri figli sin dalla prima infanzia. Ci sono genitori che raccontano di averlo sempre saputo, altri che non se lo aspettavano proprio. Genitori che accolgono la cosa con naturalezza e genitori che vivono momenti di difficoltà più o meno grandi prima dell’elaborazione.

Ci piacciono molto le parole usate dalle nostre mamme:

Per noi vale solo una regola, i figli sono al centro e il nostro strumento rimane solo ed esclusivamente uno: l’amore.

Questa è la sola risposta possibile.

Sappiamo che non è sempre facile  per un genitore il processo di accettazione, ma sappiamo anche che, se guidato dall’amore, saprà chiedere aiuto se si sente in difficoltà, in modo da poter poi sostenere il proprio figlio nel proprio cammino verso la vita.

I figli hanno un solo modo per imparare il rispetto di sé e dell’altro e questo modo è il sentirsi rispettati nella propria individualità. Solo se ci si sentirà accolti per ciò che si è si potrà fare altrettanto con le persone che si avranno attorno. Non si può pensare di insegnare il rispetto se questo non viene modellato con l’esempio quotidiano. 

E questo vale anche per l’utilizzo di un linguaggio che porta a schernire i coetanei che si comportano in  modo non ritenuto coerente con il genere di appartenenza.

Rispetto alla ricerca google che da come prima parola malattia ribadiamo che

Nel 1973 l’American Psychiatric Association (APA) ha rimosso l’omosessualità dalla lista di patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM), e ha introdotto la definizione dell’omosessualità come “variante non patologica del comportamento sessuale”, riconoscendo la stessa suscettibilità alle patologie sia in personeomosessuali che eterosessuali. Nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità.

Melania Cabras e Maria Grazia Rubanu, di Studio Psynerghia e Psyblog.

Leggi anche:

–  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le domande dei genitori

–  Il ruolo paterno nell’educazione delle figlie. Le risposte degli esperti


[1] Lingiardi V., Citizen gay. Affetti e diritti, Il saggiatore, 2012.

[2] Lingiardi V. Baiocco R., Adolescenza e omosessualità in un’ottica evolutiva: coming out, compiti di sviluppo, fattori di protezione, in Lo sviluppo dell’identità sessuale e l’identità di genere, a cura di Quagliata E., Di Ceglie D., Astrolabio, 2015.