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Come far smettere di fumare mio figlio? Le domande dei genitori

Continua la collaborazione con  la rubrica Figli al centro del blog Genitorialmente. Questo mese i genitori ci chiedono cosa possono fare per aiutare i propri figli a smettere di fumare. In questo post trovate le loro domande e lunedì prossimo troverete le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

 

Come fare smettere di fumare mio figlio? All’inizio è solo un sospetto, ma poi purtroppo diventa certezza e tu non sai come fare. Iniziare con i divieti ha un senso o può peggiorare la situazione? Sono gli amici? Le sue insicurezze? I nostri figli da quando sono nati sono bombardati dai rischi che derivano dal tabagismo eppure la quantità dei giovani  fumatori è sempre in crescita.

 

Come fare smettere di fumare mio figlio è la domanda che crediamo di non dovere mai porci perché oggi, sin dalle scuole elementari, si parla dei rischi connessi al vizio del fumo. Per la rubrica Figli al centro l’argomento di questo mese che abbiamo sottoposto alle nostre psicologhe  dello  Studiopsynerghia è proprio questo:

Come fare smettere di fumare mio figlio

Alle elementari i bambini spesso tornano a casa spaventati da quello che hanno appena appreso a scuola sulle malattie correlate al fumo. Le mie bimbe con quegli occhioni curiosi mi chiedevano “perché i “grandi fumano?” “Fa male, possono morire”, ma poi i figli crescono e le cose cambiano.

La sigaretta, nonostante tutto, mantiene quell’alone di fascino. Se fumi sei grande e sei un grande. Continua a leggere

Come prepararsi all’adolescenza dei figli. Le psicologhe rispondono (seconda parte)

Per la rubrica Figli al centro continua la collaborazione con Genitorialmente e le preziose domande dei genitori.

Nell’articolo  Adolescenza: domande dei genitori  i genitori ci chiedono “Come prepararsi all’adolescenza dei figli”

 

Fanno bene i genitori di bimbi di 7/8 anni a preoccuparsi di cosa accadrà in adolescenza ai loro figli e alla famiglia in generale?

 

Quali sono gli aspetti fondamentali che è importante che un genitore curi sin da quando il bambino è ancora piccolo?

Queste e altre sono le domande a cui abbiamo cercato di rispondere nell’articolo Adolescenza Le psicologhe rispondono-1 

Come prepararsi all’adolescenza dei figli?

Con il dialogo, con la fiducia verso i figli e verso noi stessi e la nostra capacità genitoriale.

Continuiamo ad affrontare questa tematica affrontando altri due aspetti importanti:

Autostima

Reciprocità

Come prepararsi all’adolescenza dei figli – L’autostima

Siamo d’accordo con Manu quando dice che l’autostima è qualcosa che va costruita sin da piccoli e incrementata nel tempo e, rispetto a questo, possiamo dire che quando c’è un buon dialogo tra genitori e figli e si instaura una relazione di fiducia a trarne beneficio è anche l’autostima, sia dei figli che dei genitori. Continua a leggere

Come prepararsi all’adolescenza dei figli?

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e questo mese parliamo di come sia possibile prepararsi al meglio all’adolescenza dei figli. In questo post troverete le domande e le riflessioni dei genitori e lunedì prossimo le nostre risposte.

Buona lettura!

Maria Grazia e Melania

Come prepararsi all’adolescenza? Tutto va bene finché non arriva l’adolescenza. Spesso mi ritrovo a parlare con alcune amiche che hanno i figli più piccoli e si dichiarano totalmente impreparate ad affrontare l’adolescenza.

Come prepararsi all’adolescenza

Queste sono le frasi di mamme e papà di bambini di 7-8, nella loro voce c’è un velo di preoccupazione, ma soprattutto un’implicita richiesta di aiuto

Mattia ha 9 anni e fa già quello che vuole, figurati quando avrà 12 o 13 anni

Elisa non mi ascolta e mi guarda con aria di sfida, ha solo 7 anni. Davvero non oso pensare a come sarà da adolescente

Come prepararsi all’adolescenza?

Esiste un modo? Abbiamo chiesto alle psicologhe dello  Studiopsynerghia di aiutarci a capire come comportarci con i nostri figli.

Quando le mie figlie erano più piccole mi sembrava di avere già abbastanza problemi, ma purtroppo la famosa frase “Figli piccoli, problemi piccoli. Figli grandi, problemi grandi” è vera.

Il ragazzo adolescente “ti prende in testa”. Non so se rendo. Non si parla più di fatica fisica che è quella che ci ha accompagnato e distrutto quando i nostri figli erano più piccoli. Qui è una guerra di nervi, qualcosa di inaspettato dove spesso il genitore si sente sconfitto, perché questi ragazzi fanno quello che vogliono. Spesso mi pento di non averci pensato prima. Continua a leggere

Suicidio di un adolescente: come prevenire? Le riflessioni delle psicologhe

Psy- suicidio

CONTINUA LA COLLABORAZIONE CON LA RUBRICA FIGLI AL CENTRO DEL BLOG GENITORIALMENTE. QUESTO MESE PARLIAMO DI UN ARGOMENTO PIUTTOSTO COMPLESSO E CONTROVERSO DA TRATTARE: IL SUICIDIO IN ADOLESCENZA. LO FACCIAMO COME SEMPRE A PARTIRE DALLE RIFLESSIONI DEI GENITORI CHE TROVATE IN QUESTO POST.

UN ARGOMENTO DIFFICILE E UN’ETÀ COMPLESSA

L’adolescenza si configura come un periodo della vita in cui si è particolarmente vulnerabili dal punto di vista psicologico.

Questa condizione di difficoltà è collegata ad un’elevata incidenza di tentativi suicidari. L’argomento non è facile da trattare ma possiamo certamente dire che, perché si arrivi a mettere in atto determinate condotte, è necessaria l’interazione di FATTORI PSICOLOGICI, INDIVIDUALI, RELAZIONALI e CONTESTUALI, che si intrecciano con FATTORI PREDISPONENTI e SCATENANTI.

UN’ESPERIENZA EMOTIVA FREQUENTE

L’idea di potersi o volersi suicidare è un’esperienza emotiva frequente, si tratta di un pensiero che può presentarsi soprattutto in certe fasi della vita, come l’adolescenza, quando si attraversano momenti di crisi evolutiva e si vivono emozioni complesse e a volte contraddittorie: da un lato si inizia a fare i conti con l’accettazione dei propri limiti temporali e, dall’altro si cerca di affermare la propria libertà decisionale anche ipotizzando modalità estreme. Per fortuna si tratta di un pensiero che, nella maggior parte dei casi, dura poco e non ha modo di sedimentare. Continua a leggere

Suicidio di un adolescente: come prevenire? Le domande alle psicologhe

Continua la collaborazione con i genitori del blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Questo mese parliamo di un argomento particolarmente difficile: il suicidio in adolescenza. Come sempre lo facciamo a partire dalle domande dei genitori e la settimana prossima ci saranno le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

SUICIDIO DI UN ADOLESCENTE, QUANDO LA NOTIZIA È VICINA A TE HAI PAURA. GUARDI TUA FIGLIA CHE HA LA STESSA ETÀ E HAI PAURA.

 

 

 

 

 

Sembrava un giorno come un altro, fino a quando non è arrivata quella telefonata alla mia collega. Quella telefonata che annunciava che un amico di sua figlia si era suicidato.

Quando me lo ha detto, non riuscivo più a respirare. Sembrava che il mio corpo non si ricordasse più di respirare.

Un ragazzo di 15 anni si è suicidato buttandosi nel vuoto.

Inizia la ricerca in internet, perché per quanto la notizia sia terribile cerco una smentita che almeno ci dica che è scivolato. Nessuna smentita.

PERCHÉ?

Un ragazzo come la figlia della mia collega, un ragazzo come mia figlia. O no? Continua a leggere

Settembre mese di cambiamenti e conferme. Le riflessioni delle psicologhe

septemberSettembre mese di cambiamenti e conferme: le aspettative dei genitori, la capacità di fidarsi, la pazienza nel tollerare le loro bugie con la rassicurazione continua che non saranno mai soli.

Continua la collaborazione con il blog Genitorialmente, questo mese parliamo di cambiamenti e conferme, come sempre a partire dalle domande dei genitori, che trovate qui.

Settembre, per i ragazzi, è un mese di passaggio tra l’estate, con le tanto agognate vacanze e il nuovo anno scolastico, che segna un nuovo inizio. E come ogni periodo di passaggio porta con sé sia conferme che cambiamenti.

Conferme e cambiamenti che non riguardano solo i ragazzi ma tutta la famiglia, visto che, chiamano in causa le aspettative, le preoccupazioni e i desideri anche dei genitori.

foto riepilogo da inserire all'interno del post PSY

 

ragazzi stanno per affrontare un nuovo inizio che, soprattutto se prevede anche il cambiamento della scuola e della classe, può essere piuttosto complesso. Ogni passaggio da un ciclo scolastico al successivo è un evento critico, ovvero un momento in cui si affrontano dei compiti di sviluppo importanti.

In queste fasi è fondamentale poter contare su delle basi solide, su ciò che si è costruito nel tempo e che ha a che fare soprattutto con l’autostima e la fiducia in sé e nelle proprie capacità.

Ed è qui che entrano in gioco le conferme anche per i genitori. Continua a leggere

Settembre mese di cambiamenti e conferme. Le domande dei genitori

foto Genitorialmente settembre (640x384)A settembre si ricomincia. Settembre mese di cambiamenti e conferme: si mettono le basi per iniziare l’anno successivo: cambi di lavoro, nuovi progetti, insomma ora non si può più rimandare, le ferie sono finite, ora si riparte.

Questo mese la collaborazione con il blog Genitorialmente prosegue con un tema saliente e venerdì troverete le nostre riflessioni.

Maria Grazia e Melania

E i nostri figli come ripartono? Ricomincia la scuola e le attività correlate, ma noi genitori come ci poniamo di fronte a questa ripartenza? Quali sono le nostre aspettative e i nostri tempi. Ancora una volta chiedo aiuto alle psicologhe dello Studio Psynerghia perché io mi aspetto che mia figlia cambi. Lo aspetto da tanto. Spesso mi ritrovo proprio a vivere in questa attesa. È giusto?

Settembre mese di cambiamenti e conferme. Le conferme

Il periodo delle conferme è un periodo di tranquillità apparente. I nostri figli sono in crescita e non c’è niente, ma proprio niente di sicuro. Per fortuna direi. Io continuo a ripetere alle mie ragazze “Il mondo è vostro, andate a prenderlo”.

Quello delle conferme è un periodo in cui noi genitori ci aspettiamo che i nostri figli confermino quanto di buono hanno fatto fino a quel momento e possibilmente che migliorino. Io non sono una di quelle mamme che vuole mettere in vetrina il proprio figlio. In realtà nessuna si dichiara tale, ma poi sappiamo che non è proprio così. Io sono alla ricerca della luce negli occhi di mia figlia. Un nuovo interesse, una nuova esperienza, magari un po’ più di passione per la scuola (che non guasta mai), per me queste sono le conferme.

Settembre mese di cambiamenti e conferme. I cambiamenti che vorremmo

Il periodo dei cambiamenti invece è una rivoluzione. Aspetto questo cambiamento da tanto tempo. Parlo della mia seconda figlia e dei suoi problemi scolastici. Continua a leggere

Il bullismo a scuola, Le riflessioni delle psicologhe

Bullismo PsyContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro,  oggi parliamo di un fenomeno sociale che sembra in aumento e desta preoccupazione nelle famiglie e negli insegnanti: il bullismo a scuola.

Ne parliamo cercando di rispondere alle domande dei genitori che trovate nel post: Bullismo a scuola, come prevenire? 

INIZIAMO CON UNA RIFLESSIONE SU CHE COS’È IL BULLISMO

Il bullismo è una forma di comportamento aggressivo che ha delle caratteristiche distintive sulle quali c’è consenso a livello internazionale.

Nello specifico, perché un comportamento possa essere definito un atto di bullismo, deve avere questa caratteristiche:

–          intenzionalità: il comportamento aggressivo viene messo in atto in modo volontario e consapevole;

–          sistematicità: il comportamento aggressivo si ripete nel tempo;

–          asimmetria di potere: tra le parti coinvolte c’è una differenza di potere che può essere dovuta alla forza fisica, all’età o alla numerosità delle persone coinvolte se le aggressioni sono di gruppo.

 SU QUESTO FENOMENO È FONDAMENTALE L’INFLUENZA DELLA CULTURA

Viviamo in un contesto in cui è  molto diffusa la cultura che sostiene i comportamenti di prepotenza, si tratta di una cultura del predominio e dell’esercizio delle alleanze che prevede la sottomissione e l’annientamento dell’avversario, come in una vera e propria guerra.

IL BULLISMO È UN PRODOTTO SOCIALE CHE COINVOLGE DIVERSI ATTORI

Ci preme sottolineare una cosa molto importante: il bullismo riguarda tutti gli alunni, non solo quelli coinvolti in modo diretto, i ruoli che possono essere assunti sono differenti:

–          Bullo: chi mette in atto comportamenti prevaricatori nei confronti dei compagni

–          Aiutante: chi sostiene il bullo in modo attivo, come seguace

–          Sostenitore: chi rinforza il comportamento del bullo incitandolo, ridendo o anche semplicemente stando a guardare

–          Difensore: chi prende le difese della vittima cercando di fare cessare le prepotenze o mettendo in atto modalità consolatorie

–          Esterno: chi non fa niente ed evita ogni tipo di coinvolgimento

–          Vittima: chi subisce le prepotenze

  PERCHÉ SI DIVENTA BULLI?

Manu ci pone una domanda che fa riflettere: perché si diventa bulli? Sull’argomento sono state fatte varie ricerche che hanno messo in evidenza alcuni fattori che possono predisporre alcuni alunni ad assumere il ruolo di bulli:

–          la convinzione che la prepotenza paghi, abbiamo visto quanto questa sia una dimensione culturale presente nella nostra società e nelle scuole capita che gli alunni prepotenti possano essere ammirati o temuti dagli altri e per questo riescano ad ottenere visibilità;

–          la presenza di tratti impulsivi e la difficoltà  controllare la propria aggressività;

–          il fatto di ritenere gratificante dominare gli altri ottenendo la loro accondiscendenza;

–          il pensare che la prepotenza sia sinonimo di forza e fermezza di carattere;

–          il considerare divertente molestare qualcuno quando ci si trova in gruppo;

–          la presenza di scarsa empatia con evidente difficoltà a sentire e immedesimarsi nella sofferenza degli altri;

–          la presenza di pregiudizi su gruppi etnici, categorie sociali o orientamento sessuale;

–          l’influenza di  modelli aggressivi nella vita reale o attraverso i film;

  QUALI SONO LE CARATTERISTICHE DEI POSSIBILI BULLI?

–          possono essere più forti fisicamente o più grandi d’età;

–          sentono il bisogno di dominare e sottomettere gli altri;

–          desiderano imporre il proprio punto di vista;

–          sono impulsivi e hanno bassa tolleranza alla frustrazione;

–          hanno difficoltà a rispettare le regole;

–          possono essere aggressivi verbalmente anche con gli adulti;

–          in genere il loro andamento scolastico peggiora alle medie e tendono a disaffezionarsi alla scuola;

–          hanno una maggiore probabilità di iniziare una carriera deviante;

 E LE POSSIBILI VITTIME?

Anche le vittime hanno delle caratteristiche che le accomunano:

–          sono spesso più deboli fisicamente dei coetanei;

–          sono cauti, sensibili, riservati, spesso introversi;

–          hanno spesso una bassa autostima e lo comunicano agli altri con il loro modo di fare, appaiono senza valore e incapaci di difendersi;

–          hanno difficoltà ad affermare se stessi nel gruppo dei coetanei;

–          spesso si rapportano meglio agli adulti che ai coetanei;

–          hanno un rendimento scolastico che tende a peggiorare nella scuola media.

  PERCHÉ C’È OMERTÀ NEI COETANEI?

Una delle cose che più stupisce gli adulti che vengono a conoscenza degli episodi di bullismo è la coltre di non detti, o di detti a bassa voce che caratterizza ciò che accade.

L’omertà riguarda sia gli aiutanti del bullo che i sostenitori/spettatori che assistono muti ai soprusi e alle prevaricazioni.

Dietro queste azioni differenti ci sono differenti motivazioni.

Chi sostiene il bullo aiutandolo nelle attività probabilmente condivide la sua stessa visione del mondo basata sulla legge del più forte, o almeno del vince chi sale sul carro del vincitore.

Chi assiste in silenzio probabilmente ha paura, magari proprio la paura che possa succedere a lui la stessa cosa e quindi prende le distanze anche a livello emotivo. C’è la paura che possa succedere la stessa cosa ma non dobbiamo dimenticare che durante l’infanzia e adolescenza è molto forte anche la paura di essere esclusi dal gruppo.

A volte si lascia fare per paura di essere esclusi o per il desiderio di essere inclusi: insomma il fare parte del gruppo diventa una variabile fondamentale, un valore che guida l’azione anche a costo di diventare disvalore.

Quante volte abbiamo provato rabbia nel vedere l’omertà dei ragazzi che assistevano in silenzio magari filmando ciò che avveniva col telefonino? Più rabbia quasi che per lo stesso bullo. Eppure questo è un fenomeno che accade spesso anche tra noi adulti: tante volte capita che di fronte a gesti di violenza o di ingiustizia si resti impietriti, magari aspettandosi che sia qualcun altro ad intervenire. Si chiama diffusione della responsabilità: un fenomeno studiato dalla psicologia sociale che ci dice che quante più persone sono presenti tanto più si penserà che sarà un altro ad  dover intervenire e ci si sente liberi di non farlo.

  LA CATTIVERIA FA PIÙ PROSELITI DELLA BONTÀ?

Manu ci chiede anche questo: la cattiveria fa più proseliti della bontà?

Non crediamo che la cattiveria faccia più proseliti della bontà, ma sicuramente la nostra percezione della realtà ce lo fa credere.

Intendiamo dire che la nostra mente rimane maggiormente colpita da alcuni tipi di notizie piuttosto che da altri. Non possiamo conservare in memoria tutte le informazioni  e così il nostro cervello si ritrova a fare una scelta tra le cose che ci colpiscono di più, che sono generalmente quelle negative, anche perché sono soprattutto le cattive notizie a fare rumore e ad arrivare ai media.

  BULLI E VITTIME SONO ENTRAMBI BAMBINI/RAGAZZI, NON HANNO PROPRIO NIENTE IN COMUNE?

Al contrario di quanto spesso si crede, i bulli e le vittime hanno diversi aspetti in comune:

–          entrambi hanno sviluppato modalità inadeguate di relazionarsi con gli altri;

–          entrambi sono incapaci di gestire le situazioni conflittuali: l bullo non tollera il confronto e i conflitti, la vittima li teme.

  INOLTRE ENTRAMBI CORRONO DEI RISCHI:

–          il bullo corre il rischio di avere maggiore conflittualità nei rapporti futuri, di andare incontro all’isolamento,  alla messa in atto di condotte devianti come la delinquenza o la dipendenze da sostanze;

–          la vittima ha una maggiore probabilità di sviluppare stress e sintomi fisici di varia natura (mal di testa, coliti, dermatiti, etc…), fobie, ansia, depressione, isolamento.

  I GENITORI DELLE VITTIME E DEI BULLI

Abbiamo volutamente tenuto uniti nello stesso paragrafo i genitori dei bulli e i genitori delle vittime, perché, lo ribadiamo, secondo noi in situazioni di questo tipo hanno bisogno di aiuto sia le vittime che i bulli e anche i loro genitori!

Se un bambino o ragazzo è coinvolto in episodi di bullismo, che sia attore o vittima ha comunque bisogno di aiuto e l’aiuto parte sempre dall’ascolto.

È fondamentale ascoltare sempre i figli. Credere in loro, mettendo anche in conto che potrebbero non dire l’intera verità, soprattutto se si tratta di temi che li imbarazzano, sia perché si vergognano di essere vittime, sia perché hanno paura della reazione dei genitori, se sono i bulli.

I figli devono sapere quanto valore hanno per i genitori le loro confidenze, sapere che non si sentiranno giudicati in modo troppo rigido e che i genitori sono con loro per aiutarli a stare meglio, insomma che, nel bene o nel male, si gioca sempre nella stessa squadra.

È importante fidarsi del proprio istinto e se si sente che c’è qualcosa che non va predisporsi al dialogo.

La regola principale è sempre la stessa, quella valida per tutte le difficoltà che si incontrano con i figli: comunicare e saper ascoltare davvero.

Forse sembrerà banale, ma nella nostra esperienza notiamo che spesso i genitori concentrano la propria attenzione e le proprie domande solo sulla scuola, intesa come voti o performance, trascurando gli aspetti relazionali.

Soprattutto quando i bambini sono piccoli può essere utile chiedere se qualcuno a scuola si è arrabbiato, se qualcuno ha fatto il prepotente con gli altri, se qualcuno è rimasto male per qualcosa che è successo o che qualcuno ha detto.

Si tratta di domande centrate sugli aspetti relazionali che possono aiutare a costruire l’immagine del genitore come un sostegno emotivo per il figlio, un sostengo vero e non solo una persona preoccupata per i voti a scuola.

Lo stesso vale con i figli adolescenti, anche se spesso questi utilizzano come modalità comunicativa il silenzio, un genitore può sempre trovare il modo per dimostrare di esserci, anche aspettando che arrivi il momento in cui il figlio sarà pronto a parlare. È fondamentale che i figli sentano che i genitori sono attenti a ciò che a loro accade senza essere oppressivi e senza pensare solo al rendimento scolastico. Si tratta di un complesso gioco di equilibrio tra fiducia e contenimento, ma la buona notizia è che i genitori hanno spesso più risorse di quante pensano di avere!

Se si capisce che il proprio figlio sta incontrando delle difficoltà relazionali a scuola, si può aiutarlo a capire se è possibile modificare il copione, ovvero se c’è qualcosa che lui stesso può fare in prima persona per cambiare le cose.

Diventa fondamentale essere i principali alleati dei propri figli e questo può voler dire due cose: intervenire come adulti in maniera diretta o supportare il proprio figlio a chiedere lui aiuto ad altri alleati come gli insegnanti o altri compagni che possono diventare un sostegno. La modalità di intervento dipende da vari fattori, tra i quali anche la precocità dell’intervento e la gravità della situazione.

In ogni caso un aspetto fondamentale è che non rimanga nel ragazzo che vive la condizione di vittima un vissuto di impotenza.

Ci sono sempre delle azioni e delle competenze che possono essere messe in gioco per uscire da una situazione difficile, se lui non è solo, sarà più semplice farcela e, anche evitare che certe situazioni possano ricapitare in futuro.

È importante che passi il messaggio che essere vittima è un ruolo che si può vivere in un momento della vita e non una caratteristica di personalità, un’etichetta dalla quale è impossibile liberarsi.

Se poi la situazione è molto grave o si è protratta per molto tempo e il figlio è troppo provato, è giusto che siano i genitori a prendere in mano la situazione e gestirla tra adulti. In questo caso il messaggio che dovrà passare è che gli adulti sanno prendersi cura delle persone che vengono minacciate e vessate.

Anche in questo caso bisogna trovare la modalità giusta, costruendo una rete con la scuola e facendosi aiutare ad entrare in contatto con i genitori del bullo.

È sempre meglio evitare la spedizione punitiva a casa dei genitori del bullo perché si otterrebbe il solo obiettivo di enfatizzare il conflitto.

 I genitori del bullo ascolteranno dal loro figlio una versione differente e saranno spinti dal desiderio di proteggerlo: questo pur non essendo giustificabile è umano e comprensibile, a nessuno piace sentire criticare il proprio figlio.

 MA COSA SUCCEDE A DEI GENITORI CHE SCOPRONO CHE IL PROPRIO FIGLIO METTE IN ATTO DELLE CONDOTTE RICONDUCIBILI AD ATTI DI BULLISMO?

I vissuti e le reazioni possono essere tanti e spaziare dalla rabbia alla negazione, passando per il senso di frustrazione per avere sbagliato qualcosa.

Manu ci racconta un’esperienza molto negativa, nella quale la madre del ragazzino che perseguitava sua figlia ha negato l’accaduto e, non essendosi messa in discussione, non ha portato avanti dei comportamenti riparativi rispetto alla condotta del figlio.

Non tutti i genitori reagiscono così, tanti, tantissimi sono pronti a rimboccarsi le maniche e mettersi al lavoro per capire come aiutare il proprio figlio a modificare il suo comportamento e quindi sostenerlo nel suo sviluppo futuro.

 COME SI PUÒ AIUTARE UN FIGLIO CHE COMPIE ATTI DI BULLISMO?

Prima di tutto è necessario mantenere la calma: niente aggressioni, né giustificazioni. Serve lucidità.

Ed è fondamentale che il ragazzo sappia che i genitori lo amano e vogliono aiutarlo a capire il proprio comportamento e porvi rimedio. Deve essere chiaro che è il comportamento ad essere sbagliato e non il ragazzo in sé, perché un comportamento può essere modificato, una persona no!

Anche in questo caso il ragazzo ha bisogno di capire i propri vissuti emotivi e di conoscere le proprie risorse, ha bisogno di sperimentarsi anche in altri ruoli, oltre a quello che magari lo rassicura perché gli è familiare, ma non necessariamente lo rende felice.

Non serve nemmeno a lui essere etichettato in maniera negativa, mentre è utilissimo accompagnarlo alla scoperta delle parti di sé che non conosce.

A livello pratico sarà necessario stabilire regole chiare da fare rispettare con coerenza e prestare attenzione alle manifestazioni di aggressività. Sarà fondamentale insegnare con il proprio comportamento la differenza tra assertività e aggressività.

  COSA PUÒ FARE LA SCUOLA?

La scuola ha un ruolo importantissimo perché può contemporaneamente fornire aiuto ad entrambi: bullo e vittima.

È il luogo più idoneo per aiutare i ragazzi ad acquisire responsabilità e comprendere le proprie azioni e le loro conseguenze.

La scuola può mettere in atto misure che coinvolgano tutti gli attori coinvolti: i ragazzi, i genitori, gli insegnanti.

Non sempre la punizione diretta del bullo è la modalità più efficace, in genere è molto più utile un lavoro integrato che prevede il coinvolgimento di tutte le figure.

È possibile inserire dei programmi di prevenzione che abbiano l’obiettivo di promuovere le capacità relazionali nel rispetto di sé e degli altri, programmi di educazione socio affettiva che aiutino i bambini, sin dalla scuola per l’infanzia a riconoscere, accogliere e gestire le proprie emozioni, imparando a rispettare se stessi e gli altri.

Solo con interventi precoci di prevenzione e promozione del benessere si potrà evitare che il modello di comportamento aggressivo tipico del bullo, diventi una modalità di relazione preferenziale tra i ragazzi.

Dalla scuola primaria potranno essere costruiti dei programmi di intervento strutturati e continuativi nel tempo che diano spazio:

–          alla formazione/informazione in modo da creare sempre maggiore sensibilità e attenzione sul tema;

–          integrazione dei diversi ruoli professionali in  modo che ci sia un monitoraggio di ciò che accade a diversi livelli e nei diversi spazi;

–          programmi specifici rivolti al gruppo classe perché si possa lavorare in gruppo sulle dinamiche che vengono a  crearsi. Lavoro sull’empatia, la condivisione, il rispetto reciproco;

–          interventi individuali sia con le vittime che con i bulli;

–          coinvolgimento dei genitori come parte fondamentale di un progetto educativo più ampio.

Naturalmente sarebbe opportuno che gli interventi a scuola venissero coordinati da un professionista esperto che riesca a capire anche se è necessario attivare degli interventi di sostegno familiare o individuale di natura psicologica.

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

 Studio di psicologia Psynerghia

Bullismo a scuola. Le riflessioni dei genitori

bullismo scuola (1)Anche questo mese continua la collaborazione con il blog Genitorialmente e la rubrica Figli al centro. Oggi pubblichiamo le domande e le riflessioni dei genitori su un tema molto attuale: il bullismo a scuola. Martedì 4 aprile troverete il nostro post di risposta.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Bullismo a scuola come prevenire? Il bullismo è l’espressione della parte più oscura e peggiore dei nostri figli. Parleremo del ruolo dei genitori delle vittime e dei genitori dei bulli. Come noi genitori possiamo comprendere i segnali e intervenire.

Se mi fermo a riflettere credo di essere stata anche io una vittima di bullismo. I miei compagni delle medie mi offendevano, mi insultavano e mi esiliavano. Tutti i giorni i soliti due o tre mi prendevano in giro e altri della classe li seguivano a ruota. Chi non li seguiva in questi continui sfottò, comunque mi isolava.  Le mie compagne quando organizzavano le feste di compleanno invitavano tutte le ragazze tranne me.

Io piangevo tutti i giorni. Avevo continuamente mal di testa.

Nessuno si accorgeva di niente. Io non ne parlavo con nessuno, piangevo da sola nella mia cameretta. Io la chiamavo cattiveria, oggi si chiama bullismo e il luogo principale dove avviene è la scuola. Oggi come allora.

Quel periodo è stato ampiamente superato e oggi non ha lasciato strascichi, quello che invece è rimasto sono delle domande aperte.

  • Perché dei ragazzi diventano così cattivi con i loro coetanei?
  • Perché c’è omertà da parte di chi vede? Il bullo viene quasi “protetto”.
  • Perché “la cattiveria” raccoglie proseliti e invece la bontà no?
  • Dove erano i miei genitori?

Le prime domande le lascio alle nostre psicologhe dello studio Studiopsynerghia. Se penso che molto spesso gli atti di bullismo si consumano tra compagni di classe mi vengono i brividi. In un’età dove l’amicizia dovrebbe essere il sentimento che accumuna e crea alleanze, invece si assiste a divisioni e atti di violenza con epiloghi alcune volte tragici.

Aspettiamo che siano le nostre psicologhe ad aiutarci a capire. Parto dall’ultima domanda.

Dove erano i miei genitori?

Perché non si sono accorti di quello che mi stava succedendo?

 Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori delle vittime?

I miei genitori erano lì, ma io mi nascondevo. Piangevo di nascosto. Alla famosa domanda “Com’è andata oggi a scuola”?

Rispondevo con la “solita” risposta che oggi sento dalle mie figlie adolescenti “Tutto bene” e che credo la maggior parte dei ragazzi dica ai genitori.

Ma dentro di me mi chiedevo anche perché mia mamma non si accorgesse di tutta la mia sofferenza e disperazione.

Quello era bullismo, oggi è questo il suo nome. Ma io lo nascondevo, e lo nascondevo bene. Perché? Non lo so. Credo i ragazzi facciano così. I ragazzi parlano molto poco con i propri genitori anche quando ne hanno un bisogno disperato.

I genitori delle vittime di bullismo si accorgono solo nei casi più gravi. Quando il bullismo è psicologico, non lascia segni visibili e solo quando le ferite nell’anima diventano molto profonde allora il ragazzo parla o il genitore se ne accorge.

Bullismo a scuola come prevenire. Il dialogo è la chiave

Superficialità? È questo quello che sono i genitori delle vittime? È facile trarre conclusioni. Chi ha dei figli sa che la più grande (e difficile) conquista per un genitore è stabilire un dialogo. In adolescenza il quadro si complica, tuo figlio sta crescendo e tu hai il dovere di lasciarlo andare pian piano alla ricerca della sua strada. No, non credo sia superficialità, è che questi ragazzi davvero non ti parlano.

Forse anche per noi genitori non è facile accettare che gli atti di bullismo non sono solo quelli che sentiamo alla televisione. Allora come possiamo prevenire il bullismo nelle scuole? Io ogni tanto parlo con le mie figlie, chiedo, indago, si il termine non è bellissimo, ma faccio anche questo. Non è sufficiente chiedere se tutto va bene, io lo so.

Quali sono le domande da fare ai nostri figli? Quali sono i segnali da tenere sotto controllo? E come possiamo insegnargli a non coprire il bullo?

Tutti condannano il bullismo, ma indovina un po’ anche i bulli hanno i genitori.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono i genitori dei bulli?

I genitori dei bulli sanno come si comportano i loro figli? Io credo proprio di si. Nell’articolo Bullismo come riconoscerlo http://www.genitorialmente.it/2016/02/bullismo-come-riconoscerlo/ ho raccontato di come la mamma del bullo difendeva suo figlio e accusava mia figlia perché non subiva in silenzio le sue angherie.

Il bullismo dei ragazzi nasce dal bullismo dei genitori. Tra gli adulti si parla di arroganza, sopraffazione, di potere, inventiamo scuse questo è bullismo.

Mi spiace puntare il dito contro tante mamme che difendono il loro figlio, ma forse un bell’esame di coscienza la sera prima di andare a letto (come ci dicevano da piccoli) può aiutare. La mamma del compagno di mia figlia affermava che suo figlio era una vittima. Addirittura lui a casa piangeva perché quando insultava mia figlia lei gli teneva testa e questa comportamento gli creava crisi isteriche. Ha continuato a difendere il figlio, ha continuato a rovinare il figlio e continuerà a rovinare suo figlio.

Bullismo a scuola come prevenire. Dove sono gli insegnanti?

Gli insegnanti hanno una grande responsabilità perché è nel loro territorio che questo fenomeno ha il suo principale campo di applicazione. Il consiglio che mi sento di dare ai genitori che sospettano che ci siano delle situazione “a rischio” è di parlarne immediatamente con gli insegnantiIMMEDIATAMENTE.

È importante che il corpo docente si senta preso in causa e responsabilizzato. Gli insegnanti di mia figlia, che non si erano accorti di niente, hanno immediatamente spostato al primo banco il ragazzo, in modo che si sentisse con le “spalle scoperte”. Una piccola mossa ma con un importante valore, mia figlia ha capito che non era sola.

L’altro consiglio che mi sento di dare, è di vigilare sempre. Purtroppo per quanto ci riguarda la situazione sembrava sotto controllo, invece ad un certo punto è esplosa dividendo la classe. Ovviamente mia figlia ci aveva sempre detto “Tutto bene”. Lei aveva iniziato la sua battaglia con il suo compagno da sola, lei ne soffriva ma combatteva. Però nella mia mente rimbalzava sempre la frase di quel ragazzo:

“Io qualche giorno fuori da scuola la picchio, tanto nessuno mi può dire niente”.

La frase mi è stata riferita della mamma del ragazzo, con un grande tono di sfida.

Un altro consiglio per i genitori è di fare un colloquio con l’insegnante di educazione fisica. Durante l’ora di ginnastica i ragazzi si sentono più liberi e parlano, si sfogano. Questo insegnante può rivelare verità inaspettate.

Bullismo a scuola: come prevenire? Le due psicologhe dello studio Studiopsynerghia     la settimana prossima con il loro articolo ci aiuteranno a capire come fare perché il bullismo scompaia. Io credo che anche i bulli siano delle vittime, vittime di genitori che non li aiutano, vittime di una società con una forte crisi di ideali, ma soprattutto vittime di loro stessi.

 

 

Bullismo a scuola come prevenire? Mai da soli, tra i nostri partner ci sono:

MaBasta  http://www.mabasta.org/partner.html il movimento di studenti che lotta contro il bullismo.

AIED http://www.aied-roma.it/nobullismo/partner_nobullismo/  per il contest #nobullismo

Come creare un rapporto di fiducia con figli adolescenti. Le riflessioni delle psicologhe

fiducia-treccaniContinua la collaborazione con il blog Genitorialmente.it e questo mese parliamo di fiducia tra genitori e figli

Fidùcia s. f. [dal lat. fiducia, der. di fidĕre «fidare, confidare»] (pl., raro, –cie). – 1. Atteggiamento, verso altri o verso sé stessi, che risulta da una valutazione positiva di fatti, circostanze, relazioni, per cui si confida nelle altrui o proprie possibilità, e che generalmente produce un sentimento di sicurezza e tranquillità.

Abbiamo iniziato questo post con la definizione della parola Fiducia tratta dal dizionario Treccani della lingua italiana. Una definizione che ci piace sottolineare soprattutto per la parte in cui si parla della produzione di “un sentimento di sicurezza e tranquillità”.

Quel sentimento di sicurezza e tranquillità al quale, nella fase della famiglia con figli adolescenti, tutti tendono: sia i genitori che i figli.

Il primo punto che ci preme sottolineare è dunque questo: anche se appaiono in contrasto tra loro, genitori e figli adolescenti vogliono la stessa cosa: sentirsi sereni e tranquilli e sentire che le persone a cui vogliono bene hanno fiducia in loro.

La fiducia ha dunque strettamente a che fare con la RECIPROCITÀ.

È vero ciò che dice Manu: la fiducia è qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, già dal primo vagito, segue il ritmo delle relazioni che si instaurano e non può mai darsi per assodata. È sempre in costruzione e in mutamento, a seconda, non solo, come spesso si crede, dell’età dei figli, ma anche della fase di vita che i genitori stanno attraversando.

Chi ha figli adolescenti spesso tende a punteggiare sui loro mutamenti e si pone come osservatore esterno di ciò che accade, dimenticando di essere parte di un sistema in interazione costante e in cui i singoli membri vivono una condizione di INTERDIPENDENZA, in cui il comportamento e le emozioni di ognuno sono fortemente collegati a quelli degli altri.

Si parla spesso di adolescenza come fase di cambiamenti profondi, di imprevedibilità e di incertezza, ma l’adolescenza è anche una creazione degli adulti, ha a che fare con la nostra paura di fronte a ciò che è mutevole. L’adolescenza dunque non è solo CRISI ma anche SPINTA VITALE VERSO IL CAMBIAMENTO e una richiesta, che può diventare urlo, al mondo adulto perché ascolti la parola del passaggio tra chi non è più e chi non è ancora.

Non si è più bambini ma non si è ancora adulti.

Questo momento di passaggio ha bisogno della collaborazione di tutto il sistema familiare: i ragazzi hanno diritto di attraversare il loro momento di crisi e i genitori devono ricostruire l’equilibrio tra distanza e vicinanza, ma spesso si sentono in difficoltà perché fanno fatica a contattare gli adolescenti che sono stati per poter entrare in contatto con i propri figli.

Noi adulti tendiamo a vedere gli adolescenti in due modi: o come creature inquiete, in guerra col mondo, o come esseri fragili e insicuri alla ricerca della propria identità. Ma questa età ha anche il volto della creatività, del desiderio di costruire se stessi e il proprio futuro, di fare progetti, di mettersi alla prova e di inseguire i propri sogni e con essi costruire una vita che valga la pena di essere vissuta.

Abbiamo già detto che l’adolescenza viene spesso collegata all’idea di crisi ma non dobbiamo dimenticare che il termine crisi contiene in sé i concetti di separazione e di scelta e la doppia lettura di vincolo e opportunità.

La crisi non è qualcosa che deve essere evitato, ma va vissuta anche se appare drammatica, perché è un passaggio necessario per la costruzione di un’identità adulta. È proprio laddove la crisi viene evitata che compaiono i sintomi e le patologie. È in questo momento che gli adulti che supportano e curano devono resistere alla tentazione di sostituirsi ai figli e trovare le soluzioni per loro. Per aiutarli davvero devono saper reggere lo stare nel tempo sospeso dell’incertezza, dell’ambivalenza e della confusione.

Le relazioni tra genitori e figli si modificano e cominciano ad emergere differenze che diventano contrapposizioni e conflitti. Si tratta del conflitto necessario per la costruzione della propria indipendenza, una condizione nella quale per affermare se stessi è necessario portare avanti la cosiddetta caduta degli dei. Un bisogno di ridefinizione del legame con i genitori che non sono più le figure idealizzate dell’infanzia ma vengono trasformate in esseri umani reali con i limiti  e le debolezze che questo comporta.

Per i ragazzi è difficile parlare con gli adulti perché questi spesso sono più concentrati sul modello pedagogico della svalutazione degli adolescenti, anziché sulla loro valorizzazione. I ragazzi vogliono essere presi sul serio, si aspettano di essere ascoltati perché hanno cose importanti da dire. Si trovano ad oscillare  tra il sentirsi grandi e piccoli e vengono trattati in modi contrastanti anche da coloro che li circondano.

Non hanno bisogno di sentirsi fare delle prediche ma di incontrare il saper fare e il saper essere dei propri genitori e degli adulti in generale. Le domande in questa fase sono sempre due: chi sono io e da chi sono diverso? Due domande in cerca di risposte che possano bilanciare tra l’autoidentificazione e la differenziazione dall’altro.

Durante l’infanzia è l’adulto, adorato e idealizzato a filtrare i bisogni dei bambini e fare da mediazione con l’esterno, in adolescenza i ragazzi devono prendere in carico se stessi e iniziano a sperimentare le proprie abilità e competenze anche attraverso lo stato di confusione che spesso si trovano a vivere, una confusione che non ha a che fare con difficoltà cognitive ma con la complessità del gestire emozioni e vissuti interni difficili da integrare perché spesso contrastanti e questo da luogo a senso di smarrimento e paura o anche tentativi di negazione. Hanno difficoltà ad avere familiarità con il loro sentire interno, eppure è proprio questa la condizione per potersi fidare di se stessi. È per questo che in questa età sono così frequenti gli agìti, la messa in atto di comportamenti rischiosi che rappresentano un cortocircuito del pensiero e permettono di sperimentare il proprio mondo senza il filtro della coscienza, come se fosse il corpo a dominare.

Il cortocircuito diventa circolo vizioso nel momento in cui gli adulti, che dovrebbero insegnare la vita, pensano che per farlo al meglio sia necessario trasmettere la conoscenza del modo giusto per non sbagliare.

Anche quando si dice ai figli che devono mettersi in gioco correndo il rischio di sbagliare, lo si fa tenendo un certo distacco dalla cosa, mantenendosi spesso su un piano teorico.

Pochi genitori pensano che sia utile parlare ai figli delle proprie PAURE, di quanto ci si sia sentiti SOLI e INCOMPRESI in certe situazioni, di come anche da adulti si faccia fatica a SBAGLIARE e cercare di RIMEDIARE.

Nessuno crede che possa servire a qualcosa mostrarsi fragili e parlare delle proprie difficoltà.

I genitori rinunciano troppo spesso all’arte della NARRAZIONE AUTENTICA DI SÉ, forse pensando che non sia abbastanza interessante o abbastanza perfetta.

A volte si fa l’opposto, costruendo una narrazione non autentica, incentrata sul dover essere e sul senso di adeguatezza, non dando in questo modo ai figli una delle opportunità più grandi per costruire un legame di forte intimità: la possibilità del RISPECCHIAMENTO nei propri genitori, genitori autentici, persone vere, in carne ed ossa, che hanno provato come loro emozioni contrastanti e si sono sentiti in difficoltà, sia alla loro età che da adulti, perché fa parte del gioco della vita. Se c’è una cosa che gli adolescenti fanno in maniera istintiva e intensa è proprio il tenersi lontani da ciò che non è autentico, perché da questo hanno bisogno di differenziarsi.

CHE COSA FARE DUNQUE PER COSTRUIRE UN RAPPORTO DI FIDUCIA CON I FIGLI ADOLESCENTI?

Una relazione fertile, costruttiva e intima ha bisogno di un modello educativo flessibile, che abbia la capacità di adattarsi ai cambiamenti e di reggere agli scossoni. È necessario accettare di stabilire nuovi confini, ridefinire gli obiettivi educativi evitando la trappola della pedagogia del giusto e dello sbagliato in favore della messa in gioco delle proprie emozioni e dei propri vissuti.

L’adolescente non ha bisogno di prediche ma della possibilità di un confronto diretto con i suoi genitori, della esperienza di sentirsi accolto e visto per ciò che è davvero, di sentire che l’altro ha emozioni, vissuti, una storia e anche un corpo fisico. Un genitore che sa esserci per il proprio figlio perché ha chiaro per primo quali sono le sue emozioni e sa separarle da quelle dei figli.

I figli non hanno bisogno di un manuale esistenziale ma di un punto di vista alternativo sul mondo, un’altra realtà possibile, che non abbia la presunzione di essere quella giusta.

A volte la difficoltà per i genitori è proprio questa: la possibilità di esserci con autenticità. Per gli adulti che non hanno avuto modo di elaborare la propria adolescenza non è semplice affrontare l’adolescenza dei figli, perché questa li mette inevitabilmente di fronte ai propri nuclei non risolti, alle proprie ferite ancora aperte.

E questa è una tappa fondamentale: SEPARARE LE PROPRIE FERITE DA QUELLE DEI FIGLI per poterli aiutare senza spaventarsi e senza irrigidirsi. Se trovano un buon terreno di confronto e non vengono represse, le richieste d’aiuto degli adolescenti possono diventare assunzione consapevole dell’interdipendenza come sistema di relazioni di scambio. Se si arriva a questa condizione si sarà ad un punto di svolta fondamentale: la tolleranza dei propri limiti e il riconoscimento dei propri bisogni permette di riconoscere se stessi e l’altro come persone reali con le quali si può entrare in contatto autentico, senza correre il rischio di costruire relazioni fusionali.

Testi per approfondire il tema:

Anna Fabbrini, Alberto Melucci – L’età dell’oro

Jesper Juul, La famiglia è competente 

 

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Psyblog. La sostenibile leggerezza dell’essere

Psynerghia, studio di psicologia