Le famiglie con problemi di anoressia

famiglia anoressiaTentiamo di descrivere il paziente designato come partecipante attivo al processo in cui non ci sono né tiranni né vittime, ma solo membri di una famiglia coinvolti nelle piccole cose della vita di ogni giorno. Intrappolati dalle parole, terminiamo con un’etichetta inesatta: la famiglia anoressica“ (Minuchin, et.al, 1978, p. 57).

Le famiglie con membro anoressico sono spesso sistemi fortemente invischiati, caratterizzati dall’intrusione in ogni spazio fisico e psicoemotivo dei singoli e un’attivazione costante di richieste e offerte di protettività , che coinvolgono tutti i membri  e riducono ogni possibile ambito privato e ogni area di autonomia (Onnis, 2004).

In queste famiglie sono particolarmente forti i confini che tengono invischiati i membri e li separano dal mondo esterno, mentre i confini all’interno della famiglia sono piuttosto sfumati e deboli. Spesso è poco chiaro il contorno tra la famiglia nucleare e quella d’origine. Può esserci una coalizione tra generazioni che interferisce  con lo sviluppo dell’accomodamento reciproco nel matrimonio. Questo modello di coalizione transgenerazionale  può essere imitato nella famiglia nucleare e il coniuge che ha mantenuto un rapporto stretto con i suoi genitori può spostare questa affiliazione sulla figlia (Minuchin et al., 1978).

Questo aspetto spiegherebbe il bisogno di controllo dei propri spazi individuali che si osserva nei vissuti delle persone anoressiche. Un controllo di fronte ad una potenziale minaccia di invasione proveniente dall’esterno che si manifesta attraverso l’eliminazione o l’espulsione del cibo.

Le modalità  relazionali di queste famiglie sono peculiari: ci sarebbe una tendenza a evitare di esplicitare i conflitti. Sono famiglie in apparenza molto armoniche, che tendono a dare un’immagine di famiglia perfetta in cui i problemi sono rappresentati esclusivamente dal comportamento disfunzionale di un membro. Il comportamento anoressico è dunque il problema senza il quale la famiglia sarebbe perfetta. I disaccordi non possono essere esplicitati. Tutto è confinato nell’implicito, nel non detto, i dissensi non possono essere manifestati a tutto svantaggio di una chiara definizione di sé e del processo di differenziazione (Onnis, 1991, 2004).

Il sintomo anoressico diventa quindi un tentativo di protesta e di opposizione alla condizione che si osserva nel sottosistema e di cui la persona anoressica è portavoce attraverso la propria modalità  ambivalente.

Il sintomo anoressico sembra configurarsi come:

       un tentativo di creare, attorno alla gestione del cibo, una sfera di autonomia, in una famiglia dai confini talmente sfumati che non permette altri spazi individuali;

       un’esigenza di differenziazione attraverso il disperato controllo del proprio corpo, in un corpo familiare totalmente indifferenziato

       lo sciopero della fame diventa una modalità  provocatoria violenta, nel tentativo muto di affermare la propria identità , un’affermazione implicita in una famiglia che non permette l’esplicitazione del conflitto;

       una richiesta silenziosa e connotata da ambivalenza, che esprime insieme  il bisogno di crescita e individuazione e la paura di crescere. Ogni tensione legata alla crescita fa regredire al mondo dell’infanzia e mantiene in una situazione di dipendenza, non voluta e ricercata contemporaneamente (Onnis, Mulè, Gianbartolomei, 2004).

Il tentativo di portare aspetti di conflittualità  in una situazione organizzata in modo da evitarli, si ritorce sulla persona anoressica, che non assume comportamenti adulti, ma ripropone una modalità  infantile che rassicura e mantiene l’equilibrio del sistema proteggendolo da possibili evoluzioni (Onnis, 2004).

Solitamente questa caratteristica del sistema è rintracciabile a livello generazionale nella coppia, e attraverso la ricostruzione della sua storia, spesso segnata da conflitti mai esplicitati e da livelli di insoddisfazione che nel tempo hanno richiesto il coinvolgimento di un figlio in alleanza o coalizione con un genitore o con l’altro, trasformata in uno strumento di lotta criptata e segreta, è quello che Mara Selvini definisce gioco di istigazione (Onnis, 2004).

Di solito il disturbo insorge nella fase dell’adolescenza, quando l’adolescente, a qualche livello, realizza di essere stato uno strumento piuttosto che un individuo e, nel tentativo di adempiere ai compiti di sviluppo che questa fase della sua vita comporta, si scontra con i vissuti di inadeguatezza e di svalutazione della propria persona, vissuti che caratterizzano le singole individualità  all’interno del sistema con modalità  relazionali come quelle descritte, in cui, accanto alle spinte evolutive prevalgono bisogni di dipendenza che vengono continuamente riproposti (Onnis, 2004).

In questa fase il desiderio di fare parte del gruppo dei coetanei è in conflitto con l’orientamento verso la famiglia, dalla quale la persona anoressica non può vedersi separata. Anziché concentrarsi sul mondo esterno, volge indietro la sua attenzione, verso i genitori e diventa ipercoinvolta in famiglia. L’ipervigilanza diventa quindi una metafora dell’invischiamento: la persona anoressica viene sorvegliata anche quando non sta con la famiglia. Il suo corpo sembra essere il corpo di tutti, tutti se ne preoccupano e vogliono nutrirlo. La sorveglianza avviene anche da parte dell’anoressica stessa, che vigila sui propri genitori e che viene facilmente invitata a prendere le parti dell’uno o dell’altro nei conflitti di coppia. Una delle strategie utilizzate per evitare il conflitto è la negazione di sé a vantaggio degli altri. La paura del disaccordo si sposa benissimo con il mito dell’armonia tipico di queste famiglie (Minuchin et al., 1978).

Le difficoltà  riguardano l’individuo e tutto il sistema e la storia si struttura attorno a miti di unità  e fantasmi di rottura, i miti  di unità  diventano un valore supremo da tutelare ad ogni costo, ai quali si accompagnano in modo speculare i fantasmi di rottura, ovvero i timori che ogni esplicitazione di un conflitto irrisolto, ogni movimento di autonomia, ogni presa di distanza, possano rappresentare una catastrofe irreversibile per l’unità  familiare. Non è immaginabile che la ricerca di autonomia sia concepita come una trasformazione evolutiva dei legami affettivi  (Onnis, 2004).

Queste famiglie sono caratterizzate dalla difficoltà  di passare da una fase all’altra del ciclo di vita, che è foriero di separazioni e preparatorio alla morte. Questo avviene soprattutto quando i figli sono adolescenti, l’adolescenza rappresenta un crisi, nel senso più ampio del termine, cioè è una fase di passaggio e un periodo di trasformazione e costruzione della propria identità  individuale e sociale fino al raggiungimento di uno status individuale adulto (Palmonari, 1997). Questo processo evolutivo avviene in primo luogo in famiglia. In questa fase questa dovrebbe avere la funzione di “trampolino” (Walsh, 1993) verso l’esterno, si parla infatti di “fase del trampolino” o “fase dello svincolo” (Haley, 1983), è un momento in cui i confini dovrebbero essere abbastanza flessibili da permettere ai figli di allontanarsi sapendo che possono tornare. La transizione verso l’età  adulta si realizza attraverso un processo di differenziazione reciproca tra le generazioni e attraverso un processo di individuazione correlato (D’Amore, Mulè, 2004).

“La differenziazione è un processo che coinvolge l’intero sistema familiare: differenziarsi vuol dire rispondere di sé in termini di pensieri, emozioni ed azioni, a partire dalla comune appartenenza alla storia familiare. [“¦] Ciò che attraverso il distacco ““ separazione nasce è la capacità  di autonomia  nel senso di capacità  di distinguere tra sé e l’altro da sé. È nell’esercizio di questa risposta che si forma l’identità  del figlio e si sviluppa quella dei genitori. La sicurezza della comune matrice (la storia delle generazioni) e l’affidabilità  del legame che unisce, consentono l’avventura della differenziazione. Essa sottolinea e poi fa emergere gli aspetti di unicità , vuoi del figlio, vuoi dei genitori, sia come singoli, sia come coppia, e produce reciprocità  e interdipendenza” (Scabini, Cigoli, 2000, p. 144).

La lealtà  è in queste famiglie un mito fortemente protettivo, garante di unità  e illusoria difesa contro i fantasmi di morte che in maniera altrettanto illusoria tiene la famiglia in una dimensione atemporale, fatta di un eterno senza futuro. Botzormenji Nagy e Spark (1977) parlano di un registro dei debiti e dei crediti che sta alla base dei mandati familiari e delle lealtà  invisibili. La mancata adesione ai mandati familiari viene vista come una minaccia per il sistema, mentre il mantenimento aiuta a mantenere l’omeostasi. L’incapacità  di un membro di diventare autonomo, viene disapprovata ma anche sostenuta come prova di lealtà  al sistema familiare.

Nelle famiglie in cui si manifesta un disturbo dell’alimentazione spesso è evitato o controllato qualsiasi tipo di espressione emotiva. “Un modo di parlarsi e di stabilire rapporti in cui ogni differenza viene attenuata, ogni espressione emotiva arginata e chiamata con un altro nome, nell’intento di fornire l’immagine perfetta e ideale, ma che al tempo stesso crea confusione e ambiguità “ (De Pascale, 1991). È una modalità  comunicativa simile alla disconferma tipica della comunicazione psicotica. In ambito relazionale, come nella nosografia  psichiatrica classica i disturbi dell’alimentazione sono stati affiancati alla schizofrenia (Selvini Palazzoli et al, 1988).

La difficoltà  di verbalizzare i vissuti emotivi si traduce in un linguaggio del corpo che permette di manifestare il disagio provato; in ambito della psicoterapia individuale a orientamento psicodinamico questa ipotesi prende il nome di alexitimia, che etimologicamente significa “mancanza di parole per esprimere le emozioni“ (Onnis, 1991, p.269). Gli autori a orientamento individuale pensavano che questa “costrizione della funzionalità  emozionale“ (ibidem) fosse il risultato di un’alterazione della struttura di personalità  del paziente che arrivò ben presto a confondersi con la mancanza di emozioni. La visione cambia se osserviamo il paziente in un contesto più ampio, come ad esempio quello familiare: la costrizione della funzionalità  emozionale che veniva attribuita al paziente non è più una caratteristica della sua personalità  ma una qualità  del sistema, cioè espressione che diventa più evidente nel membro sintomatico, di quei modelli interattivi e quei miti condivisi di armonia e di unità  di cui abbiamo già  accennato sopra. “La manifestazione psicosomatica del disagio corrisponde allora alla difficoltà  di verbalizzare i vissuti emozionali, ma non in corrispondenza di un’assenza di vita fantasmatica o relazionale, bensì in conseguenza del fatto che le emozioni vengono accuratamente filtrate in modo da evitare tensioni e conflittualità , e da mantenere la pseudoarmonia del sistema familiare“ (Onnis, 1991, p. 270).

La perdita è un evento paranormativo molto frequente nelle famiglie con disturbo del comportamento alimentare. In una situazione già  caratterizzata da perdite non elaborate lo svincolo dei figli entra in risonanza con le angosce di separazione che aleggiano in famiglia e rende più complesso il processo di individuazione (D’Amore,  Mulè, 2004). Secondo Bowen le famiglie possono reagire in modo differente alla perdita: una famiglia ben integrata può avere una reazione forte nell’immediato e poi adattarsi alla nuova situazione, una famiglia meno integrata può invece avere una reazione più morbida e sfumata al momento e poi manifestare in seguito sintomi di malattia fisica o emotiva. Bowen utilizza il termine onda d’urto emotiva per riferirsi a “quell’intreccio di contraccolpi sotterranei  costituito da eventi vitali gravi che possono prodursi ovunque nel sistema familiare esteso, nei mesi o negli anni che seguono un evento di grave impatto emotivo, di solito dopo la morte o la malattia che ha messo in pericolo la vita di un membro significativo della famiglia, ma anche dopo una perdita di altro genere“ (Giannuzzi, Onnis, 2004, p. 231).

Le famiglie anoressiche hanno una capacità  ingannevole di accettare senza accettare. Essendo famiglie che evitano il conflitto danno un caldo benvenuto al terapeuta. I membri della famiglia si mostrano desiderosi di accettarlo e affermano che faranno tutto ciò che è in loro potere per aiutare la paziente anoressica. Ma in questa atmosfera di apparente intimità  il terapeuta vede scalzato il suo potere di richiedere il cambiamento. La famiglia collabora con il sistema terapeutico per creare una sembianza di cooperazione, ma mantiene invariato il sistema. Il terapeuta deve essere in grado di mettere in atto manovre terapeutiche di alta intensità  per produrre qualche effetto. Le famiglie anoressiche necessitano  di un terapeuta che si senta a suo agio in un clima di intimità , ma che sia in grado di essere provocatorio, presentando i suoi messaggi con l’intensità  necessaria per esercitare una pressione  sul sistema invischiato e per spingerlo al di là  della soglia abituale di omeostasi (Minuchin et al., 1978).

Riferimenti bibliografici

BOWEN, M. (1979). Dalla famiglia all’individuo. La differenziazione del sé nel sistema familiare. Roma: Astrolabio.

BOTZORMENJI NAGY, I. & SPARK, G. (1977). Lealtà  invisibili. Roma: Astrolabio. Tr. It. 1988.

D’AMORE, S. & MULÈ, A.M. (2004). “Crescere, difficoltà  condivise tra genitori e figli”. In L. Onnis (Ed.). Il tempo sospeso. Milano: Franco Angeli.

DE PASCALE A. (1991). “I disturbi alimentari psicogeni”. In: Malagoli Togliatti M. & Telfner U. (Ed.). Dall’individuo al sistema – Manuale di psicopatologia relazionale, Torino: Bollati Boringhieri. PP.202-213.

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ONNIS, L. (Ed). (1988). Famiglia e malattia psicosomatica: orientamento sistemico, Roma: La Nuova Italia Scientifica.

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SELVINI PALAZZOLI M. (1988). “Il processo anoressico nella famiglia”, in Selvini Palazzoli M., Cirillo S., Selvini M. & Sorrentino A.M., I giochi psicotici nella famiglia, Milano: Cortina, pp.187-192.

WALSH, F. (1993). Stili di funzionamento familiare: Come le famiglie affrontano gli eventi della vita. Milano: Franco Angeli.