Archivio della categoria: Relazione Individuale

Se l’è andata a cercare!!! La cultura dello stupro reitera la violenza subita

 

“Per quanto voi vi crediate assolti

siete per sempre coinvolti”

F. De Andrè – Canzone del maggio

 

 

Se l’è andata a cercare!

Sono queste le aberranti parole pronunciate da più voci, troppe voci, a proposito della vicenda di una ragazzina di 16 anni, stuprata per circa due anni, da quando ne aveva 13, da un gruppo di nove uomini e poi ricattata perché mantenesse il segreto fino a quest’anno, in tutto 3 anni di efferata violenza.

Il contesto è Melito di Porto Salvo, un paese della Calabria di circa 14 mila abitanti.

È qui che una ragazzina di 13 anni, poco più che una bambina, ha subito in silenzio la violenza del branco per tre lunghi, infiniti anni, senza mai poterne parlare con nessuno, senza che mai nessuno si sia accorto della sua sofferenza, o forse, ipotesi ancora più terribile, che molti sapessero e si siano girati dall’altra parte.

Poi un giorno, grazie ad una segnalazione confidenziale alla polizia, lei ha il coraggio di denunciare, riesce a parlare dell’accaduto, riesce a superare la vergogna, il senso di umiliazione, riesce forse a pensare di valere ancora qualcosa e parla.

A questo punto sarebbe stata d’obbligo la solidarietà di tutti, persone di tutte le età e le rappresentanze sociali unite a fare cerchio attorno a questa adolescente che ha vissuto un incubo lungo tre anni.

Mi sarei aspettata messaggi d’affetto per lei, sostegno alla famiglia e critiche feroci e inorridite verso coloro che hanno messo in atto uno stupro di gruppo per ben due anni.

Lo so, li ho già ripetuti tante volte questi numeri, ma sono io la prima a rimanere incredula, a spalancare gli occhi di fronte a tanto orrore, ma questa è la cruda realtà!

La vile, triste, schifosa, tragica realtà, in cui anziché fare rete intorno alla vittima, ci si schiera con i carnefici.

E lo si fa in tanti modi!

Prima di tutto con la poca partecipazione alla fiaccolata organizzata contro la violenza: poche centinaia di persone e molte di loro dei paesi vicini, con la scarsa presenza di figure istituzionali, quelle che avrebbero dovuto prendere una posizione ufficiale e deprecare un atto così vile e un reato così infame.

E poi le parole dei sacerdoti del paese, uno che dice che “sono tutti vittime, anche i ragazzi”, mettendo in atto la fine strategia de “un colpo al cerchio e uno alla botte”, così nessuno è colpevole, siamo tutti tranquilli e non ci si inimica nessuno.

E l’altro che in un’intervista risponde che “in paese c’è troppa prostituzione”, mostrando insieme una totale assenza di sensibilità da un lato e di logica dall’altro (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/09/12/stupro-reggio-calabria-vince-lomerta-e-la-cultura-dello-stupro/3027319/)

Cosa c’entra la prostituzione con la violenza sessuale subita?

Forse si tratta di due novelli Don Abbondio “vasi di coccio tra vasi di ferro” chissà, “il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare” avrebbe detto Alessandro Manzoni!

Ma a me vengono i brividi a leggere le loro parole, ennesima forma di abuso subita dalla giovane ragazza da figure che avrebbero dovuto consolarla, sostenerla, supportarla anche attraverso la condanna delle gesta compiute dal branco feroce.

E poi il sindaco che se la prende con la giornalista che dà voce al pensiero della gente, a coloro che anche in strada, nutriti dal più becero senso comune, ripetono “se l’è cercata”.

E ancora una volta la ragazza subisce un abuso, anche le istituzioni non prendono posizione e non condannano questi atti, ma chiedono il silenzio su un evento per il quale la rottura del silenzio dovrebbe essere inesorabile e certa (http://www.lastampa.it/2016/09/11/italia/cronache/se-l-andata-a-cercare-il-paese-volta-le-spalle-alla-ragazzina-violentata-zzOxJ18IlHQP1vHsG4HDOO/pagina.html).

Perché di queste cose si deve parlare, perché uno dei modi per aiutare le vittime di abusi sessuali e render loro giustizia, è aiutarle ad avere giustizia legale e supporto sociale, oltre naturalmente al sostegno psicologico.

Queste modalità sono invece, ancora una volta, traumatiche, lavorano sul giudizio e sul senso di colpa, sul senso di umiliazione e di vergogna, con dinamiche pericolosamente vicine a quelle subite con l’abuso.

Una ragazzina, poco più che una bambina che a 13 anni si è ritrovata sola, la famiglia non si è resa conto di ciò che stava accadendo, forse perché troppo presa dalle dinamiche conflittuali interne, forse perché impaurita dalle relazioni familiari di alcune delle persone coinvolte e nemmeno la scuola sembra essersi resa conto, né la gente del paese (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2016/09/02/calabria-violentata-dal-branco-per-quasi-due-anni-dieci-arresti-investigatori-comunita-e-famiglia-sapevano-delle-angherie/556614/).

Nessuno ha mai davvero visto l’auto che si fermava di fronte alla scuola per farla salire almeno due volte alla settimana?

Nessuno ha visto o nessuno ha voluto vedere?

Tra i nove (e ripeto nove) del branco c’erano parenti di persone influenti, c’era il rampollo di un potente boss della ‘ndrangheta, forse questo ha fatto paura e messo a tacere i più, anche di fronte ad una cosa così terribile.

E anche adesso che l’orrore è ufficiale, è la paura che sembra dominare, quel sordo terrore che ha portato e porta ad insabbiare, al silenzio, al voltarsi dall’altra parte o addirittura a dare la colpa alla vittima, così ci si sente con la coscienza a posto per non essere intervenuti.

Ma come è possibile dare la colpa ad una ragazzina di 13 anni che è stata ingannata, plagiata, ferita, colpita nell’autostima per ben tre anni?

Voglio dire alla ragazzina e alla famiglia che, nonostante tutto questo dolore, nonostante il fango e l’ulteriore umiliazione, hanno fatto bene a denunciare, anche se adesso l’unico desiderio è quello di poter andare via dove nessuno li conosca e in un posto dove poter ricominciare.

La denuncia e il dare voce alla violenza sono l’unica strada possibile per un paese civile per gettare le basi del senso di giustizia e di riparazione.

Susan Brison, filosofa statunitense, definisce lo stupro “un assassinio senza cadavere”.

Una definizione forte che rende bene l’idea della violenza devastante che sradica ogni difesa e fa sembrare impossibile il potercela fare.

Il senso di disintegrazione, dopo una simile esperienza, resta per tanto tempo, così come il senso di frammentazione del sé e la dissociazione, figli della paura e del senso di impotenza.

Il lavoro di integrazione di un’esperienza di questo tipo nella propria vita è lungo e complesso e, perché lo si possa portare avanti in modo adeguato, è necessario avere uno spazio d’ascolto libero e non giudicante, uno spazio in cui poter esprimere l’umiliazione, la vergogna, l’impotenza a qualcuno capace di esserci, di accogliere e piano piano aiutare a riparare.

E purtroppo, in questa situazione, il lavoro dovrà comprendere anche il dovere tollerare la frustrazione del trovarsi ad affrontare una violenza ulteriore figlia della paura e dell’ignoranza, della terribile omertà che ha caratterizzato questa vicenda.

Maria Grazia Rubanu 

Pilar. Un’adolescente in terapia

“La terapia finisce, tuttavia continua.

 I familiari portano il terapista dentro di sé

 mentre il terapeuta si porta dentro la famiglia.

 La vita va avanti e al terapeuta resta l’entusiasmo

di essere stato coinvolto

 in un’esperienza umana ricca di sentimenti”.

 

Carl Whitaker

 

L’estate è un momento in cui si chiudono diversi percorsi terapeutici.

La fine di una terapia è per me sempre molto emozionante perché è un  momento di bilancio e di saluti, ancora più toccante quando a concludere il suo percorso con me è un adolescente.

Mi appassiona vedere la metamorfosi di queste creature fragili e forti, che imparano a vivere integrando gli aspetti ambivalenti presenti nella vita e “buttare il cuore oltre l’ostacolo”.

Non tutte le paure scompaiono, non è questo l’obiettivo, alcune restano, ma non hanno più il potere di paralizzare chi le vive, che trova quindi il coraggio di affrontarle e superarle.

Spesso chiedo alle persone di scrivere che cosa è stato per loro questo percorso, una sorta di lettera alla terapia.

Questa è la lettera alla terapia di Pilar, una ragazza di 15 anni che ha passato con me un’ora ogni mercoledì pomeriggio per un anno e tre mesi.

Pilar ha spiegato le sue ali, non ha più bisogno di una stampella per andare incontro alla vita e comprendere le sue emozioni. 

Come dice Carl Whitaker nella citazione in cima al post “la terapia finisce, tuttavia continua …” continua nella vita quotidiana che Pilar sta imparando ad affrontare da sola.

Una parte di Pilar resterà con me, negli origami lasciati nel mio studio, in quel piccolo Tao “con un po’ di bene nel male e un  po’ di male nel bene” che mi ha lasciato come segno del suo passaggio, nel ricordo di quella ragazzina rompiscatole che metteva in discussione tutto e che ha imparato a sorridere.

Vi lascio con le sue parole, efficaci e simboliche.

 

“Le cose non cambiano velocemente.

La terapia, la guarigione, non hanno la velocità di un fulmine che riporta le cose alla normalità.

No.

Bisogna imparare a sfogare le emozioni ostili con le peggiori parole, a sentire tutto l’odio che proviamo, ma ricordare, secondo dopo secondo, che c’è qualcosa di migliore di quell’odio.

Che  noi non siamo così  mostruosi come pensiamo e che tutto ciò che per noi è sbagliato, irraggiungibile, incomprensibile e ci è lontano, può essere preso con positività e interiorizzato nell’amore che proviamo per noi stessi.

Si comincia prendendosi cura di sé, rimanendo qualche secondo di più a contemplare la figura nello specchio per finire poi magari con una risata liberatoria, sincera e spensierata.

Sarà lunga, ma si imparerà ad amarsi passo dopo passo.

E che bisogno c’è di un fulmine se si può guardare il cielo nuvoloso aprirsi lentamente in un arcobaleno?”

Maria Grazia 

Nella foto: “Adolescenza” di Agata Fasulo

Nei panni di… Laboratorio di travestimenti alla scoperta di sé, degli altri e delle altre…

Locandina laboratorio 13 marzo 2016

Al via la nuova edizione della manifestazione “Le lesbiche si raccontano”, al suo interno ci sarà anche un laboratorio per bambini e bambine ideato e portato avanti da noi dello studio Psynerghia e dall’associazione Famiglie Arcobaleno.

Il laboratorio è aperto alle bambine e ai bambini dai 4 agli 8 anni, fino ad un massimo di 15 iscritt*.

Domenica 13 marzo dalle 10 alle 12 presso il Lazzaretto di Cagliari sarà possibile sperimentarsi in un laboratorio sui travestimenti.

Si tratta di un’attività volta a favorire la libertà d’espressione e l’elaborazione di un proprio punto di vista, attraverso la messa in discussione degli stereotipi di genere legati alle professioni.

Questi temi verranno trattati attraverso una modalità ludica che prevede l’uso del gioco simbolico, che è una delle attività preferite dalle bambine e dai bambini ed ha un ruolo fondamentale nella sperimentazione e rielaborazione della realtà in cui vivono. Grazie al gioco simbolico possono immaginare e plasmare come vogliono il loro mondo vivendo le proprie emozioni e rendendole azioni.

Tra i vari tipi di gioco simbolico il travestimento ha un ruolo speciale: permette di calarsi direttamente nei panni dei personaggi del gioco, semplicemente usando la propria fantasia.

Attraverso il travestimento è possibile sperimentare altre immagini di sé, vivendole in prima persona e confrontandosi con i travestimenti scelti dagli altri partecipanti.

Il travestimento è anche un modo per accrescere creatività e fantasia, per aumentare l’autostima e la capacità di socializzazione con i pari.

Con l’ausilio di una filastrocca sarà affrontato il tema degli stereotipi di genere legati alle professioni e all’abbigliamento.

Delle grandi ceste piene di vestiti e accessori di vario tipo permetteranno alle bambine e ai bambini di sperimentare diversi travestimenti alla scoperta di sé e degli altri e delle altre.

Maria Grazia Rubanu e Melania Cabras

Tutto sotto controllo!

“Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle”

Antoine de Saint-Exupéry 

Il Piccolo Principe

 

 

 

Una delle tematiche che emergono più frequentemente nel parlare con le persone che incontro nel mio lavoro, è quella del controllo: una caratteristica che rassicura ma che, allo stesso tempo, provoca un senso di inquietudine.

La possibilità di avere il controllo delle situazioni che affrontiamo ci rassicura e a volte è determinante per aiutarci a viverle meglio, con maggiore sicurezza e serenità. 

L’eccesso di controllo, invece, ci impedisce di sperimentare cose nuove e di andare incontro alle situazioni con più leggerezza: quando vogliamo tenere tutto sotto controllo infatti diventiamo sempre più pesanti e corazzati e piano piano ci immobilizziamo, a volte non solo a livello psicologico … 

È ciò che è successo a Paola, Eliana e Gianna. 

Paola ha 26 anni, una laurea presa con il massimo dei voti e, a dire di tutti, una brillante carriera davanti a sé, eppure, proprio quando ha provato a muovere i primi passi dopo la laurea, le sue gambe e le sue braccia hanno cominciato a non seguirla più. Il sintomo è iniziato con un intorpidimento notturno e poi è diventata una vera e propria paralisi che l’ha portata in ospedale per escludere la possibilità di una terrificante malattia autoimmune. 

Eliana ha 17 anni, orfana di madre da quando ne aveva 10, è sempre stata una brava ragazza, una ragazza che non ha mai dato problemi: brava a scuola, rispettosa in famiglia, fidanzata con lo stesso ragazzo da quando aveva 14 anni. Tutto nella norma, tutto sotto controllo, a parte un grande vuoto dentro, che non viene ascoltato fino a che un giorno a scuola le sue gambe non reggono più e crolla. Anche lei finisce in ospedale e anche lei, prima di tutto, deve fare i conti con la paura di avere una malattia degenerativa. 

Gianna ha 35 anni, è sposata da 15 anni col suo primo fidanzato, anche lei è sempre stata una brava bambina, poi una brava ragazza e oggi è una moglie accogliente. Una persona che ha sempre visto e immaginato se stessa in relazione agli altri, fino a che un giorno si è fermata e ha provato a guardare la donna che è e che potrebbe essere. Anche le sue gambe non hanno retto, si sono intorpidite, fino a perdere sensibilità e bloccarsi, immobilizzandola a letto. Anche lei è finita in ospedale, anche lei ha dovuto fare tanti controlli medici. 

Tutte e tre queste donne hanno dovuto sperimentare una situazione di totale mancanza di controllo, un sintomo pesante come quello della paralisi momentanea degli arti prima di potersi fermare e iniziare a guardarsi dentro. Per ognuna di loro il sospetto è stato inizialmente quello di una sclerosi multipla e poi la diagnosi di disturbo d’ansia. 

Grazie a questi sintomi terribili hanno potuto trovare uno spazio per sé, per potersi finalmente ascoltare e imparare a prendersi cura di se stesse, affrontando la vita senza più il bisogno di controllare tutto. 

La situazione diventa ancora più complessa quando una persona che ha bisogno di tenere tutto sotto controllo diventa genitore. 

Allora le paure si spostano sul figlio, che deve essere protetto da tutti i pericoli della vita. 

È così che, inesorabilmente, si finisce per ingabbiare il bisogno di sperimentazione di un bimbo che cresce, pensando di dargli protezione e in realtà nuocendo al suo sviluppo. 

Succede infatti che a dominare sia l’ansia del genitore che, cercando di muoversi a fin di bene, finisce per  impedire fondamentali tappe evolutive del proprio figlio. 

Pensando di proteggere un figlio dai pericoli del  mondo si arriva, in realtà, a  provare a proteggere se stessi dalla propria ansia. 

I bambini hanno bisogno di conoscere, di esplorare, di muoversi nel mondo anche cadendo e sbagliando. 

Devono poter correre dei piccoli rischi. 

Devono poter  imparare a tollerare alcune piccole frustrazioni per poter essere dei ragazzi e degli adulti che sapranno camminare nel mondo, sapendo affrontare anche le situazioni impreviste e incontrollabili senza andare incontro ad ansia e attacchi di panico. 

Mi preme specificare che i genitori lo fanno a fin di bene, convinti di evitare dei dolori al bambino, esattamente come fa il Piccolo Principe con la sua rosa: pensa di metterla dietro un paravento, sotto una campana di vetro che dovrà proteggerla da tutti i rischi, dal freddo, dalla pioggia, dagli animali. 

Pensa persino di far disegnare una museruola per la pecora, in modo che non mangi la sua rosa, perché la pensa fragile, con solo quattro spine a difenderla, così come lei gli ha inizialmente fatto credere. 

Vuole proteggere il fiore e controllare il suo destino, così come quello del piccolo pianeta in cui vive. 

Sarà solo parlando con la sua rosa che potrà capire che, quelle che lui pensava come “solo quattro spine”, in realtà possono essere artigli, adeguati meccanismi di difesa verso l’esterno e che l’esterno non è poi sempre nefasto: la pioggia può far bene e anche il vento non deve per forza far venire il raffreddore! 

E inoltre bisogna pur sopportare qualche bruco per poter conoscere le farfalle! 

E così anche mettere un bambino sotto una campana di vetro può proteggerlo dal vento, dalla pioggia e dagli attacchi dall’esterno, ma allo stesso tempo impedirgli di crescere, sperimentandosi in tutte le possibilità che la vita offre, dalle più semplici alle più complesse, insomma allenandosi a vivere. 

C’è da dire che anche i genitori più controllanti e ansiosi sono stati dei bambini e che il bisogno di controllo ha radici profonde da scavare nelle generazioni precedenti. 

Ci vuole tempo, pazienza e impegno in un percorso che permetta di guardarsi dentro, rileggendo con occhi differenti la propria storia, trovando parole diverse e dando spazio e legittimità a tutte le emozioni, per capire il senso di questo bisogno esasperato che fa male alla persona che lo vive ma anche a coloro che le stanno vicine: il controllo è tanto più esasperato quanto più l’ansia è elevata. 

Ci si può fare aiutare in un cammino che prevede un simbolico ritorno indietro nel tempo, che permette di ritrovare e rileggere avvenimenti della vita che possono riguardare la propria infanzia ma anche le generazioni precedenti, storie dolorose e traumatiche che possono riguardare i propri genitori o i propri nonni. 

Storie che hanno bisogno di essere raccontate per poter essere integrate nei vissuti odierni, perché si possa capire quali carichi e quali pesi siano della persona in questione e quali possano essere ridistribuiti, risignificati e in alcuni casi lasciati andare.

Maria Grazia Rubanu

25 novembre 2015 – Educare per dire basta alla violenza

Per dire ciò che sentiamo in occasione di una giornata così importante prendiamo in prestito le parole di Michela Marzano, che esprime molto bene anche il nostro pensiero:

<Il problema strutturale che pongono le violenze di genere è antropologico: per cultura e per tradizione, alcuni uomini pensano di incarnare la “norma” e di poter essere “padroni”; in parte destabilizzati dall’autonomia femminile, non sopportano che questi “oggetti di possesso” possano diventare autonomi; in parte insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, accusano le donne di mettere in discussione la propria superiorità. Sono troppi coloro che, insicuri e forse bisognosi di affetto, considerano come un proprio diritto impossessarsi dell’altro e farne un oggetto di predazione. Sono troppi coloro che, respinti e allontanati, vivono il rigetto con rancore e risentimento, come se il semplice “no” di una donna li svuotasse di senso. Un problema identitario quindi. Che si traduce in un problema relazionale. Gli uomini violenti appartengono a qualunque classe sociale e ceto. Non conta né il rango sociale, né la situazione economica, né la cultura, né la professione. Conta l’incapacità di sopportare la perdita, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita di identità. Ecco perché dietro la questione della prevenzione, c’è soprattutto la necessità di riscrivere la grammatica delle relazioni non solo tra gli uomini e le donne, ma anche tra gli uomini e gli uomini, le donne e le donne.

Certo, la violenza non la si può eliminare del tutto. La pulsione dell’aggressività fa parte della condizione umana e sarebbe illusorio pensare di debellarla. Come ogni pulsione però – ce lo insegna la psicanalisi – anche l’aggressività può e deve essere contenuta. E per farlo, la chiave è e sarà sempre l’educazione. Per far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; e che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Non si può combattere la violenza se non si educano gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui.>

Michela Marzano – Papà, mamma e gender -Utet, Novara, 2015, p.44-45

25 novembre 2015 – Educare per dire basta alla violenza

Per dire ciò che sentiamo in occasione di una giornata così importante prendiamo in prestito le parole di Michela Marzano, che esprime molto bene anche il nostro pensiero:

<Il problema strutturale che pongono le violenze di genere è antropologico: per cultura e per tradizione, alcuni uomini pensano di incarnare la “norma” e di poter essere “padroni”; in parte destabilizzati dall’autonomia femminile, non sopportano che questi “oggetti di possesso” possano diventare autonomi; in parte insicuri e incapaci di sapere “chi sono”, accusano le donne di mettere in discussione la propria superiorità. Sono troppi coloro che, insicuri e forse bisognosi di affetto, considerano come un proprio diritto impossessarsi dell’altro e farne un oggetto di predazione. Sono troppi coloro che, respinti e allontanati, vivono il rigetto con rancore e risentimento, come se il semplice “no” di una donna li svuotasse di senso. Un problema identitario quindi. Che si traduce in un problema relazionale. Gli uomini violenti appartengono a qualunque classe sociale e ceto. Non conta né il rango sociale, né la situazione economica, né la cultura, né la professione. Conta l’incapacità di sopportare la perdita, come se il semplice fatto di perdere la propria donna significasse una perdita di identità. Ecco perché dietro la questione della prevenzione, c’è soprattutto la necessità di riscrivere la grammatica delle relazioni non solo tra gli uomini e le donne, ma anche tra gli uomini e gli uomini, le donne e le donne.

Certo, la violenza non la si può eliminare del tutto. La pulsione dell’aggressività fa parte della condizione umana e sarebbe illusorio pensare di debellarla. Come ogni pulsione però – ce lo insegna la psicanalisi – anche l’aggressività può e deve essere contenuta. E per farlo, la chiave è e sarà sempre l’educazione. Per far capire a tutti e tutte, fin da piccoli, che il proprio valore è intrinseco e non strumentale; che ogni persona, a differenza delle cose che hanno un prezzo, non ha mai un prezzo ma una dignità; e che la dignità non dipende da quello che gli altri pensano di noi, da quello che gli altri ci dicono o meno, da quello che gli altri ci fanno. Non si può combattere la violenza se non si educano gli uomini alla consapevolezza del valore e della libertà altrui.>

Michela Marzano – Papà, mamma e gender -Utet, Novara, 2015, p.44-45

Documento approvato dal Direttivo AIP su proposta dell’Esecutivo della sezione di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione sulla cosiddetta “ideologia del gender”

AIP

Su proposta dell’Esecutivo della sezione di Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione, il Direttivo AIP (Associazione Italiana di Psicologia) ha approvato il documento che segue

Da pochi giorni si sono riaperte le scuole e, con esse, le discussioni e le polemiche legate alla cosiddetta “ideologia del gender”, alle delibere o alle mozioni per ritirare testi contenuti presso le biblioteche scolastiche e le conseguenti polemiche da parte di associazioni di insegnanti, genitori, esperti del settore. Sul tema specifico della ‘teoria del gender’, l’AIP ribadisce quanto già scritto in un documento approvato in marzo. L’inserimento nei progetti didattico-formativi di contenuti riguardanti il genere e l’orientamento sessuale, aiuta a fare chiarezza sulle dimensioni costitutive della sessualità e dell’affettività, favorendo una cultura delle differenze e del rispetto della persona umana in tutte le sue dimensioni, mettendo in atto strategie preventive adeguate ed efficaci per contrastare la formazione di pregiudizi e fenomeni come il bullismo omofobico, la discriminazione di genere, il cyberbullismo. Nella lezione magistrale tenuta all’European Conference of Psychology di Milano, lo scorso luglio, Ian Rivers, ricercatore riconosciuto come uno dei massimi esperti internazionali in questo settore di ricerca, ha presentato diversi studi che hanno dimostrato come sia importante educare alle diversità e alle varietà fin dai primi anni di vita e come ciò abbia una funzione preventiva rispetto a varie forme di disagio individuale e collettivo. Gli studi scientifici sul tema del gender sono iniziati negli anni 80 e stanno registrando in questi ultimi anni un deciso incremento, consentendo in tal senso di sottrarre il dibattito a un prevalente e spesso sterile confronto ideologico a favore di una riflessione documentata e matura. L’AIP vuole infine sottolineare che la scelta dei libri scolastici e delle pratiche educative connesse, costituisce parte integrante della professionalità docente che, in ogni caso, non è autoreferenziale ma si confronta con idee, aspettative, comportamenti degli altri adulti che si occupano dei bambini, in particolare con i genitori, oltre che con le ricerche scientifiche che arricchiscono conoscenze e prassi in ambito scolastico.
Ancora una volta l’AIP, Associazione Italiana di Psicologia prende posizione rispetto ad un tema importante, che riguarda la cosiddetta (e inesistente) “ideologia del gender”. Una posizione fondamentale che contribuisce a fare chiarezza e corretta informazione rispetto agli appelli dai toni allarmistici che sono stati diffusi nei social network.

Come professioniste del sociale sottoscriviamo quanto sostenuto dall’AIP e ribadiamo che gli studi scientifici di genere, lungi dal voler rendere inesistenti le differenze biologiche tra uomini e donne, sottolineano la natura costruita socialmente degli stereotipi e dei pregiudizi sui generi, contribuendo a ridurre le discriminazioni legate all’identità di genere e all’orientamento sessuale.

Il risveglio di un cuore vagante nel mondo dis-incantato delle favole

Il post di oggi è una fiaba che parla del percorso, di vita e terapeutico, di una giovane donna, che chiameremo Rosaspina: un nome che racchiude alla perfezione l’ambivalenza emotiva che fa parte di questa fase della sua vita. Rosaspina ha messo in parole la sua storia, utilizzando i personaggi delle fiabe, parole che hanno il potere di entrare nell’immaginario e nel vissuto di tante donne che si trovano, a quarant’anni, di fronte ad un bivio e che devono scegliere che strada percorrere. Il bivio è reale e simbolico: sceglierà il noto o l’ignoto? La sicurezza o l’incertezza? La dipendenza o l’indipendenza? E ancora il bivio è fatto di polarità opposte o può contemplare le sfumature?

Buona lettura 

Maria Grazia

“Chi ha detto che le favole non esistono?

Esistono eccome!!!

Con tutti i loro personaggi caratteristici, ma io le ho sempre lette nel modo sbagliato.

Il mondo è pieno di magie, principi e principesse, maghi e streghe, incantesimi e sortilegi…

Ecco la mia storia:

C’era una volta un Brutto Anatroccolo che per anni pensava di non meritare e non valere granché e, come Cenerentola, se ne stava chiusa a fare ciò che gli altri volevano e che si aspettavano da lei, senza mai sgarrare, offendere, disobbedire… Uno zombie, un morto vivente, una Bella Addormentata, che non era consapevole né dì essere bella, né tantomeno addormentata.

Gli anni passavano e, lentamente, iniziava a rendersi conto di essere rinchiusa nella torre di Raperonzolo e un giorno decise di provare a mettere il naso fuori.

E ciò che vide le piacque molto.

Ma era difficile fuggire dalla torre, la torre la proteggeva dai pericoli del mondo fuori, e poi era tanto alta, le faceva paura, soffriva di vertigini a guardare giù. Aveva paura del mondo fuori, lei che l’orco lo aveva già incontrato e proprio dove pensava di essere al sicuro!

Così restava immobile, esitante, a tentennare nel suo sonno incantato, illusione di un mondo felice e sicuro.

Ma non era felice.

Un giorno in questi dubbi si insinuò un principe/orco/Shrek, arrivato a scompigliare il suo precario equilibrio: la faceva ridere, la faceva sentire viva. Con un bacio la svegliò e riuscì a rompere il suo sonno incantato, e a guarire la paura di volare.

E Fiona raccolse tutto il suo coraggio e le sue forze per scappare dalla torre, anche se  la paura era ancora tanta e lei ancora fragile e inesperta, ingenua e poco consapevole del suo valore.

Nonostante la paura si lanciò a capofitto nella vita, nelle emozioni, nell’amore.

Troppo, forse…

Sbagliando, si aspettava che sull’orlo del precipizio che circondava la torre, qualcuno fosse pronto ad afferrarla, ma Shrek stava già pensando ad altro.

Solo allora lei comprese che poteva contare solo sulle proprie forze e capacità.

Cadde e si fece molto male, ma si rialzò.

Anche se con paura e sensi di colpa, iniziò ad affrontare le vite che aveva stravolto, per prima la sua: i lupi, il buio, le tentazioni, le formule magiche… Oh quelle poi erano la parte peggiore!  Come poteva una comune mortale riuscire ad affrontare le magie e gli incantesimi?

Cercava di resistere, si ribellava, ma era fragile e inesperta e finiva per farsi incantare, anche se ormai era capace di prevedere il male che avrebbe sentito dopo.

Ma per un attimo quegli incantesimi sortivano l’effetto promesso: amore, compagnia, pace, fuga dal mondo, emozioni, vita.

Fiona oggi ha capito di non essere né il Brutto Anatroccolo, né la Bella Addormentata, ma ancora deve allenarsi per combattere questo mondo, i suoi falsi principi e i maghi.

Lentamente sta imparando, ma la strada è ancora lunga…molto lunga.”

Rosaspina

Vite recluse. Storie di adolescenti tra quattro mura

 Antonio ha 15 anni, un fratello più piccolo di qualche anno, due genitori che gli vogliono bene e dei nonni che stravedono per lui. Vive in una bella città, i suoi genitori lavorano entrambi, non ha problemi economici ed è sempre stato molto bravo a scuola, così bravo da fare immaginare a tutti una brillante carriera universitaria e un futuro da professionista affermato.

Eppure qualche mese fa Antonio ha smesso di andare a scuola e si è praticamente chiuso in casa. Non fa più sport e non esce con gli amici. Passa le sue giornate in camera al pc tra social network e videogames ed esce solo di rado.

Miriam ha 16 anni, una famiglia numerosa a cui sembra essere molto affezionata. È particolarmente legata alla madre con la quale ha sempre avuto grande intimità. Ha anche un fidanzato a cui vuole bene e adora la danza che pratica a livello agonistico da anni.

Eppure qualche mese fa Miriam ha smesso di andare a scuola e ha iniziato ad aver paura ad uscire da sola. Ha smesso addirittura di danzare e passa le sue giornate a casa, al pc tra social network e serie tv.

Due ragazzi come tanti, adolescenti con una vita quotidiana normale che, ad un certo punto, si blocca. Giovani e promettenti vite che si inceppano senza apparente motivo.

Antonio e Miriam non si conoscono ma hanno alcune cose in comune: non vanno più a scuola, non riescono più a fare le cose che amavano. Lui si chiude in casa, lei ha paura ad uscire da sola.

Parlano entrambi in modo maturo, troppo adulto per la loro età, sono ragazzi responsabili che riescono a dialogare più facilmente con gli adulti piuttosto che con i propri coetanei.

Antonio si rinchiude in un mondo virtuale fatto di personaggi dei videogiochi e di avatar di varia natura ed esce solo per andare dai nonni.

Miriam fa la conoscenza con l’ansia che paralizza le sue gambe e le toglie il fiato e riesce ad uscire soltanto con sua madre o col suo fidanzato.

Fino a qualche mese fa due adolescenti come tanti e ora due ragazzi in crisi, con gli occhi preoccupati delle loro famiglie sempre puntati addosso.

Non si può nemmeno dire che sia colpa della scuola: hanno avuto insegnanti attenti che si sono accorti del loro disagio e hanno cercato, nei modi che conoscevano, di andargli incontro.

Anche qualcuno dei loro compagni ci ha provato, ma si sa i ragazzi si stancano prima perché devono tenere il passo con la vita.

Quello stare al passo con la vita che, negli ultimi tempi, per tanti ragazzi come Antonio e Miriam si è interrotto, con segnali che, nel tempo, sono diventati sempre più forti.

I genitori hanno provato a capire, hanno cercato di parlare con i loro figli, gli hanno offerto un sostegno incondizionato come l’amore che provano per loro.

Ma questo non è bastato.

Anzi, paradossalmente, sembra avere aggravato la situazione.

Sono sempre di più i ragazzi come Antonio e Miriam,  adolescenti che si ripiegano su se stessi fino a rischiare di implodere, che muoiono restando vivi perché non sentono più il sapore delle cose. Li abbiamo conosciuti attraverso il lavoro di Carla Ricci[1]: gli Hikikomori giapponesi, quando il libro è uscito, sembravano riflettere una realtà culturale molto differente dalla nostra.

Eppure la sindrome ha colpito anche qui, in tante famiglie perbene, con bravi figli su cui riversare le migliori aspettative per il futuro.

La parola chiave per capire cosa succede a questi ragazzi potrebbe essere proprio questa: le aspettative che caratterizzano il cambiamento culturale della nostra società rispetto all’educazione dei figli.

In passato per i giovani i problemi erano rappresentati dal dover rinunciare alla realizzazione dei propri sogni per poter costruire una vita reale fatta di ruoli chiari e ben definiti: partner, genitori, lavoratori …

Per poter costruire il proprio ruolo sociale spesso bisognava rinunciare al desiderio di autorealizzazione e sottomettersi ad un sistema frequentemente basato sui sensi di colpa. 

L’evoluzione culturale contemporanea prevede che non si debba più rinunciare ai propri sogni ma, piuttosto, perseguire un Ideale dell’Io basato sull’espressione dei propri desideri e la loro realizzazione.

Una visione del mondo che riceve grande riconoscimento sociale. 

Questo cambiamento culturale non ha però portato alla realizzazione del proprio diritto alla felicità come ci si sarebbe aspettati, ma piuttosto, all’insorgere di un sentimento che paralizza: la vergogna. 

Accade infatti che i ragazzi come Antonio e Miriam non si sentano all’altezza dei propri sogni e si sentano inadeguati rispetto alla possibilità di realizzare i propri desideri.

Il rischio è dunque quello di essere smascherati rispetto a questa inadeguatezza di fronte alla società che da loro si aspetta cose grandiose, uno smascheramento che porta inevitabilmente a sperimentare il senso di umiliazione.

Una paura che terrorizza soprattutto al pensiero di deludere i propri genitori, coloro che più di tutti hanno da sempre creduto in loro e che tanto hanno investito per la realizzazione dei loro sogni.

Tanto da mettere da parte i propri,  con un senso del sacrificio direttamente proporzionale al senso di inadeguatezza provato dai loro figli rispetto ad una visione così grandiosa. 

L’emozione dominante è dunque la vergogna generata dallo “scarto inevitabilmente sussistente tra la nostra dimensione immaginaria e quel che realmente siamo, ci vergogniamo pertanto, non di qualcosa che abbiamo fatto (un errore, una mancanza, una piccola crudeltà), quanto piuttosto, più radicalmente, per quel che siamo e per quel che non riusciamo a non essere.    […] la vergogna non consente riparazioni  e costringe ad un annullamento totale di sé.”[2] 

E forse è proprio per questo che i nostri ragazzi smettono di andare a scuola e non hanno più una vita sociale, restringono al massimo il campo delle relazioni possibili: perché uno quando si vergogna vorrebbe scappare, nascondersi da tutti, trovare un rifugio nella propria tana. 

Prendo in prestito le parole di Enrico, il protagonista del libro di Antonio Piotti “Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione”:

“È proprio questa la prima grande lezione che posso impartire sulla vergogna: ti puoi vergognare tanto solo se c’è un progetto grandioso dentro di te, un Piano che fa di te l’uomo più grande e il più desiderato; è per questo che tutti si sono sacrificati, che tutti hanno rinunciato a quel che avevano riponendo in te ogni speranza. Come dichiarare che il Piano è fallito, che tu non ce la farai? Come accettare lo sguardo triste e infelice di chi ti ha così profondamente amato? Con che coraggio andar davanti a loro e confessare che tu non sei all’altezza, che le aspettative erano malriposte, che, in fondo, tu fallisci tanto quanto loro hanno fallito nel pensare di costruire dentro di te qualcosa di assolutamente bello? Si sta male perché si è amati troppo, perché si riceve troppo, perché, nella stanza dei regali non ne manca neppure uno, e, di fronte a questo troppo, si sente l’inadeguatezza come una ferita. Si sa, alla fine con certezza, che non ne valeva la pena, che non era il caso di mettere così tante energie, di investire in un progetto così scadente, di regalare tutto a uno che non merita niente. E non puoi prendertela con nessuno, devi tenere la rabbia tutta su di te, come faresti altrimenti a incolpare chi non ti ha mai rinfacciato nulla, coprendoti con un amore assoluto, fidandosi di te anche quando non avrebbe dovuto, ricoprendoti di regali per il solo fatto che tu li desideri, spesso addirittura sacrificandosi, perché è ovvio che tu sei l’unica cosa bella, l’unica che conti?”[3] 

Di fronte ad una sofferenza così grande l’unica soluzione possibile è dunque il ritiro sociale, a cominciare dall’istituzione che maggiormente rappresenta la possibilità di un confronto con gli altri: la scuola, in cui adulti e coetanei vivono “la vita vera”, quella che i nostri ragazzi sentono sfuggire dalle proprie mani e dai propri pensieri. 

Antonio è in grado di esprimere la rabbia di cui parla il protagonista del libro di Piotti, la sente dentro di sé, ma sente anche che non può controllarla perché è qualcosa di esplosivo come la trasformazione dell’incredibile Hulk.

È questa la metafora che usa per descriversi quando sente montare questa rabbia incontenibile dentro di sé, un’emozione con cui non sa come avere a che fare, non sa incanalarla e la lascia uscire contro gli oggetti e, a volte, contro suo padre, proprio colui da cui vorrebbe essere guardato negli occhi e contenuto con fermezza, per poter, grazie a lui, imparare a contenersi da solo. 

Miriam invece è terrorizzata dalla sua rabbia, non riesce  neppure a darle questo nome e la chiama “il nervoso che mi sale e mi spaventa”. Quando “il nervoso sale” Miriam non sa che fare, si blocca e sente che tutto si annebbia, la paura diventa terrore, il terrore di impazzire, soprattutto se sente che “il nervoso” sale nei confronti di sua madre, “che non merita se non il meglio”. 

Entrambi hanno la paura di perdere il controllo fino ad impazzire e si chiudono nel “mondo dentro” visto che il “mondo fuori” non sembra essere per loro.

E la loro difficoltà è speculare alla difficoltà delle loro famiglie, dei genitori che si sentono impotenti perché hanno “provato a capire, ad accogliere, ad ascoltare, a dare loro tutto ciò di cui pensavano avessero bisogno”, ottenendo spesso l’effetto contrario. 

Il processo terapeutico con questi ragazzi è complesso e articolato, prevede un lungo tempo per la costruzione di una relazione basata sulla fiducia, in cui potersi esprimere senza il timore di essere giudicati e quindi provare ancora una volta quella vergogna che paralizza.

È un lavoro incentrato sulle emozioni e sui significati da attribuire alle esperienze.

È un lavoro di destrutturazione rispetto a delle certezze acquisite che, spesso, sono fondate su carichi emotivi che provengono dal trigenerazionale.

È un lavoro di ascolto e di comprensione che non deve mai scivolare nei consigli pedagogici perché “cosa è giusto e cosa è sbagliato” questi ragazzi lo sanno spesso meglio di noi.

È un lavoro che coinvolge anche i genitori, che si sentono sconcertati e sperimentano in questa situazione la stessa inadeguatezza dei loro figli. 

Coinvolgere i genitori significa aiutarli a riprendersi il proprio ruolo genitoriale condividendo con l’altro genitore la responsabilità educativa.

Significa anche aiutarli a ricordare che sono una coppia oltre che genitori e che questa è una lezione di vita fondamentale per i loro figli.

Si lavora per restituire un valore educativo alla felicità, fatta di piccole cose e costruita giorno per giorno e si gettano le basi per un senso di leggerezza che libera i genitori dall’idea del sacrificio e i figli dall’idea di soddisfare le aspettative idealizzate dei propri genitori.

Si lavora per il superamento della vergogna attraverso l’accettazione dei propri limiti.

I genitori per primi devono imparare ad accettare i propri limiti e non vergognarsi di parlarne con i propri figli.

Solo così, con l’esempio, potranno dare questa importante lezione ai propri ragazzi che, a loro volta, potranno interiorizzarla e riprendere a guardare di nuovo verso il futuro.

Maria Grazia Rubanu

 


[1] Carla Ricci, Hikikomori. Adolescenti in volontaria reclusione

[2] Antonio Piotti, Il banco vuoto. Diario di un adolescente in estrema reclusione, pag.36-37

[3] Ibidem pag. 37

Dalle crepe filtra la luce. Il significato evolutivo delle crisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“C’è una crepa in ogni cosa. Ed è da lì che entra la luce.”

Ci sono frasi brevi che contengono significati complessi, di solito sono i poeti e i cantautori a saper racchiudere in poche parole la magia del senso della vita.

Ed è proprio quello che è stato in grado di fare Leonard Cohen in questo verso della canzone “Anthem”, che significa Inno, un inno alla vita nonostante non sia mai perfetta come la vorremmo, anzi forse proprio per questo ancora più meritevole di essere vissuta giorno per giorno, con la sua imprevedibilità, con la sua imperfezione:

Potete sommare le parti

Ma non avrete il tutto

Potete attaccare la marcia
Non c’è il tamburo
[…]

Suonate le campane che possono ancora suonare
Dimenticate la vostra offerta perfetta
c’è una crepa in ogni cosa
È così che entra la luce.

Questa frase permette di fare emergere in poche parole il complesso significato delle crisi che affrontiamo nella nostra vita.

Tante volte le persone che incontro nel mio lavoro attraversano una crisi personale, di coppia o familiare. Momenti di stallo in cui ciò che era noto diventa sconosciuto, in cui gli strumenti e le strategie utilizzati fino a quel momento si dimostrano inadatti e non si sa più come muoversi in situazioni che prima si padroneggiavano.

Antonio mi guarda stupito e mi dice non mi riconosco più, io non sono mai stato così, sto attraversando un periodo buio e non so che fare, io che ho sempre avuto le idee così chiare!”;

Francesca è in terapia di coppia con suo marito Luca e in prima seduta mi dice “non riusciamo più a capirci, prima era tutto così semplice e ora ogni cosa che fa mi irrita, lui mi sembra un’altra persona!”;

Gianna e Alberto hanno un figlio adolescente che amano tantissimo e al quale dedicano grande cura “nostro figlio Andrea non ci rispetta, mente spudoratamente e va male a scuola. Da piccolo era così dolce e adesso non lo riconosciamo più.”

La richiesta che segue è quella di un aiuto per la risoluzione del terribile momento che stanno vivendo e che viene inevitabilmente ritenuto totalmente negativo.

Queste situazioni sono accomunate dalla rottura di un equilibrio precedente e le persone che le vivono hanno la sensazione di non riconoscere più se stessi o l’altro con cui sono in una relazione di intimità, che sia il partner o un figlio che cresce.

Tutto d’un tratto non ci si sente a proprio agio con se stessi o con le persone care, come se ci fosse qualcosa di sbagliato, di rotto che non si sa più se si può riparare.

Quando la crisi è personale si devono fare i conti anche con la paura dell’incertezza su un aspetto fondamentale della nostra vita: la nostra identità, che non può essere confusa ma deve sempre muoversi nei binari del conosciuto e del prevedibile.

Il senso di incertezza, che riguardi la propria identità personale, il proprio ruolo di partner o quello di genitore, è una delle prime manifestazioni della crisi e genera confusione, portando con sé un senso di offuscamento che rende più difficile il movimento.

E allora può succedere che anche fare un piccolo passo dia una sensazione di spavento oppure che ci si muova in modo goffo con la sensazione di brancolare nel buio in un mondo che prima era conosciuto e adesso sembra un pianeta alieno.

La prima cosa che faccio in questi casi è ascoltare le storie delle persone ridefinendo il periodo di crisi come un momento fondamentale della vita che, anche se fa stare male, ha un importante messaggio da comunicare: cosa c’è nelle vite di Antonio, Francesca e Luca, Gianna, Alberto e il loro figlio Andrea che deve essere modificato?

Eh si! Perché al contrario di ciò che si pensa normalmente la crisi non è solo difficoltà ma, come da derivazione etimologica, è anche un momento di valutazione e di scelta in cui si deve decidere cosa portare nel proprio viaggio così com’é e cosa lasciare o modificare.

È importante che le persone sappiano fermarsi e porsi in ascolto dei propri sintomi; non lavoro mai per scacciare l’ansia, l’angoscia, i vissuti depressivi o il forte senso di frustrazione, ma cerco di accompagnare l’altro nell’ascolto di ciò che sente e del senso che dà a questo vissuto, cercando insieme a lui di guardare alla possibilità di trovare significati differenti in modo da costruire un adattamento alla realtà che è cambiata. Un adattamento che non sia “mera sopravivenza” ma “scelta consapevole” di andare avanti con risorse che spesso non si sapeva nemmeno di avere.

La crisi dunque ha uno scopo ma anche una natura processuale che porta ad un’evoluzione: la rottura dell’equilibrio induce a mettersi in gioco e a costruire un nuovo equilibrio, più adatto alla situazione attuale.

Un equilibrio che è fatto di piccoli passi in cui si devono correre anche dei rischi, come dice Massimo Gramellini “per fare un passo avanti bisogna perdere l’equilibrio per un attimo”[1].

Un equilibrio che non sarà stabile per sempre ma che verrà ancora messo alla prova da nuove sfide in un continuo alternarsi di morte e rinascita che non paralizza più ma che porta alla scoperta di risorse psicologiche, familiari e sociali che fino a quel momento erano rimaste latenti.

Da una crisi si esce in genere rafforzati e con la capacità di guardare in modo diverso ciò che ci accade, con una fiducia differente nella vita perché si è appreso un nuovo modo di darle un senso e di gustarla.

Per quanto sembri difficile da accettare la crisi quando arriva è sempre foriera di nuove possibilità e se non si riesce a comprenderlo da soli ci si può fare supportare da un professionista per riuscire a trovare, in una condizione di impasse, uno sblocco evolutivo ad una situazione apparentemente senza soluzioni: un esperto che sostenga nell’accogliere il fatto che in ogni cosa c’è una crepa e che sia in grado di mostrare che cambiando punto di vista si possono cogliere i riflessi di luce che filtrano proprio attraverso quella crepa.

Maria Grazia Rubanu

 


[1] Massimo Gramellini, L’ultima riga delle favole